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sabato 12 dicembre 2015

L'Eurasia di Orwell vs l'Eurasia di Putin



“In seguito all'assorbimento dell'Europa da parte della Russia, e dell'Impero Britannico da parte degli Stati Uniti, erano già nate due delle tre potenze oggi esistenti” [George Orwell, 1984]

Rispetto a quanto già espresso in questo spazio negli anni e ancora di più nelle settimane scorse ciò che verrà detto in questo articolo potrebbe sembrare in controtendenza. Nello specifico, se sino a qui Caposaldo ha di fatto salutato con favore l'opposizione che la Federazione Russa ha esercitato tatticamente nei confronti del sistema a guida occidentale, qui vogliamo invece ribadire che, essendo il nostro primo interesse il recupero delle sovranità in Italia e in Europa, è nostro preciso compito fissare con molta attenzione il nostro sguardo sull'importante ruolo di contrasto che la Russia esercita contro i Nemici dell'umanità, ma, con la coda dell'occhio, verificare che questi ultimi non abbiano già iniziato ad addomesticare l'orso russo per farne un nuovo gendarme a servizio del sistema.

Per quanto si è visto sino ad oggi abbiamo ragione di ritenere che la Russia sia un paese con altissimo livello di sovranità e che l'attuale presidente, Vladimir Vladimirovic Putin, sia un personaggio slegato dalle oligarchie che, con discrezione o con segretezza, manipolano le grandi dinamiche mondiali. Questo non significa necessariamente che la Russia e Putin costituiscano per noi degli esempi in fatto di programmazione politica e men che meno di anticapitalismo. Ci limitiamo a prendere atto, ed è una presa d'atto comunque importantissima, che Putin senza necessariamente essere “Uno dei nostri”, non è “uno dei loro” e la Russia che governa di conseguenza non sottosta a certe agende esterne.

Ecco quindi che la politica estera di Mosca presenta ampi tratti di sovranità ostile ai paesi sottomessi alle élite, vedasi la difesa delle regioni russofone del Donbass e soprattutto il deciso intervento militare in Siria a difesa dello stato legittimo e contro i miliziani dell'Isis sostenuti da USA ed Europa.

Ma se la Russia di Putin costituisce tatticamente un momento affidabile di opposizione al sistema, non possiamo escludere che le oligarchie globali, non riuscendo a domare nell'immediato il grande orso, non stiano pensando a imbrigliarlo in futuro, magari nel dopo-Putin, vanificando gli sforzi antimondialisti di questo e piegandoli anzi ai propri disegni futuri.
Non possiamo infatti ignorare, da osservatori dediti a cogliere le sfumature, che l'ascesa del presidente russo come salvatore di una Europa liberata dagli USA sembra rispecchiare un copione preparato da altri. La clamorosa incapacità di Obama su ogni singolo fronte non fa altro che esaltare ancora di più le oggettive capacità di Putin a livello internazionale. Analogamente le presunte azioni militari di USA ed Europa contro l'Isis quando l'opinione pubblica in realtà sa già benissimo che proprio americani ed europei ne sono i protettori, elevano il presidente russo addirittura alla posizione di “uomo della provvidenza” nel momento in cui la Russia, mai coinvolta nel sostegno al terrorismo, attacca militarmente con successo i terroristi.
Questo non significa che Vladimir Putin stia recitando un copione. Provenendo anzi da una formazione di sinceri patrioti, le sue azioni si inquadrano proprio in un agire alla ricerca della sovranità completa in opposizione a inquietanti oligarchie mondiali che ancora non ha la forza di combattere apertamente. Tuttavia queste stesse oligarchie, agendo fuori dalla sfera di controllo di Putin, e quindi fuori dalla Russia, possono piegarne a proprio futuro vantaggio le azioni facendolo appunto apparire in qualche modo gradito e lasciando al suo paese crescenti quote di potere regionale e continentale per poi travasarvi, quando Putin non sarà più, il potere politico ed economico ora stanziato in Occidente.

