martedì 31 marzo 2015

Geoingegneria e controllo climatico: un pericolo per la salute, una minaccia alla sicurezza?




Comunicato stampa 

Incontro di informazione sulle pratiche di controllo e modifica del clima 

«Geoingegneria e controllo climatico:

un pericolo per la salute, una minaccia alla sicurezza?» 



Venerdì 10 aprile alle 20.45, presso la sala Galmozzi della biblioteca Caversazzi di Bergamo, Caposaldo presenterà l'incontro su Geoingegneria e controllo climatico: un pericolo per la salute, una minaccia alla sicurezza?.
Da anni i cieli italiani, europei, mondiali sono teatro di operazioni di controllo e modifica ambientale attraverso il rilascio per via aerea di componenti chimici appositamente realizzati, il tutto riconosciuto a livelli scientifici ufficiali, documentato da trattati internazionali e talvolta oggetto di polemica politica e interrogazioni parlamentari.

Presenterà il problema e le possibili vie d'uscita Corrado Penna, insegnante di fisica e studioso del fenomeno da un punto di vista scientifico, già professore in diversi istituti superiori anche a Bergamo e provincia.

Modera il tavolo Simone Boscali. 

L'ingresso è libero e gratuito.

Evento Facebook su: https://www.facebook.com/events/352131848323813/ 

Corrado Penna, 48 anni, laureato in fisica col massimo dei voti, è attualmente docente dell’ITIS di Sarnico. Si è sempre occupato di antimilitarismo ed ecologia, ma anche di lotta contro gli abusi della psichiatria. Di recente si è occupato anche di cure naturali (traducendo due libri sulla cura dell’autismo e di molte altre patologie) , della dannosità di certe terapie comunemente utilizzate in medicina ed odontoiatria, vaccini compresi. Da alcuni anni si è interessato alla questione delle scie chimiche, affrontata sia sul piano scientifico che su quello giornalistico. I suoi articoli e le sue traduzioni sono disponibili sul suo blog Scienza Marcia (http://scienzamarcia.blogspot.it/). 

Nata come coordinamento di movimenti e associazioni legati da una comune battaglia Caposaldo costituisce ora un'associazione che raccoglie le esperienze e le sensibilità personali di militanti di diverse provenienze. Scopo del movimento è la lotta contro il sistema capitalista e il Nuovo Ordine Mondiale con la messa in campo in particolare di momenti di controinformazione, volantinaggi e incontri di approfondimento. La varietà originale degli associati consente di trattare il tema da diverse prospettive, dall'economia alla politica, dalla spiritualità all'ecologia.



Per informazioni:

  • Simone Boscali, cell. 3314298972

giovedì 12 marzo 2015

Alimentazione e salute, OGM e vaccini: quali conseguenze sui nostri corpi?



Comunicato stampa

Conferenza sulla deriva di agricoltura transgenica, medicina e interessi delle multinazionali



«Alimentazione e salute, OGM e vaccini: quali conseguenze sui nostri corpi?»



Venerdì 20 marzo alle 20.45, presso la sala Galmozzi della biblioteca Caversazzi di Bergamo, Caposaldo presenterà l'incontro dal tema Alimentazione e salute, OGM e vaccini: quali conseguenze sui nostri corpi?, in cui si discuterà delle derive estreme di queste pratiche e del ritorno a pratiche più a misura d'uomo come l'agricoltura a chilometro zero combinata ai gruppi di acquisto solidale e la medicina naturale.

Interverranno Alberto Mondini, naturopata e ricercatore di medicina ortomolecolare, autore di svariati libri e la professoressa Francesca Forno, docente di Sociologia presso l'Università degli studi di Bergamo.



Modera il tavolo l'avvocato Flaminio Maffettini.



Alberto Mondini, veneto, è naturopata e autore di diversi volumi come Kankropoli e Il Tradimento della Medicina, quest'ultimo già oggetto di una campagna di diffusione notevole qui in Lombardia tra il 2006 e 2007. Critico verso gli interessi di guadagno delle case farmaceutiche, che non esitano a mettere sul mercato rimedi dannosi alla salute al solo fine di vendere, ha a suo tempo contribuito a scatenare il “caso Di Bella” proprio con la pubblicazione di Kankropoli.



Francesca Forno è ricercatrice di Sociologia Generale presso l'Università degli studi di Bergamo dove insegna Fondamenti di sociologia e Sociologia dei consumi. È membro del gruppo di ricerca CORES (Osservatorio su Consumi, reti e pratiche di economie sostenibili – Università di Bergamo) e condirettrice della rivista “Partecipazione e Conflitto”.



