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martedì 15 marzo 2016

Striscione pro Siria di Caposaldo



Comunicato stampa e video

Striscione di Caposaldo sulle mura di Bergamo in solidarietà alla Siria di Assad

Sabato mattina, 12 marzo, un gruppo di militanti dell'associazione Caposaldo ha esposto per alcuni minuti lungo le mura di Città Alta uno striscione in solidarietà con la Siria di Bashar al Assad e contro il terrorismo dell'Isis creato e sostenuto dagli Stati Uniti d'America.
L'azione si è tenuta verso le 9.30 del mattino all'altezza di Porta San Giacomo.
Questo il testo dello striscione:

Con Assad
Con la Siria
Contro l'Isis
Contro gli USA

Con questo gesto l'associazione ha manifestato la propria vicinanza al paese mediorientale aggredito ormai dal 2011 dall'Isis e da altri gruppi terroristici tutti diversamente sostenuti dal governo americano col benestare e la complicità di quelli europei.
Si è anche voluta manifestare la vicinanza alla figura del presidente Assad, indebitamente accusato in questi anni di ogni sorta di eccessi, senza mai considerare la solidità di cui gode grazie a un altissimo sostegno popolare. Un sostengo dovuto a una serie di politiche a difesa della sovranità nazionale, quelle stesse politiche che gli sono costate l'inimicizia dei potenti dell'Occidente il quale non ha esitato a travestire i peggiori criminali coi panni del fondamentalismo religioso per estromettere il presidente, tentando anche di mascherare maldestramente la cosa come “primavera araba”.
Solo in questi giorni la rovinosa guerra che la Siria sta sostenendo da quasi cinque anni sembra aver preso una piega positiva per Damasco anche grazie al prezioso aiuto dei suoi pochi ma decisi alleati, come il movimento di liberazione libanese Hezbollah, la Repubblica Islamica dell'Iran e la Federazione Russa.


Nata come coordinamento di movimenti e associazioni legati da una comune battaglia Caposaldo costituisce ora un'associazione che raccoglie le esperienze e le sensibilità personali di militanti di diverse provenienze. Scopo del movimento è la lotta contro il sistema capitalista e il Nuovo Ordine Mondiale con la messa in campo in particolare di momenti di controinformazione, volantinaggi e incontri di approfondimento. La varietà originale degli associati consente di trattare il tema da diverse prospettive, dall'economia alla politica, dalla spiritualità all'ecologia.

Per informazioni:
  • Simone Boscali, cell. 3314298972



martedì 2 giugno 2015

La Russia di Putin, l'Inter di Ronaldo e il Nuovo Ordine Mondiale




Questo articolo a sfondo geopolitico mi riporta alla mente una circostanza di tanti anni fa, quando ancora ero un tifoso di calcio (per la precisione dell'Inter) e questo era effettivamente uno sport che valeva la pena seguire. Erano i tempi dei veri giocatori, come Ronaldo e Del Piero, e proprio l'incrociarsi della loro storia ci da uno spunto interessante.
Nella stagione 1997-98 con la Juventus in testa e l'Inter a inseguire mi sono ritrovato una sera in una posizione stranissima. Si giocava Juventus-Milan e quella serata, una volta nella vita, ho spudoratamente ed entusiasticamente tifato per i rossoneri, proprio io che ero interista tutto d'un pezzo. Questo perché alla luce della situazione, con la Juventus da raggiungere e il Milan molto alle spalle in posizione inoffensiva, non ci si poteva permettere il romanticismo schizzinoso e occorreva essere estremamente pratici.

Mi è venuto in mente questo episodio ripensando alla situazione geopolitica ed estera attuale perché è facile rivedervi le stesse dinamiche, facendo gli opportuni paragoni, e capire perché a dispetto di ogni giudizio politico – che si fa irrilevante come la rivalità che un tifoso interista può avere per il Milan – una completa prospettiva rivoluzionaria non possa fare a meno di una visione eurasiatista e favorevole a un'amicizia tra Russia ed Europa.

Se guardiamo infatti alla politica interna della Federazione Russa, o meglio ancora di chi attualmente la governa, Vladimir Putin, non possiamo certo ricavarne una forte identità di vedute. Salvo alcuni singoli e apprezzabili punti (il bando sugli ogm, la difesa della tradizione, il dirigismo statale in economia) Putin resta lontano anni-luce da un modello politico antisistema e, se non possiamo dire con certezza che sia "uno dei loro", certamente possiamo affermare che non è "uno dei nostri".