Destano sospetti in questo senso anche alcune manovre e pensieri economici occidentali apparentemente in contraddizione proprio con l'Occidente stesso. L'eurasiatismo è una dottrina geopolitica nata in antagonismo all'Occidente a guida americana ma nel tempo sono molti i soggetti occidentali che, non avendo patria o radici, si sono proposti di riciclarne l'idea proprio per riprodurre in Eurasia i meccanismi di dominio tipicamente capitalisti una volta che il potenziale americano si fosse esaurito (così come a suo tempo il testimone del comando venne trasferito dalla Gran Bretagna all'America). Ed ecco che tali soggetti possono quindi permettersi di lasciar fare in qualche misura i veri eurasiatisti per poi inquinarne i risultati con propri, indesiderati contributi. Oltre a preparare la strumentalizzazione futura della Russia di Putin in politica estera, quindi, le oligarchie già infiltrano le istituzioni eurasiatiche per esempio con la clamorosa adesione del capitale britannico alla Banca Asiatica degli Investimenti Infrastrutturali, che “rischia” di trascinare con sé anche Italia, Francia e Germania. A ciò si aggiungano le antiche “simpatie” dell'occidentalista Romano Prodi (uomo dell'oligarchia ad alti livelli) per la Cina, simpatie che perdurano ancora oggi e che si sono estese da qualche tempo alla Russia stessa.

Quindi, se possiamo nutrire una discreta fiducia nella Russia attuale come sincero nemico dei nostri Nemici, non possiamo permetterci di cadere ai suoi piedi come fosse la salvatrice dell'umanità perché oscure trame sono già in moto nel tentativo di convertire Mosca da baluardo contro il nuovo ordine capitalista a capitale di quello stesso ordine, o, come minimo, per trascinarla in una sorta di condominio dei dominanti formato da Usa, Russia e Cina.

Se la nostra associazione può dirsi eurasiatista occorre sottolineare che per noi l'Eurasia è la nostra versione della “Patria Granda” del comandante Ernesto Guevara, l'Eurasia dei Dugin e dei Terracciano.
Non certo l'Eurasia di George Orwell.

Ai veri rivoluzionari l'arduo compito di sorvegliare e anticipare le mosse del sistema.