L'ingresso è libero e gratuito.



Evento Facebook su: https://www.facebook.com/events/843776915696037/



Nata come coordinamento di movimenti e associazioni legati da una comune battaglia Caposaldo costituisce ora un'associazione che raccoglie le esperienze e le sensibilità personali di militanti di diverse provenienze. Scopo del movimento è la lotta contro il sistema capitalista e il Nuovo Ordine Mondiale con la messa in campo in particolare di momenti di controinformazione, volantinaggi e incontri di approfondimento. La varietà originale degli associati consente di trattare il tema da diverse prospettive, dall'economia alla politica, dalla spiritualità all'ecologia.



Per informazioni:

  • Simone Boscali, cell. 3314298972

lunedì 2 marzo 2015

Centri commerciali, i templi del Nulla



Visitare un centro commerciale è un'esperienza che permette di prendere atto di molte delle decadenze e delle contraddizioni della società occidentale.
E' infatti sin troppo evidente come, soprattutto nei giorni festivi, questi veri e propri villaggi della spesa siano diventati luoghi (campi?...) di concentramento di una massa di persone del tutto sconnesse tra loro, incapaci di socializzare, e per le quali lo spendere del denaro non costituisce più un mezzo per ottenere un'esistenza decorosa, ma il fine stesso dell'esistenza.

L'impatto visivo propone già qualcosa di inaspettato e di incomprensibile per chi non è abituato a frequentare questi gulag dello spirito in cui gli utenti si autodeportano per andare incontro al proprio, graduale sterminio interiore.
L'abbigliamento dei frequentatori non è simile a quello di coloro che passeggiano all'aperto per strada o per i negozi del centro cittadino. Indipendentemente dalla moda di riferimento (vi si incontra di tutto, dal dandy al punk, dallo sfattone alla femme fatale) i dettagli sono sempre grotteschi, esagerati, sproporzionati rispetto al tutto e privi di qualsiasi armonia e ricerca del bello. Si passa quindi dai pantaloni troppo calati a quelli troppo corti, dalle giacche letteralmente strizzate e poi usate a mo' di sciarpa, ai cappelloni sia per uomini che per donne, le ragazze vestite non tanto come se dovessero comprare ma come se volessero vendersi, modi di abbigliarsi e conciarsi di un sesso usati indifferentemente dall'altro, famiglie vestite meglio del sottoscritto il giorno del proprio matrimonio solo per fare la scorta di alimentari, immigrati nordafricani griffati più degli autoctoni e le rispettive mogli che sfoggiano un velo all'ultima moda dalla chiara contaminazione occidentale negli stili e nei tessuti, italiani che al contrario fanno propri in modo grottesco e folkloristico i modi di abbigliarsi stranieri, e via dicendo.
Accanto a queste storture sorprende l'elevatissimo numero di cani, talvolta più di uno per ogni padrone e portati a spasso in un carrello della spesa appositamente preso, tutti pulitissimi, col pelo pettinato e lucido, con collari e pettorine in bella mostra come abiti firmati. Viene naturalmente da chiedersi se un proprietario di cani che si sente in obbligo di portare la propria creatura in giro il sabato o la domenica in un centro commerciale sia davvero il “padrone” o se, alla luce della mancanza di libertà di movimento mostrata, non sia piuttosto sottomesso all'animale.