Eppure siamo in un certo senso costretti a sperare che la Russia resti in piedi e che si rafforzi perché al momento non solo ha all'interno dei propri confini quelle risorse che, se in mani sbagliate, consacrerebbero l'ascesa definitiva del Nuovo Ordine Mondiale, ma anche perché è l'unico paese con un potenziale militare, tecnologico e spionistico sufficiente per poter resistere a una guerra scatenata dagli attuali camerieri dell'élite mondiale, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna.
Negli ultimi anni, prendendo a pretesto la guerra che l'Ucraina sta conducendo contro la Repubblica Popolare del Donbass, USA e OTAN hanno riposizionato le proprie truppe sempre più a ridosso dei confini russi, avanzando sino in Lituania e Romania. E' bene ricordare al lettore europeo in generale e italiano in particolare che se le loro terre mancano di sovranità da settant'anni è anche a causa della cospicua presenza di queste forze militari straniere nelle nostre nazioni e i russi sono tra i pochissimi al mondo in grado di sfidarle, almeno in un conflitto che si svolga, ahimé, proprio in un contesto europeo.

L'esistenza della Russia come stato (quasi) sovrano rappresenta obiettivamente un ostacolo all'imposizione del capitalismo globale e sarebbe suicida anteporre a questa considerazione tattica la volontà di veder cadere Putin e la Russia alla luce della loro oggettiva pochezza politica interna.

La conclusione di questo pensiero si rifà ancora a quello strano posticipo domenicale in cui io, interista, mi ritrovai a tifare Milan con tutte le mie forze. Come finì? I rossoneri non riuscirono a fermare la capolista, la Juventus vinse quella partita e a fine anno anche lo scudetto.

A buon intenditor poche parole.

lunedì 13 aprile 2015

RusCina, un ripiego rispetto all'EuRussia




RusCina, un ripiego rispetto all'EuRussia


Negli ultimi anni la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese hanno manifestato diverse convergenze. Queste, ad un'attenta analisi, si rivelano da un lato importantissime ma dall'altro di natura tattica, determinate più dalla consapevolezza di avere un Nemico comune – l'asse USA-UK-UE, con quest'ultima in posizione grottescamente subalterna – che dall'autentica aspirazione a creare un fronte di emancipazione e liberazione per l'intero continente eurasiatico.
Gli accordi del 2014 sulla vendita di idrocarburi russi alla Cina, fondamentali per Mosca, hanno però visto i cinesi dettare in gran parte legge per ottenere dei prezzi al ribasso, stante la crescente difficoltà russa a vendere gas e petrolio a un'Europa ansiosa di farsi del male da sola grazie alle sanzioni volute da Stati Uniti e Gran Bretagna. Anche la vendita di armi alla Cina costituisce per Mosca un settore importante ma denota altresì i limiti delle pur ottime armi russe a trovare sbocchi in altri mercati dove il materiale a marchio americano stacca decisamente ogni concorrenza.
In sostanza, lo stato semi-feudale in cui l'Europa (compiacendosi) giace, impone alla Russia una politica strettamente difensiva a occidente per contenere la preponderante avanzata della OTAN il cui balzo verso est, pur distribuito nel tempo e ottenuto con mezzi diversi dalla guerra aperta almeno sino al 2014, deve sembrare a Mosca una sconfitta ben più bruciante dell'avanzata della Wermacht nel 1941. Per contro la Russia cerca di compensare questa perdita di forza in Europa guadagnando punti e rafforzandosi sul fronte asiatico, costruendo con la Cina una collaborazione che però, al momento, non si è ancora concretizzata in alleanza, vuoi per reciproche, storiche competizioni – nessuna delle due potenze approverebbe il dominio esclusivo dell'altra in estremo oriente o Asia centrale –, vuoi per una fondata diffidenza russa che già subisce nella Siberia orientale una forte pressione migratoria cinese e non può permettersi di spianare la strada a una futura invasione di quelle terre da parte di Pechino.
Se, alla fine di un percorso irto di difficoltà, Cina e Russia dovessero comunque pervenire a un'alleanza elaborando (si sta ipotizzando) un'autentica strategia di emancipazione continentale, il fronte che ne deriverebbe, per quanto potente, avrebbe comunque seri limiti nel contrastare il citato asse USA-UK-UE.
Ricordiamo brevemente a questo proposito che la visione geopolitica angloamericana sull'Eurasia considera quest'ultima costituita da un blocco centrale detto Heartland, la Terra-cuore (e coincidente in sostanza con la Russia), circondato dai cinque Grandi Spazi Geopolitici: Europa, Medioriente, subcontinente indiano, Cina ed Estremo Oriente, Sud-est asiatico. La strategia imperialista anglosassone si batte da oltre un secolo affinché non si realizzi alcuna sinergia concreta tra la Terra-cuore e uno dei cinque GSG perché tale saldatura sarebbe il primo tassello di una più vasta coalizione continentale, possibilità da sventare preventivamente per evitare di trovarsi ad affrontare un avversario invincibile.
Russia e Cina unite andrebbero proprio a realizzare questo disegno tanto temuto dagli angloamericani. Esse disporrebbero di un potenziale militare notevole, soprattutto in termini quantitativi, di grandi risorse demografiche, minerarie, energetiche e di un grande apparato produttivo. L'asse USA-UK-UE dovrebbe certamente temere una sinergia tra questi soggetti, capaci prima di tutto di esercitare una grande pressione geopolitica su tutta l'Asia centrale e l'estremo oriente.
E tuttavia delle cinque possibili saldature tra Terra-cuore e GSG di cui si è parlato prima, quella tra Mosca e Pechino, per quanto sia la più probabile al momento, non è quella che più velocemente di altre può scardinare l'ordine mondiale attualmente costituito e in fase di rafforzamento.
Essa deve semmai apparire a chiunque aspiri a un vero sovvertimento degli equilibri mondiali come nulla più che un generoso ripiego rispetto all'unica alleanza che veramente potrebbe mettere in crisi nel breve periodo l'ordine globale, e cioè quella tra Federazione Russa ed Europa. Questo blocco da Lisbona a Vladivostok coniugherebbe meglio che non un patto russo-cinese le reciproche potenzialità. Basti pensare che la somma del Pil nominale dell'Unione Europea (sottraendovi il contributo britannico) con quello russo eguaglierebbe quello anglo-americano, risultato dal quale si sarebbe ben lontani sommando i Pil russo e cinese. Ancora una volta il territorio russo offrirebbe le sue immense risorse minerarie ed energetiche ma lo farebbe a un'Europa che disponde di un apparato industriale complessivamente molto più avanzato tecnologicamente e qualitativamente di quello cinese. Proprio questo funzionale connubio permetterebbe di colmare una forza militare inizialmente inferiore (la Cina è quantitativamente più armata dell'Europa). Le forze armate russe infatti fornirebbero il sostrato fondamentale su cui costruire una sinergia e su questa quantità si innesterebbe col tempo il miglior livello tecnologico e produttivo dell'industria europea per alimentare forze armate assolutamente moderne.
La riuscita di un'alleanza strategica tra Russia ed Europa inoltre avrebbe già intriseco in sè il fondamentale successo dell'espulsione degli anglo-americani dal continente (successo difficile a conseguirsi per le forti pressioni di questi ultimi, ecco perché questo patto è di difficile conseguimento) e, vedendo il diretto avversario indebolito, avrebbe maggiori possibilità di azione diplomatica, geopoltica e militare in tutto il resto del globo a partire dal principale feudo nemico, l'Oceano Atlantico.
Europa e Russia andrebbero infine a realizzare quell'unità da tempo impedita con la forza dalla potenza marittima del momento (l'Impero Britannico prima, quello americano poi) e che ha una sua base logica nella continuità territoriale e infrastrutturale (mentre nulla vi è attualmente di logico nello status europeo di sostanziale sponda orientale del dominio angloamericano nel mondo, per di più nella pericolosa posizione di punta avanzata contro la Russia).
Va da sé che le modalità di questa coalizione continentale sarebbero da definire in modo estremamente severo così da evitare il ripetersi dell'attuale situazione. Se oggi la presunta Unione Europea altro non è che una marionetta nelle mani di Washington, non dovrà diventare domani la marionetta di Mosca, ma esserne semmai la controparte complementare. Sebbene chi scrive sia un europeista molto poco convinto, è chiaro che questo potrà comunque avvenire solo se l'Europa saprà presentarsi di fronte alla Russia come blocco compatto e quindi valorizzarsi come Patria comune per molte nazioni, distinte da secoli di storia e contrasti, ma ora unite nelle intenzioni di una missione comune e superiore, ossia una casa davvero libera, l'esatto opposto dell'attuale prigione di popoli e sovranità che è l'Unione di Bruxelles.
In sintesi, l'Europa non dovrà più essere un soggetto privo di libertà, ma un soggetto che aspira a riconquistarla e diffonderla.