lunedì 13 aprile 2015

RusCina, un ripiego rispetto all'EuRussia




RusCina, un ripiego rispetto all'EuRussia


Negli ultimi anni la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese hanno manifestato diverse convergenze. Queste, ad un'attenta analisi, si rivelano da un lato importantissime ma dall'altro di natura tattica, determinate più dalla consapevolezza di avere un Nemico comune – l'asse USA-UK-UE, con quest'ultima in posizione grottescamente subalterna – che dall'autentica aspirazione a creare un fronte di emancipazione e liberazione per l'intero continente eurasiatico.
Gli accordi del 2014 sulla vendita di idrocarburi russi alla Cina, fondamentali per Mosca, hanno però visto i cinesi dettare in gran parte legge per ottenere dei prezzi al ribasso, stante la crescente difficoltà russa a vendere gas e petrolio a un'Europa ansiosa di farsi del male da sola grazie alle sanzioni volute da Stati Uniti e Gran Bretagna. Anche la vendita di armi alla Cina costituisce per Mosca un settore importante ma denota altresì i limiti delle pur ottime armi russe a trovare sbocchi in altri mercati dove il materiale a marchio americano stacca decisamente ogni concorrenza.
In sostanza, lo stato semi-feudale in cui l'Europa (compiacendosi) giace, impone alla Russia una politica strettamente difensiva a occidente per contenere la preponderante avanzata della OTAN il cui balzo verso est, pur distribuito nel tempo e ottenuto con mezzi diversi dalla guerra aperta almeno sino al 2014, deve sembrare a Mosca una sconfitta ben più bruciante dell'avanzata della Wermacht nel 1941. Per contro la Russia cerca di compensare questa perdita di forza in Europa guadagnando punti e rafforzandosi sul fronte asiatico, costruendo con la Cina una collaborazione che però, al momento, non si è ancora concretizzata in alleanza, vuoi per reciproche, storiche competizioni – nessuna delle due potenze approverebbe il dominio esclusivo dell'altra in estremo oriente o Asia centrale –, vuoi per una fondata diffidenza russa che già subisce nella Siberia orientale una forte pressione migratoria cinese e non può permettersi di spianare la strada a una futura invasione di quelle terre da parte di Pechino.
Se, alla fine di un percorso irto di difficoltà, Cina e Russia dovessero comunque pervenire a un'alleanza elaborando (si sta ipotizzando) un'autentica strategia di emancipazione continentale, il fronte che ne deriverebbe, per quanto potente, avrebbe comunque seri limiti nel contrastare il citato asse USA-UK-UE.
Ricordiamo brevemente a questo proposito che la visione geopolitica angloamericana sull'Eurasia considera quest'ultima costituita da un blocco centrale detto Heartland, la Terra-cuore (e coincidente in sostanza con la Russia), circondato dai cinque Grandi Spazi Geopolitici: Europa, Medioriente, subcontinente indiano, Cina ed Estremo Oriente, Sud-est asiatico. La strategia imperialista anglosassone si batte da oltre un secolo affinché non si realizzi alcuna sinergia concreta tra la Terra-cuore e uno dei cinque GSG perché tale saldatura sarebbe il primo tassello di una più vasta coalizione continentale, possibilità da sventare preventivamente per evitare di trovarsi ad affrontare un avversario invincibile.
Russia e Cina unite andrebbero proprio a realizzare questo disegno tanto temuto dagli angloamericani. Esse disporrebbero di un potenziale militare notevole, soprattutto in termini quantitativi, di grandi risorse demografiche, minerarie, energetiche e di un grande apparato produttivo. L'asse USA-UK-UE dovrebbe certamente temere una sinergia tra questi soggetti, capaci prima di tutto di esercitare una grande pressione geopolitica su tutta l'Asia centrale e l'estremo oriente.
E tuttavia delle cinque possibili saldature tra Terra-cuore e GSG di cui si è parlato prima, quella tra Mosca e Pechino, per quanto sia la più probabile al momento, non è quella che più velocemente di altre può scardinare l'ordine mondiale attualmente costituito e in fase di rafforzamento.
Essa deve semmai apparire a chiunque aspiri a un vero sovvertimento degli equilibri mondiali come nulla più che un generoso ripiego rispetto all'unica alleanza che veramente potrebbe mettere in crisi nel breve periodo l'ordine globale, e cioè quella tra Federazione Russa ed Europa. Questo blocco da Lisbona a Vladivostok coniugherebbe meglio che non un patto russo-cinese le reciproche potenzialità. Basti pensare che la somma del Pil nominale dell'Unione Europea (sottraendovi il contributo britannico) con quello russo eguaglierebbe quello anglo-americano, risultato dal quale si sarebbe ben lontani sommando i Pil russo e cinese. Ancora una volta il territorio russo offrirebbe le sue immense risorse minerarie ed energetiche ma lo farebbe a un'Europa che disponde di un apparato industriale complessivamente molto più avanzato tecnologicamente e qualitativamente di quello cinese. Proprio questo funzionale connubio permetterebbe di colmare una forza militare inizialmente inferiore (la Cina è quantitativamente più armata dell'Europa). Le forze armate russe infatti fornirebbero il sostrato fondamentale su cui costruire una sinergia e su questa quantità si innesterebbe col tempo il miglior livello tecnologico e produttivo dell'industria europea per alimentare forze armate assolutamente moderne.
La riuscita di un'alleanza strategica tra Russia ed Europa inoltre avrebbe già intriseco in sè il fondamentale successo dell'espulsione degli anglo-americani dal continente (successo difficile a conseguirsi per le forti pressioni di questi ultimi, ecco perché questo patto è di difficile conseguimento) e, vedendo il diretto avversario indebolito, avrebbe maggiori possibilità di azione diplomatica, geopoltica e militare in tutto il resto del globo a partire dal principale feudo nemico, l'Oceano Atlantico.
Europa e Russia andrebbero infine a realizzare quell'unità da tempo impedita con la forza dalla potenza marittima del momento (l'Impero Britannico prima, quello americano poi) e che ha una sua base logica nella continuità territoriale e infrastrutturale (mentre nulla vi è attualmente di logico nello status europeo di sostanziale sponda orientale del dominio angloamericano nel mondo, per di più nella pericolosa posizione di punta avanzata contro la Russia).
Va da sé che le modalità di questa coalizione continentale sarebbero da definire in modo estremamente severo così da evitare il ripetersi dell'attuale situazione. Se oggi la presunta Unione Europea altro non è che una marionetta nelle mani di Washington, non dovrà diventare domani la marionetta di Mosca, ma esserne semmai la controparte complementare. Sebbene chi scrive sia un europeista molto poco convinto, è chiaro che questo potrà comunque avvenire solo se l'Europa saprà presentarsi di fronte alla Russia come blocco compatto e quindi valorizzarsi come Patria comune per molte nazioni, distinte da secoli di storia e contrasti, ma ora unite nelle intenzioni di una missione comune e superiore, ossia una casa davvero libera, l'esatto opposto dell'attuale prigione di popoli e sovranità che è l'Unione di Bruxelles.
In sintesi, l'Europa non dovrà più essere un soggetto privo di libertà, ma un soggetto che aspira a riconquistarla e diffonderla.

lunedì 2 dicembre 2013

Il NOM: un gigante dai piedi d'argilla



Questo articolo potrebbe sembrare a qualcuno come l'ingenuo tentativo di guardarsi allo specchio dicendosi “sei forte, ce la farai” per farsi coraggio solo perché si ha razionalmente poco cui appigliarsi.
E in parte lo scopo è anche questo.
Tuttavia la funzionalità dell'analisi che segue quale training autogeno di massa sta a valle, e non a monte, di una situazione soggettiva della quale occorre prendere atto perché, fortunatamente, le notizie non sono sempre cattive.