Queste assurdità, questi ribaltamenti della logica e della Natura, sono però legati da un inquietante filo conduttore che le indirizza tutte verso un'unica direzione: la funzionalità al consumo senza confini.
L'antico uomo comunitario vedeva soddisfatti i propri bisogni interiori nell'interazione coi membri delle varie comunità di appartenenza - famiglia, località, nazione, religione, etc – e poteva limitare i consumi materiali ai soli bisogni oggettivi relegandoli quindi a una dimensione di finitezza. Le tensioni  verso l'infinito erano invece soddisfatte non solo coi legami comunitari di cui si è già detto ma anche con il proprio, personale cammino spirituale.
Oggi invece la spiritualità e le dimensioni comunitarie sono state distrutte, per cui l'uomo, confinato in un campo di concentramento materialistico, è condannato a cercare in questi angusti limiti la soddisfazione impossibile a bisogni che ormai sconfinano nell'illimitato. In buona sostanza si cerca nel consumo materiale la soddisfazione alla propria tensione all'infinito ed è ovvio che questa non potrà mai essere soddisfatta dal mero consumo.
Per mantenere l'illusione diventa quindi necessario per il sistema che ognuno esca da posizioni ancestralmente riconosciute per continuare a consumare sempre di più, nella vana speranza che il “prossimo acquisto” possa essere quello definitivo, quello che una volta e per sempre porterà pace al consumatore liberandolo da ogni ulteriore volontà di spesa.
Ed ecco quindi che, quando si è finito di consumare ciò che inerisce il proprio sesso, si inizia col consumare quanto inerisce il sesso opposto (maschi e femmine sempre più sovrapponibili nelle mode e nei caratteri)
Quando si è terminato di consumare ciò che è tipico della propria nazionalità, si comincia con quello delle nazionalità altrui (occidentali e immigrati).
E, all'estremo, quando non c'è più nulla da consumare nel campo della stessa specie vivente cui si appartiene, quella umana, si consuma ciò che riguarda un altra specie (la sovrabbondanza di cani con padroni totalmente sottomessi ai loro “bisogni”).

L'inversione di ruolo definitiva comprende tutte le precedenti e ne costituisce l'inevitabile epilogo. Non è più l'essere umano che consuma merci, ma ne è consumato. Non usa ciò che compra, ne è usato come semplice strumento che permette alla merce di esistere per un breve ciclo vitale funzionale al sistema capitalista e il denaro, sterco del demonio, diventa il nuovo dio.

I centri commerciali sono, nella funzione loro assegnata, i nuovi templi per l'inconsapevole adorazione del denaro e della nuova religione ufficiale dell'umanità: il culto del Nulla.