giovedì 20 novembre 2014

Presentazione del libro Divide et impera


Comunicato stampa

Presentazione del libro Divide et impera, analisi della situazione mediorientale

«Perché quest’area nevralgica continua a essere l’epicentro dei più cruenti e sanguinosi conflitti che scuotono il mondo?»

Venerdì 28 novembre alle 20.30, presso la sala Galmozzi della biblioteca Caversazzi di Bergamo, l'associazione Caposaldo proporrà una nuova conferenza in tema di geopolitica con la presentazione del libro Divide et impera – Strategie del caos per il XXI secolo nel vicino e medio oriente (Mimesis edizioni, 2013) con l'autore Paolo Sensini e con la relazione di Paolo Ja'far Rada, studioso di Islam e medioriente.
Sulla scorta del pieno successo incamerato lo scorso 26 settembre quando si è parlato di Ucraina e Donbass, Caposaldo vuole con questo incontro sensibilizzare il pubblico sui fatti mediorientali e le strategie elaborate dalle potenze occidentali al fine di rendere instabile la regione e poterne quindi meglio controllare governi e risorse economiche. Il tutto in omaggio agli interessi particolari di poche lobbies finanziarie e politiche e nell'ambito di un più vasto progetto di dominio.

Modera il tavolo Alberto Nicoletta.