La costituzione di un Nuovo Ordine Mondiale fondato su un superstato globale unitario e totalitario, processo allo stesso tempo compiuto ma in divenire nel suo perfezionamento, vive oggi al suo interno due apparenti contraddizioni che si spiegano in realtà con una difficoltà strategica nel perseguire il progetto. Una difficoltà, si badi bene, dovuta più a fattori endogeni che ad una resistenza interna ancora olografica.

La prima situazione vissuta all'interno del NOM è chiaramente l'inasprimento della cattiveria e della repressione al proprio interno. Questa ulteriore accelerazione totalitaria, contraria alla stessa teoria del totalitarismo per gradi di liberale fattura, sta prendendo forma sia a livello legale che culturale e mediatico. In Europa abbiamo vissuto negli ultimi due anni il varo di provvedimenti come il Fiscal Compact, il MES e l'istituzione della Eurogenfor, di natura economica i primi due e poliziesca il secondo. A livello mediatico invece si ripetono sempre più mantra tanto assillanti da essere ormai appena percepiti quali “ce lo chiede l'Europa”, “non c'è alternativa” o “la globalizzazione non si può contrastare ma solo governare”. Culturalmente la fornace della filmografia specialmente hollywoodiana sta producendo a ritmi serrati film di una portata propagandistica assolutamente infantile che mirano a riproporre nella mente assuefatta degli spettatori luoghi comuni e fantasmi antichi quanto la nostra scuola e lo stesso dicasi per il piccolo schermo, dove trasmissioni e serie tv hanno mutato il linguaggio impoverendolo nei dialoghi e nelle presentazioni così da fornire sempre e con pochi termini da “neolingua” la stessa proiezione della realtà. Non si dimentichi inoltre l'ultimo ritrovato dell'ingegneria sociale mondialista ossia la strumentalizzazione dell'emancipazione degli omosessuali, una causa che, giusta nelle sue origini come legittima rivendicazione di diritti di coppia, è ora degenerata in un fuoco incrociato contro ogni struttura familiare, legislativa e nazionale allo scopo non di promuovere la tranquilla esistenza di coppie omosessuali riconosciute al loro interno, quanto di atomizzare ogni livello sociale in modo irreversibile e chissà, un domani, avere sotto controllo in provetta ogni bambino concepito1. Il favoreggiamento dei diritti dei gay contro la legislazione per una famiglia normale è diventato pretesto di attacco a quella parte del mondo che ancora non vuole prendere ordini dal Rockefeller Center.