domenica 22 febbraio 2015

La mafia dei colletti bianchi - II parte





[Prosegue da Parte prima]
Parte seconda - Una storia di mafia: Angelo Funiciello
 
Una delle poche voci che si sono levate in questi anni e che, naturalmente e scientificamente (perché, ribadiamo, non si tratta di una stortura, ma di un sistema studiato per non funzionare) è stata ignorata sia dai media che dall'apparato giudiziario, è quella di Angelo Funiciello, imprenditore e concessionario auto della Ford. Dopo trent'anni di eccellente attività, nel 1999 l'ingegner Funiciello ha ricevuto l'invito da parte della casa madre, allora presieduta dal dottor Andrea Formica, a chiudere i battenti per cedere le due concessionarie da lui create (Fidauto a Bergamo e Padana Motor a Treviglio) a un personaggio indicato dalla stessa Ford Italia, un tale Lorenzo Busetti, autentico carneade del mercato automobilistico.
Si badi che l'invito della Ford Italia all'ingegner Funiciello a cedere l'attività non è stato cordiale ne “commercialmente corretto”. E' stato invece una truffa con una successione di pressioni, intimidazioni e forzature durate anni, arrivate al recesso esercitato dalla casa madre della concessione di vendita con due anni di preavviso e, come contrattualmente previsto, senza giustificazioni. Queste tribolazioni hanno condotto l'ingegnere e la moglie, signora Daniela Cavalli, a uno stress intollerabile tanto che nel 2007 la signora è stata addirittura colta da un tumore che l'avrebbe condotta due anni dopo alla scomparsa, tumore attribuito dai medici proprio a uno stress eccessivo che ne aveva consumato il fisico.
A conferma di quanto descritto prima a proposito della mafia dei colletti bianchi, occorre osservare la dinamica della vicenda giudiziaria del signor Funiciello. Il braccio di ferro in tribunale tra l'ingegnere e i suoi avversari inizia nel 2002 quando la Ford Italia presenta un'azione legale contro Fidauto e Padana Motor per ottenere conferma delle proprie azioni di recesso, mentre la famiglia Funiciello risponde citando Ford Italia, il signor Busetti e le concessionarie di cui quest'ultimo aveva nel frattempo acquisito il controllo per contestare proprio la legalità delle pressioni subite. Ne seguono processi e cause che restano tali quasi esclusivamente sulla carta perché per anni, di fatto, nulla si muove e al signor Funiciello non è dato avere risposte giudiziarie, men che meno risposte favorevoli.
Si osservino due fattori importanti. Il primo è che nel caso specifico la Ford Italia ha cercato di forzare alla vendita un decorato concessionario che in un trentennio aveva sempre portato a casa ottimi risultati (tanto da meritarsi diversi premi) per cedere le sue note concessionarie a un personaggio – Busetti – del tutto digiuno di vendite auto, il che è apparentemente illogico. Il secondo è che mentre Funiciello si trova in questa morsa, centinaia di altri concessionari Ford sono i tristi protagonisti di vicende del tutto analoghe, il che è ancora più illogico.
In quegli anni sembra che dalla bergamasca alla Sicilia la politica della Ford Italia sia quella di smantellare un efficiente apparato di vendita e assistenza per mettere al posto di venditori capaci dei parvenu inventati dalla sera alla mattina.
E allora ci si deve porre la fatidica domanda alla base della giurisprudenza dell'antica Roma: cui prodest? A chi giova un simile fatto? In prima battuta, si potrebbe dire, proprio ai venditori inventati, quelli che la Ford Italia indica affinché subentrino nelle concessioni ai rivenditori storici. Ma a che scopo affidare l'intera rete di vendita nazionale a persone inesperte? Negli anni successivi a questa politica infatti la Ford perde quote di mercato importanti e le vendite scendono quasi del 50%. E allora di nuovo, cui prodest? Perché la Ford ha attuato un suicidio commerciale a vantaggio di rivenditori improvvisati? Se seguissimo semplicemente la logica non sarebbe possibile trovare una risposta sensata. Non possiamo che affidarci all'intuizione e, laddove non è possibile vedere l'aria, seguire i movimenti delle foglie per capire da che parte tira il vento.