Paolo Sensini, laureato in filosofia, saggista e storico, è autore di La rovina antica e la nostra (Roma 2006), de Il «dissenso» nella sinistra extraparlamentare italiana dal 1968 al 1977 (Soveria Mannelli 2010) e di Libia 2011 (Milano 2011). Ha redatto alcune delle voci apparse sul primo volume di L’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico (Milano 2010) e sul Dizionario biografico degli anarchici italiani (Pisa 2003-2004). Ha inoltre curato l’edizione italiana delle principali opere di Bruno Rizzi, Ante Ciliga, Josef Dietzgen e Sergej Mel’gunov (fonte).

Paolo Ja'far Rada, bergamasco e dottore in Lettere, è studioso di Islam e medioriente. Ha pubblicato Frammenti di storia sacra (2013, Irfan Edizioni), libro di approfondimento interessante come approccio alla conoscenza dell'Islam sciita.


L'ingresso è libero e gratuito.

Evento Facebook su: http://tinyurl.com/m3nfbqm

Nata come coordinamento di movimenti e associazioni legati da una comune battaglia Caposaldo costituisce ora un'associazione che raccoglie le esperienze e le sensibilità personali di militanti di diverse provenienze. Scopo del movimento è la lotta contro il Nuovo Ordine Mondiale con la messa in campo in particolare di momenti di controinformazione, volantinaggi e incontri di approfondimento. La varietà originale degli associati consente di trattare il tema da diverse prospettive, dall'economia alla politica, dalla spiritualità all'ecologia.

Per informazioni:
  • Simone Boscali, cell. 3314298972

lunedì 12 maggio 2014

Diritti umani: ipocrita retorica imperialista



Quanto più il livello di coscienza e la capacità di critica si riducono, tanto più perdono di importanza i contenuti espressi a vantaggio del linguaggio e delle tecniche di comunicazione.
Oggi più che mai questo sbilanciamento è particolarmente evidente. O, per meglio dire, dovrebbe essere evidente perché nel gioco del gatto che si morde la coda, sono proprio la mancanza di attenzione e di coscienza a impedire l’individuazione di questi giochetti retorici ed a favorirne una loro ulteriore reiterazione.
E’ radicata già da tempo la tecnica dell’abbinare fattori positivi ad altri non accettati dal senso comune così da rendere anche i primi impresentabili (es. caratterizzare strumentalmente la sovranità monetaria come fenomeno storicamente appartenuto al fascismo e al nazionalsocialismo, fa sì che l’opinione pubblica, pur di non vedere adottata una politica fascista o nazista e non essere criticata per questo, preferisca continuare a regalare alle banche enormi debiti pubblici). Oppure sostenere la bontà delle proprie posizioni come riflesso a una presunta cattiva qualità della controparte, già a suo tempo artificialmente denigrata (es. sostenere una guerra perché è combattuta contro il dittatore corrotto e dispotico Gheddafi, per cui opponendosi alla guerra si verrebbe strumentalmente additati quali sostenitori di dittatori sanguinari).
Il meccanismo si è raffinato negli ultimissimi anni agganciando alle politiche che si volevano imporre obtorto collo il mantra dei diritti umani. Questo abbinamento porta con sé un equivoco che difficilmente può essere risolto da una coscienza che volesse essere critica. Come si può essere contrari ai diritti umani? Come si può essere contrari a proteggere le donne laddove sono maltrattate? Come si può essere contrari ai diritti degli omosessuali laddove sono discriminati? Essere contrari ai diritti umani comporta l’apparire disumani. E poiché nessuno vuole essere considerato disumano è più facile risolvere l’equivoco dando il proprio assenso, anche silenzioso, a tutte quelle prese di posizione politiche che sebbene nascondano secondi fini macroscopici si presentano pubblicamente come promotrici di diritti umani.
E’ bene quindi dissociarsi dalla propria paura di essere giudicati e osservare con distacco il fenomeno.
Da almeno due anni si assiste ad una campagna mediatica assillante contro la Federazione Russa per via delle leggi restrittive sull’omosessualità. In realtà chi promuove queste accuse mediatiche non ha assolutamente a cuore il destino dei gay e delle lesbiche di Russia e nemmeno di alcun altro paese, neanche il proprio. Ma dato che la lotta all’omofobia è estremamente politically correct, pochi hanno la volontà di esporsi e sottolineare che l’ostilità alla Russia è determinata da ragioni energetiche e geopolitiche. In questi settori Mosca persegue una politica legittimamente tesa al proprio interesse nazionale - e invero più corretta anche verso i partner stranieri di quanto non farebbero altre potenze – cosa che proprio non va giù all’unipolarismo occidentale. Ed ecco che si demonizza l’avversario con un argomento anche corretto (leggi restrittive per LGBT in Russia ci sono davvero) ma strumentalizzato e per il quale in verità non si nutre alcun interesse. Cercando di spiegare questo si corre anzi il rischio di sentirsi dire che dietro le nostre argomentazioni politiche si nasconde in realtà un’omofobia nascosta che si vuole mascherare…
Un altro esempio, che non verte precisamente sui diritti umani ma su quelli civili ed economici, riguarda la rivolta dei “20 centesimi” avvenuta in Brasile lo scorso anno quando decine di migliaia di giovani manifestanti hanno agitato le piazze delle maggiori città del paese per protestare contro la carenza di servizi pubblici essenziali mentre il governo federale sprecava denaro per i mondiali di calcio. La rivolta altro non è stata che un tentativo di rivoluzione colorata promossa dal dipartimento di Stato USA, irritato per l’efficace politica di sovranità energetica che il Brasile sta attuando sulle nuove riserve petrolifere scoperte, per la cooperazione che conduce con gli altri paesi indio latini senza pretese egemoniche e per il ruolo giocato nel BRICS. Eppure, come non condividere in prima battuta le motivazioni dei manifestanti? I servizi pubblici nel paese, specialmente la sanità, sono davvero carenti e i prezzi al consumo molto alti rispetto ai salari. Tutto questo, unito allo spreco di soldi per una ridicola manifestazione sportiva, non poteva non generare una protesta sociale legittima. Il problema è che questa è stata incanalata e sfruttata dalle agenzie americane (es, USAID) per mettere in difficoltà un governo sgradito a Washington. Come spiegare però questo passaggio non chiaro ai più senza passare per critici verso i manifestanti che tutti i torti proprio non li hanno? Come spiegarsi senza passare per indifferenti verso i legittimi diritti di salario e servizi pubblici dei cittadini?
Essere diretti e non temere di essere manipolati resta la miglior risposta a queste distorsioni, senza aver paura di essere presi per misogini, omofobici, e vattelappesca. La messa in risalto delle contraddizioni di chi si erge a paladino di ogni diritto rivendicato nel mondo, quando non li fa rispettare in casa propria, è la miglior arma per contrattaccare la disinformazione in quanto costituisce, naturalmente, la Verità.