Fin qui le – apparenti – cattive notizie, perché le buone novelle qui di seguito getteranno una nuova luce anche su quanto già scritto.
Se al proprio interno il dominio globalista si sta facendo sempre più duro è altrettanto vero che nell'ultimo decennio ha incassato all'esterno sonore sconfitte dai suoi avversari dopo settant'anni di avanzate apparentemente incontrastabili. E prima di rispondere alle osservazioni che seguiranno con l'ironia di chi vuole derubricare queste sconfitte a frenate insignificanti (il che implicherebbe comunque l'ammissione che un governo globalista è effettivamente in divenire e che qualche nazione sovrana lo sta contrastando...) è bene ricordare che in passato potenti imperi come quello romano o l'Unione Sovietica sono crollati dopo pochi anni di apparentemente secondarie sconfitte contingenti le quali in realtà costituivano l'accelerazione verso un tracollo le cui cause invisibili erano maturate decenni addietro.
Lungo il limes dell'Eurasia, ossia quella che per decenni è stata la principale preda geopolitica del Nuovo Ordine Mondiale e nella quale non a caso sono situati i suoi principali avversari (non raramente indicati dall'Occidente come “stati canaglia”) sempre più paesi hanno contrapposto agli Usa e agli alleati dell'OTAN un'efficace resistenza militare, battendo il nemico proprio là dove sembrava invincibile. Ma anche dal punto di vista della tenuta interna di sistemi e regimi rispetto alle infiltrazioni e alle destabilizzazioni promosse dagli Usa e dall'Occidente in generale i risultati sono stati estremamente positivi. Dopo la vittoria alle presidenziali del 2010 di Victor Janucovic e la decisa svolta filorussa di questi giorni, l'Ucraina sta rientrando nella sfera d'influenza di Mosca dopo la pericolosa infiltrazione colorata manovrata da Washington. Anche la crisi nordcoreana, nonostante permanga la pericolosa esposizione di Pyongyang a un'invasione dal sud, si è risolta dando probabilmente al Nord il tempo sufficiente a un drastico rilancio dello stato popolare. In Iraq e Afghanistan, nonostante la permanenza di un'occupazione militare OTAN, la disfatta militare occidentale si fa sempre più evidente nelle perdite umane, economiche, nella graduale perdita di controllo del territorio e soprattutto nella legittimazione de facto di quelli che erano un tempo nemici da cancellare anche dal vocabolario, i Taliban2. La tenuta del sistema in Iran è stata tanto disarmante per gli Usa e i loro alleati-sudditi da costringerli a rivedere drasticamente la propria politica verso Teheran e, dopo un'iniziale tentazione per l'opzione militare, l'Occidente è stato costretto dalle circostanze a più miti consigli e alla trattativa sul nucleare iraniano. L'elezione alla presidenza di Rohani, il quale con perizia e abilità sta portando avanti quella che è stata in sostanza la medesima politica di Ahmadinejead3, ha permesso a Obama e agli americani di salvare la faccia sostenendo mediaticamente che con il nuovo presidente il dialogo fosse possibile, quando la realtà è che gli iraniani sono sempre stati aperti a questa possibilità, ciò che è cambiato è che l'Occidente non è più nella posizione di rischiare un intervento militare e ha trovato giusto il modo per nascondere questa marcia indietro. In Siria dopo che tutto sembrava giocare contro Assad – dalla preponderanza di mezzi per i terroristi foraggiati da israele, Usa e Arabia Saudita, all'apparente inattività di Russia e Cina – dal 2011 a oggi la situazione è drasticamente ribaltata e l'esercito regolare, pur tra difficoltà contingenti, sta inesorabilmente recuperando al legittimo governo il controllo del paese. L'aver provocato un drammatico esodo di profughi e la messa in scena di un attacco chimico da attribuire schizofrenicamente al governo di Assad, si sono ritorti mediaticamente contro gli americani stessi, maldestri più che mai nell'impacchettare la notizia e impreparati alla collaborazione militare che la Marina russa ha fornito ai siriani nel proteggere il proprio spazio aereo.

Ma dove il disegno globalista sta maggiormente fallendo, sebbene nell'immediato non sembri essere questa la chiave di lettura principale, è l'Egitto. Anche qui movimenti eterodiretti da oltreoceano avevano tentato di incanalare l'effettivo dissenso al vecchio Quisling Mubarak per rimpiazzarlo con un regime democratico altrettanto filoccidentale ma senza l'esposizione mediatica di un dittatore. Archiviata la stagione delle cosidette Primavere arabe, ciò che oggi sorprende non è tanto il sostanziale fallimento del progetto globalista sull'Egitto quanto il fatto che il tentativo di incanalare in una determinata direzione il dissenso a Mubarak abbia finito sul lungo periodo per portare al potere un'autocrazia militare che a fronte dello scetticismo di Washington si sta appoggiando sempre più esplicitamente alla Federazione Russa4. In sintesi, l'America ha dato vita a una sommossa politica perché ne nascesse un governo proprio vassallo e sta ottenendo l'esatto opposto.

La chiara perdita di potere all'esterno e la cattiveria sempre più marcata all'interno sono i chiari segni distintivi di un concorrente che sta perdendo forze e si sente sempre più messo all'angolo. Consapevole delle proprie forze in calo, un giocatore in queste condizioni non può fare altro che spremere rabbiosamente quanto è sotto il suo controllo sperando che nulla gli sfugga dalle mani e soprattutto che gli antagonisti esterni, fuor di metafora, Russia, Cina, Iran, non guadagnino forza sufficiente a far crollare da fuori il gigante dai piedi d'argilla.


1http://www.statopotenza.eu/8954/geosessualita-del-mondo-moderno
2http://www.massimofini.it/articoli/e-adesso-gli-usa-trattano-la-pace-con-i-criminali-talebani
3http://www.statopotenza.eu/9058/rohuani-apologia-di-un-intransigente-che-la-sa-lunga
4http://www.statopotenza.eu/9151/il-capo-dellintelligence-russa-arriva-al-cairo; http://italian.ruvr.ru/2013_11_11/L-Egitto-chiede-di-nuovo-armi-alla-Russia/