E così quello che sappiamo di fatto è che il dottor Formica, presidente della Ford Italia all'epoca dei fatti e regista della politica aziendale suddetta, una volta esauritasi la stessa è diventato vice presidente della Toyota Europa, una casa concorrente che ha ragionevolmente beneficiato dell'arretramento della Ford. A questo si aggiunga una più generale politica delle case automobilistiche in Italia, una politica che si sta naturalmente intingendo di metodi mafiosi come Funiciello stesso ha messo in luce in uno dei documenti da lui prodotto, la “Lettera aperta a tutti i cittadini italiani” del marzo 2008. Nulla in proposito può essere più esaustivo della citazione di un suo passaggio, “[...] si deve tener presente che le Case automobilistiche hanno un enorme coinvolgimento di interessi commerciali e finanziari, anche di bilanci e di quotazioni in Borsa. Con il facile riciclaggio mafioso nelle vendite di auto così organizzate, si possono agevolmente effettuare grandi numeri delle cosiddette “Km zero”, ampliando sensibilmente i valori di fatturato con vendite fasulle, con illeciti effetti positivi per le Case stesse, in Borsa e nell’immagine”.
In tutto questo il signor Funiciello ha vissuto il drammatico copione scritto per le vittime di mafia dai colletti bianchi e descritto nella prima parte di questo articolo. L'ingegnere si è rivolto alla magistratura invano. Gli avvocati cui si è affidato, professionisti di grido, indicati anche da personaggi celebri per dure posizioni contro l'illegalità, hanno tergiversato intorno alla questione, quasi fossero disinteressati al successo della causa. I tribunali hanno stancamente esaminato i fatti tanto più che le cause accorpate in un'unica procedura dal tribunale di Roma ai primi mesi del 2010, dopo otto anni dalla loro presentazione, sono ancora in fase istruttoria, di escussione dei testi.
Il protrarsi delle cause legali, la perdita delle aziende e di più che tutto il patrimonio familiare, inducono Funiciello a giocare la carta mediatica, tentando di far conoscere la propria vicenda tramite i media. Ma ovviamente giornali e televisioni si sono voltati dall'altra parte all'invio dei suoi comunicati. E' bene evidenziare che i media contattati da Funiciello non hanno semplicemente dato una risposta negativa alle sue richieste di pubblicazione ma hanno del tutto ignorato le sue segnalazioni con il silenzio.
L'ingegnere non ha avuto più fortuna con la politica. Il signor Funiciello ha cercato l'aiuto dei politici del territorio confidando in un supporto e in un'eco mediatica maggiore. Ma anche in questo caso non si è concluso niente. Dopo un incontro con Mario Borghezio e una sua interrogazione scritta al parlamento europeo nel gennaio 2004, lo stesso europarlamentare leghista ha scaricato in un secondo incontro Funiciello, che verrà bistrattato da quel momento anche da altri politici.
Solo il giornalista indipendente Stefano Salvi, titolare del video blog www.sisalvichipuo.it, gli ha dedicato per un certo periodo la giusta attenzione conducendo autonomamente l'inchiesta “Ford Italia Affaire” e pubblicando sulla sua testata una serie di servizi sulla vicenda.
Ormai stanco, privato in modo violento dell'amata consorte, ignorato dai politici, dai giornalisti, dai suoi stessi avvocati, dopo aver perso casa e attività, Angelo Funiciello ha deciso recentemente di iniziare a fare da sé. Ha inaugurato l'iniziativa culturale Funigiglio che ha dato il nome anche al sito-blog che la ospita, www.funigiglio.net, dove ha raccolto materiali sulla propria tragedia personale e sul quale aggiorna costantemente la sua ricerca sulle mafie coi suoi articoli. Ha inoltre prodotto una serie di documenti e lettere aperte sul tema molto importanti sia sulla sua storia che sul male sociale causato dalla mafia dei colletti bianchi.
Ormai disincantato e privo di fiducia nel sistema, Angelo Funiciello oggi crede che solo una rinata coscienza civile dei liberi cittadini possa gettare le basi per una vera rivoluzione che abbatta questo stato di cose, pertanto dedica le sue energie a un lavoro di informazione fuori dai canali tradizionali e che privilegia il passaparola su Internet grazie a blog, forum e Facebook.