martedì 26 novembre 2013

La guerra capitalista, idolatria dello spreco




La guerra è pace, 1984, George Orwell

Abbiamo visto come la guerra capitalista rappresenti in tutto e per tutto un regalo fatto alle oligarchie che hanno la possibilità di investire nel conflitto e di trarne successivamente vantaggi anche non necessariamente economici ma politici e sociali.
Tralasciando volutamente ogni discorso sulla genesi del denaro e sulle modalità con le quali uno stato potrebbe sovranamente dotarsi dello stesso, si è concluso che dalla prospettiva dei popoli è un non senso che il proprio paese utilizzi i propri denari per condurre una guerra (dimostrando quindi di avere abbondanti risorse pubbliche da investire) quando un uso pacifico di quei soldi potrebbe soddisfare le reali esigenze della gente in modo molto più efficace.

Per rafforzare questo concetto, stabilito da una breve analisi dei costi delle guerre in Iraq e Afghanistan, si vuole ora prendere in esame uno spreco clamoroso e di più difficile quantificazione, ossia i materiali andati inutilmente perduti nella Seconda Guerra Mondiale.
La mole di lavoro, energia e materiali gettati nella fornace di quel conflitto ha raggiunto un picco che sarà forse eguagliato da una Terza Guerra Mondiale, ma il quadro di spreco che dipinge vale concettualmente per ogni altra guerra moderna condotto sullo sfondo dell'ideologia capitalista.

Ecco di seguito alcuni dati sparsi, i pochi che sono riuscito a recuperare, per dare un'idea dello sforzo produttivo profuso nel sostenere il conflitto:

  • fra il 1940 e il 1945 l'URSS ha costruito 105.000 carri armati e semoventi;
  • fra il 1939 e il 1945 i tedeschi ne hanno costruiti 97.000;
  • fra il 1941 e il '45 gli USA ne hanno costruiti 101.000;
  • nell'estate del 1939 la Luftwaffe tedesca disponeva di oltre 4.000 velivoli e 2 milioni di uomini;
  • nello stesso momento la Royal Air Force Britannica aveva 2.000 velivoli;
  • l'Italia contava poco più di 3.200 aerei;
  • l'URSS ne aveva ben 15.000 e tra il 1939 e il '40 era stata in grado di costruirne 400 al mese;
  • il Giappone ne aveva oltre 5.000;
  • gli USA avevano complessivamente oltre 7.000 aerei.

Questi dati, semplici e imparziali, vanno tradotti in modo concettuale, se non matematico, pensando alle migliaia di tonnellate di metallo utilizzate per la costruzione di questi mezzi, alla quantità di energia elettrica impiegata, alla forza lavoro, alle migliaia di ore che i soldati hanno impiegato in addestramento e in battaglia, alla quantità di carburante impiegato per muovere questi mezzi.
E dal computo abbiamo escluso le navi da guerra, forse la voce che maggiormente avrebbe fatto schizzare verso l'alto il calcolo delle risorse materiali consumate nella seconda guerra mondiale, e ogni altra produzione meccanica come i veicoli, le armi individuali, l'artiglieria e le munizioni coi rispettivi processi produttivi, e le stesse uniformi.
Inoltre bisogna considerare tutte le strutture logistiche costruite appositamente a fini bellici e che hanno fagocitato enormi quantità per esempio di calcestruzzi e il relativo monte ore lavorativo degli operai addetti alla costruzione. Non solo caserme, ma strade, ponti d'emergenza, migliaia e migliaia di torrette e bunker (si pensi al solo Vallo Atlantico tedesco). Nel caso dello sbarco in Normandia gli americani hanno addirittura realizzato un intero porto in sezioni che hanno trasportato al di là della Manica e assemblato dopo lo sbarco per facilitare l'arrivo di nuovi mezzi.
Consideriamo oltretutto le risorse mediche che si sono spese durante la guerra per la cura dei feriti, dei malati, le operazioni chirurgiche, i medicinali e infine il sapere intellettuale, inteso come ingegneri e progettisti che hanno messo la propria scienza per anni a servizio dello sviluppo bellico.

Fare un calcolo totale di quanto sia stato speso nella Seconda Guerra Mondiale in termini di risorse e potenziale umano è difficilissimo, ma possiamo farcene un'idea con la semplice logica.
Se, ad esempio, tutto il metallo impiegato per gli armamenti fosse stato usato per realizzare treni e ferrovie, quante centinaia di chilometri di rotaie sarebbero state realizzate?
E se anziché produrre scarponi e vestiario per i soldati fossero stati realizzati vestiti e scarpe per la popolazione civile più povera?
E ancora, quante abitazioni si sarebbero potute realizzare coi calcestruzzi consumati a scopi logistici e quante di esse avrebbero ricevuto luce e calore facendo un miglior uso dell'energia impiegata nella produzione bellica?
E quanti milioni di persone avrebbero potuto usufruire di migliori cure mediche in vece dei soldati mandati a combattere?

Riepilogando tutte queste domande materialistiche in un'unica grande domanda etica possiamo chiederci: quanto meglio sarebbe stata l'umanità investendo tutti questi materiali per il miglioramento delle condizioni di vita della gente anziché sprecarli nella guerra e quanto quindi la popolazione avrebbe negato il proprio consenso al conflitto?

Naturalmente a questo punto potrebbe subentrare una questione di responsabilità storica che va liquidata velocemente non essendo del tutto inerente il discorso. Qualcuno potrebbe dire che alla fine tutto questo spreco, davvero poco necessario di per sé, va ascritto alle potenze nazifasciste che avrebbero provocato il conflitto; chi scrive è di segno opposto e crede che siano stati invece i regimi occidentali a volere la guerra a ogni costo. Non dimentichiamo infine che si è deciso per comodità di analizzare uno specifico conflitto, ma il ragionamento vale per ogni altra singola guerra moderna.

Ma il punto non è questo perché a monte delle divergenti valutazioni storiche la constatazione oggettiva e uguale per tutti è che la guerra, sia la Seconda Guerra Mondiale nello specifico che la guerra in generale, è uno strumento inutile almeno da questa prospettiva in quanto mette letteralmente a morte tutto ciò che potrebbe essere usato per migliorare la vita della gente risolvendo quei problemi che con le armi possono solo essere mascherati o dirottati.
Nemmno può stare in piedi da parte di uno stato la giusitificazione secondo cui un conflitto viene combattuto per guadagnare migliori risorse, dal momento in cui la possibilità di combattere la guerra dimostra che delle risorse spendibili pacificamente già ci sono, oppure per migliorare la propria sicurezza quando l'uso a fini economici e sociali di quanto investito militarmente potrebbe invece spegnere ogni odio e rancore internazionali.

E' in questo senso che ci viene in aiuto George Orwell il quale nel suo 1984, un libro meraviglioso nella capacità di descrivere scientificamente il futuro totalitario e globalista, seppure dai contorni terribili, spiega come la guerra sia un mezzo fondamentale per le orligarchie al fine di mantenere il potere. Nel corso del proprio sviluppo, spiega Orwell, la società raggiunge un determinato livello di capacità produttiva e tecnologica tale da poter soddisfare abbondantemente i bisogni necessari e superflui di ciascuno oltre al suo arricchimento intellettuale. Ma è chiaro che un simile livellamento verso l'alto del benessere materiale e culturale accompagnato magari da una riduzione del tempo lavorativo grazie a un uso sapiente della tecnologia metterebbe in crisi la posizione dei dominanti.
Poiché per questi sarebbe impossibile imporre un ridimensionamento della produzione e della tecnica al fine di ridurre le risorse disponibili per la società, ecco quindi che diventa necessario far sì che le risorse stesse vadano distrutte anziché distribuite a beneficio di tutti.
E lo strumento unico per distrurre queste risorse altrimenti spendibili per il bene e l'elevazione umana è la guerra: una conclusione del tutto congruente con l'analisi specifica di cui sopra sulla Seconda Guerra Mondiale.