Collegamenti per approfondire la questione

sabato 14 febbraio 2015

La mafia dei colletti bianchi






di Simone Boscali


Parte prima - Una nuova criminalità

Le parole “Mafia”, “Camorra”, “Sacra Corona Unita”, “'Ndrangheta”, stanno iniziando ad avere una funzione negativa. Certo esse da sempre indicano le più celebri tra le organizzazioni malavitose ufficiali del nostro Paese, per cui dietro i loro nomi non c'è mai stato nulla di bello e buono.
Ma col passare degli anni hanno finito, indipendentemente dalla volontà di chi le utilizza, per assumere una funzione pericolosamente paralizzante per la gente. Infatti quando sentiamo pronunciare la parola “Mafia”, quando sentiamo pronunciare la parola “Camorra”, subito la nostra mente corre alle organizzazioni criminali della Sicilia o della Calabria. Organizzazioni che hanno un certo modus operandi, una certa storia, persino della tradizioni, per quanto spaventose. Intorno ad esse, grazie alla cinematografia, si è creata una vera mitologia. Quando giornali e televisioni ci parlano delle loro ramificazioni nel nord Italia o all'estero continuiamo a percepire questi fenomeni come delle tenui appendici delle organizzazioni principali, quasi delle semplici filiali di una sede centrale che resta comunque attaccata a un certo territorio, a una certa organizzazione, insomma a una certa immagine.
E il problema è proprio questo. L'immagine che abbiamo della malavita organizzata nel nostro Paese è tale che il linguaggio ha paralizzato la nostra possibilità di percepire qualcosa di nuovo che nel frattempo ha messo le radici fuori dai tradizionali seminati. Quando sentiamo parlare di “malavita organizzata” pensiamo alla Mafia, alla Camorra e quando sentiamo parlare di Mafia, di Camorra, nella nostra mente prende subito corpo l'immagine che di quei fenomeni ci siamo costruiti e siamo del tutto incapaci di associare i termini a un nuovo tipo di criminalità.
Una criminalità a sua volta organizzata, che hai i suoi capi cosca e i suoi collaboratori capillarmente diffusi nei settori chiave del territorio in cui opera. Ma a differenza della Mafia dei Provenzano, dei Riina, dei Corleonesi, a differenza della Camorra dei Casalesi, dei Santapaola, questa è una mafia, è una camorra con le iniziali minuscole perché poco ha a che vedere con le illustri controparti del Mezzogiorno. Si tratta di una criminalità di nuovo tipo, più moderna, certo, persino più aggressiva e finanche “raffinata” nei modi e nelle vesti sotto cui si presenta.
E' la nuova criminalità italiana del ventunesimo secolo, la “mafia dei colletti bianchi”.
Per cominciare a capire di cosa stiamo parlando, diciamo che questa nuova forma criminale agisce soprattutto nel nord Italia. In questo senso commette una prima “violazione” di quel linguaggio di cui si parlava all'inizio perché oggi la gente che senta parlare di mafia fatica realmente a pensare a qualcosa di radicato nel Settentrione. Di conseguenza fatica ad afferrare il problema ed a crearsi la coscienza necessaria a risolverlo. A chiarire invece la grave portata di questo fenomeno basterà una cifra: 130 miliardi di € l'anno, ossia il suo volume d'affari secondo il presidente della Commissione Nazionale Antimafia, senatore Giorgio Pisanu [2011].
Abbiamo detto inoltre che questa è una mafia dei colletti bianchi. Si tratta infatti di una malavita che trova i suoi cervelli nella ricca borghesia del nord Italia, una classe imprenditoriale che, nel momento in cui è degenerata verso metodi criminosi, è diventata prenditoriale. Una vera borghesia mafiosa lontana dallo stereotipo del latitante siciliano o campano, braccato per anni dalle forze dell'ordine e ritirato discretamente in tenute fuori mano per sfuggire alla cattura, o da cinematografici padrini al cui passaggio la gente omertosa si leva il cappello fingendo di non sapere chi sia.
Questa mafia prenditoriale è estremamente radicata sul territorio e nella società. Laddove decide di mettere radici non esiste luogo chiave o istituzione che sfugga all'infiltrazione di suoi uomini, siano essi fidati “dirigenti” dell'organizzazione o vili “galoppini”. Questura, Prefettura, Sanità, giornali, televisioni, amministrazioni locali, Tribunali sono il suo naturale terreno di coltura. E' per questo motivo che la mafia dei colletti bianchi raramente ha bisogno di utilizzare sicari ed esecutori di omicidi e pestaggi che per lei costituiscono solo l'ultima risorsa (che pure non disdegna in caso di bisogno). Essa infatti è paradossalmente in grado di contrapporre a chi volesse sfidarla tramite i canali classici della Giustizia e dell'informazione proprio il potere della Legge e della disinformazione piegati alla propria volontà. Direttori di giornali che si voltano dall'altra parte quando ricevono un comunicato; procuratori che hanno sempre altre inchieste da portare avanti rimandando all'infinito le specifiche denunce delle vittime di questa mafia; avvocati di parte civile che nel disinteresse del proprio cliente girano intorno alla questione senza mai affondare il coltello; prefetti e questori sordi; parlamentari eletti sul territorio che incontrano demagogicamente le vittime facendo solenni promesse di aiuto e poi non portano avanti alcuna battaglia politica seria che non vada oltre sterili proclami generici e “mediaticamente” corretti. Tutto questo non avviene per caso, ma è il frutto scientificamente programmato di un'autentica regia. Come dicevamo questa mafia moderna, efficiente e, si badi bene, intelligente, raramente ha bisogno di sporcarsi le mani, di uccidere qualcuno, di piazzare bombe, di mandare loschi individui a fare minacce maldestre. Non le è affatto necessario perché è in grado di plasmare il corso delle cose e la realtà percepita a propria volontà. In questo senso la mafia dei colletti bianchi ha molto in comune con una loggia massonica che conti tra i suoi componenti personaggi importanti di vari settori della società (economia, politica, giornali e tv) capaci di agire in catena gli uni rispetto agli altri e quindi di manipolare l'andare degli eventi.
Se, abbiamo detto, raramente la mafia dei colletti bianchi ricorre al delitto di stampo mafioso classico, grazie al suo controllo tentacolare sul territorio e le istituzioni, essa è nondimeno in grado di far patire alle proprie vittime sofferenze tra le più atroci proprio perché contamina come un cancro tutti quegli organi ai quali la vittima per prima si affida per avere protezione e giustizia. Solo sperimentando questo meccanismo se ne possono intuire il dolore e la rabbia che ne conseguono, ma ciò implica di essere finiti appunto nel mirino di questa borghesia mafiosa. Chi avesse la fortuna di rimanerne illeso dovrà necessariamente fare uno sforzo di comprensione per intuire seppur molto lontanamente la frustrazione che si può provare quando, mentre il martello della malavita preme su di noi e le nostre famiglie, tribunali, giornali e forze dell'ordine cui ci appelliamo si mettono a ricoprire il ruolo dell'incudine complice contro cui essere schiacciati.
Una cosa questa nuova malavita e le mafie classiche del Sud Italia l'hanno però in comune: la capacità di produrre omertà. La mafia dei colletti bianchi è riuscita a creare un circolo in cui, silenziosamente, tutti sanno, tutti conoscono, ma nessuno va oltre il bisbiglio, lo sguardo abbassato, l'allusione. Ufficialmente nulla di male accade nel circuito economico-politico-giudiziario-mediatico in cui essa si inserisce, ma di fatto è possibile scovare, con fatica e discrezione, molte storie di minacce, pressioni, intimidazioni, deviazioni di indagini.

Prosegue...