lunedì 18 novembre 2013

Il kharma delle nazioni



Dobbiamo credere che nell'Universo esista un equilibrio. Un equilibrio fondato su qualcosa che evidentemente trascende la materia e che alla peggio, se non ha una natura spirituale, inerisce per lo meno la coscienza e l'interiorità dei singoli esseri viventi.
Non siamo così ingenui da credere che da qualche parte lassù esista un Dio veterotestamentario che da e che prende secondo i propri capricci e crediamo piuttosto che l'Armonia di questo nostro Kosmos stia nella capacità del medesimo non di dare e prendere quanto di offrire e chiedere e questa Sacra Armonia diventa allora nostra responsabilità attiva nel prendere con saggezza ciò che occorre e nel dare ciò che abbiamo quando questo può portare Armonia ad altri o altrove.
Quando qualcuno spezza questa ortodossia, prendendo senza misura e non dando mai nulla, l'equilibrio si rompe e l'Armonia viene meno creando quello che unanimemente riconosciamo come Male.
E' facile da parte di chi di noi si sia sempre comportato rettamente venire meno ai propri principi quando tutti intorno sembrano averlo già fatto e iniziare ad agire in modo sbagliato nascondendosi dietro la necessità dell'autodifesa dalle ingiustizie altrui secondo l'immorale principio del mors tua, vita mea. La realtà è che così facendo ci lanciamo anche noi nel circolo vizioso in cui il Male alimenta il Male e questo finisce per ritorcersi presto o tardi contro di noi spingendoci a fare ancora più Male. Prigionieri di questa spirale di odio e disarmonia continueremo ad imputare agli altri tutti i mali e le ingiustizie di cui noi stessi siamo in realtà coresponsabili. Il Male che vediamo nel Kosmos altro non è che la proiezione del Male che abbiamo dentro.
L'unico modo per rompere questo kharma maledetto, destinato a trasmettersi non solo nello spazio sino a tornare a noi ma anche nel tempo sino a infierire sui nostri figli e nipoti, è un atto di forza suprema, doloroso nell'immediato per noi, ma che si propagherà come una palla di neve può scendere lungo una montagna sino a provocare una valanga. Vale a dire, tornare ad agire in modo etico, dando e prendendo secondo ragione ed equlibrio quando tutti intorno a noi fanno diversamente perché se anche loro non saranno sensibili immediatamente al nostro esempio, questo è destinato ad arrivare loro addosso presto o tardi con effetto travolgente, tanto più luminoso quanto più fitta sarà l'oscurità che il Male avrà intessuto.

Questo per ciò che concerne l'agire delle singole persone. Ma il principio può e anzi deve valere anche per gruppi e comunità di persone in particolare per la comunità individuata per eccellenza come soggetto politico ribelle fondamentale, ossia la Nazione.
Mi riferisco in particolare alla condotta che una Nazione rivoluzionaria deve tenere in questo decisivo contesto di oggi nei confronti delle potenze in mano all'Ordine Mondiale attuale con un richiamo particolare alla Geopolitica.
Questa disciplina, rivisitata dalla prospettiva eurasiatista e quindi come momento di liberazione dell'Europa e dell'Asia dalla dominazione americana (a sua volta strumento contingente di élite sovranazionali), si è rivelata valida e scientificamente fondata. Chi scrive ne è un discreto appassionato. Certamente la Geopolitica nel prescrivere quelle che devono essere le linee guida della politica estera di una Nazione per perseguire una propria logica di potenza, è efficace. E' indubbio che agendo all'estero in base alla propria natura geografica una Nazione non solo avrà più facilmente successo nell'imporsi come egemone regionale ma favorità anche la propria forza economica interna.
Questo è un approccio è ben sostenuto e argomentato in un ottimo articolo di Enrico Galoppini La Geopolitica è "immorale"? Note su alcune obiezioni all'apprroccio geopolitico nel quale lo studioso spiega le necessità, per esempio per l'Italia, di perseguire una politica estera coerente con la propria natura geografica. Questa necessità contingente non affonda le proprie radici in una volontà di potenza imperiale fine a se stessa quanto nel bisogno di difendersi dal cattivo immanente, gli Stati Uniti d'America.
Fino a che ci saranno loro, in sintesi, se non vogliamo prenderle dobbiamo rafforzarci di conseguenza, e per farlo occorre anche costituire un'area di influenza coerente con la geopolitica Italiana: egemonia sull'Adriatico e sul Mediterraneo centrale, Libia come nostra "quarta sponda", controllo di Albania, Malta, Tunisia aggiungeremmo.
Nel merito nulla da ridire. La ricetta di politica estera indicata da Galoppini è certamente efficace, coerente e in linea con le caratteristiche dell'Italia tanto da poter quasi garantire il classico massimo risultato con il minimo sforzo. Lo stesso potrebbe valere tranquillamente per altre nazioni europee sottomesse all'America tanto che la somma delle rispettive emancipazioni geopolitiche potrebbe davvero portare alla cacciata degli americani dal Vecchio Continente1.

Quello su cui si vuole qui ragionare, senza contestare un amico stimato come Enrico Galoppini e una disciplina appassionante come la Geopolitica, è il metodo.
Se vogliamo davvero migliorare il mondo, e qui si pretende di farlo senza perdere il tempo con inutili palliativi di circostanza, dobbiamo perseguire la giustizia e quindi incarnare questo obiettivo con un'azione coerente.
Cacciare un occupante dalla propria terra significa anche mettere al bando i suoi metodi e il suo retaggio, diversamente si rischia solo di cambiare l'uniforme del padrone senza che la sua nazionalità abbia più alcuna importanza. Ecco quindi che perseguire l'emancipazione nazionale e continentale sponsorizzando la somma di geopolitiche delle potenze regionali eurasiatiche significa in sostanza riproporre in scala lo stesso modus operandi degli atlantisti dei quali tutto si può dire meno che non considerano i criteri geopolitici come fondamentali nella loro agenda imperialista, e quindi diventare in qualche modo come loro. Questo significa appunto applicare il principio del mors tua vita mea di cui sopra che, a differenza della Geoplitica (neutra, in quanto disciplina da usare a nostra discrezione) è realmente immorale.
Da un punto di vista pratico, per la verità, l'utilizzo della Geoplitica in chiave di egemonie regionali per contrastare l'imperialismo americano tralascia di considerare che queste egemonie rischiano di collidere tra loro creando tra i paesi euroasiatici anche motivi di contrasto per nulla fertili ai fini della liberazione continentale. Si pensi ad esempio alle linee di azione geopolitica di Francia e Germania, strutturalmente in contrasto l'una con l'altra già sulla zona renana, o di Germania e Russia nell'est Europa e nei Balcani. Naturalmente non è pensabile allo stato dell'arte concepire una lotta di liberazione all'America in cui Francia, Germania e Russia non siano in buoni rapporti reciproci.
Ma vista la premessa spirituale di questo articolo è bene anche considerare il dazio kharmico che questo utilizzo spregiudicato della Geopolitica comporterebbe. Utilizzare un male (espansionismo regionale degli europei) per combattere un altro male (espansionismo universale dell'America) non farebbe altro che alimentare il Male in assoluto e quindi riprodurlo in nuove forme imprevedibili... magari inducendo le élite che oggi dominano in America a tornare qui in Europa per sfruttare una nuova potenza emergente come guardiana dell'Ordine Mondiale totalitario.

Per spezzare questo kharma che rischia di trascinare l'umanità in un'eterna spirale tra dominatori e dominati i paesi europei dovranno sì tenere in buon conto l'uso della forza militare per liberarsi dal dominio atlantista (altri più capaci di me, come il filosofo Costanzo Preve, hanno dimostrato l'idiozia di ogni velleitaria emancipazione non-violenta2) ma utilizzando questa forza con etica, cosa che gli americani sino ad oggi non hanno mai evidentemente fatto.
Personalmente, da italiano, ritengo scontato piantare la nostra bandiera là dove Dio volle il Tricolore, ma ritengo altrettanto scontato che non vada piantato dove lo volesse arbitrariamente qualche italiano senza misura, poiché il sacrosanto rispetto per la propria Nazione ha titolo di esistere solo se accompagnato dal rispetto per le nazioni altrui.
Ecco quindi che i paesi europei desiderosi di emanciparsi dal padrone a stelle e striscie devono sì armarsi ma rifiutando i criteri e i modi del nemico puntando piuttosto alla collaborazione, alla cooperazione e alla condivisione e suddivisione dei compiti su scala continentale per la cacciata degli americani senza usare violenza a fini utilitaristici su paesi terzi considerati strategicamente importanti.

La conclusione è che questo modo di agire non contraddice la Geopolitica proposta da Enrico Galoppini, ecco perché ho parlato poco sopra di ragionamento e non di polemica, ma solo di una rivisitazione di questa disciplina dalla chiave offensiva-regionale a quella difensiva-globale (e difensiva non significa molle), cosa che costituisce un validissimo compromesso tra un agire morale e uno geoplitico.
Le nazioni in sostanza non devono perseguire proprie logiche di potenza per affrancarsi dal dominio USA trincerandosi all'interno di un piccolo impero non necessariamente stabile, semmai dovranno intervenire anche congiuntamente per contrastare, sempre sulla base di criteri geopolitici, un ulteriore espansionismo americano in Eurasia ed avviare contro gli americani un processo di roll-back che li cacci dal continente strappando via via dal loro controllo tutti i tasselli fondamentali del mosaico.
Ecco quindi che ragionando in termini sempre geoplitici ma anche etici, pensare di emanciparsi dall'America egemonizzando Albania e Libia non costituisce certo un'opzione, mentre lo è impedire la penetrazione americana in Tibet, la loro cacciata dall'Asia centrale, il ritiro della OTAN dall'Europa dell'est.
Questo compromesso si basa sul perseguimento di un oggetto fondamentale che è ciò a cui massimamente aneliamo, una cosa che non possiamo togliere ad altri per averla noi stessi ma che al contrario vogliamo condividere con tutti i popoli e nel nazioni del mondo: la Libertà.

1In questo ragionamento naturalmente stiamo facendo finta di dimenticare che gli stati non sono soggetti sovrani ma sottomessi alle oligarchie...
2Costanzo Preve, Elogio del Comunitarismo