lunedì 2 marzo 2015

Centri commerciali, i templi del Nulla



Visitare un centro commerciale è un'esperienza che permette di prendere atto di molte delle decadenze e delle contraddizioni della società occidentale.
E' infatti sin troppo evidente come, soprattutto nei giorni festivi, questi veri e propri villaggi della spesa siano diventati luoghi (campi?...) di concentramento di una massa di persone del tutto sconnesse tra loro, incapaci di socializzare, e per le quali lo spendere del denaro non costituisce più un mezzo per ottenere un'esistenza decorosa, ma il fine stesso dell'esistenza.

L'impatto visivo propone già qualcosa di inaspettato e di incomprensibile per chi non è abituato a frequentare questi gulag dello spirito in cui gli utenti si autodeportano per andare incontro al proprio, graduale sterminio interiore.
L'abbigliamento dei frequentatori non è simile a quello di coloro che passeggiano all'aperto per strada o per i negozi del centro cittadino. Indipendentemente dalla moda di riferimento (vi si incontra di tutto, dal dandy al punk, dallo sfattone alla femme fatale) i dettagli sono sempre grotteschi, esagerati, sproporzionati rispetto al tutto e privi di qualsiasi armonia e ricerca del bello. Si passa quindi dai pantaloni troppo calati a quelli troppo corti, dalle giacche letteralmente strizzate e poi usate a mo' di sciarpa, ai cappelloni sia per uomini che per donne, le ragazze vestite non tanto come se dovessero comprare ma come se volessero vendersi, modi di abbigliarsi e conciarsi di un sesso usati indifferentemente dall'altro, famiglie vestite meglio del sottoscritto il giorno del proprio matrimonio solo per fare la scorta di alimentari, immigrati nordafricani griffati più degli autoctoni e le rispettive mogli che sfoggiano un velo all'ultima moda dalla chiara contaminazione occidentale negli stili e nei tessuti, italiani che al contrario fanno propri in modo grottesco e folkloristico i modi di abbigliarsi stranieri, e via dicendo.
Accanto a queste storture sorprende l'elevatissimo numero di cani, talvolta più di uno per ogni padrone e portati a spasso in un carrello della spesa appositamente preso, tutti pulitissimi, col pelo pettinato e lucido, con collari e pettorine in bella mostra come abiti firmati. Viene naturalmente da chiedersi se un proprietario di cani che si sente in obbligo di portare la propria creatura in giro il sabato o la domenica in un centro commerciale sia davvero il “padrone” o se, alla luce della mancanza di libertà di movimento mostrata, non sia piuttosto sottomesso all'animale.

Queste assurdità, questi ribaltamenti della logica e della Natura, sono però legati da un inquietante filo conduttore che le indirizza tutte verso un'unica direzione: la funzionalità al consumo senza confini.
L'antico uomo comunitario vedeva soddisfatti i propri bisogni interiori nell'interazione coi membri delle varie comunità di appartenenza - famiglia, località, nazione, religione, etc – e poteva limitare i consumi materiali ai soli bisogni oggettivi relegandoli quindi a una dimensione di finitezza. Le tensioni  verso l'infinito erano invece soddisfatte non solo coi legami comunitari di cui si è già detto ma anche con il proprio, personale cammino spirituale.
Oggi invece la spiritualità e le dimensioni comunitarie sono state distrutte, per cui l'uomo, confinato in un campo di concentramento materialistico, è condannato a cercare in questi angusti limiti la soddisfazione impossibile a bisogni che ormai sconfinano nell'illimitato. In buona sostanza si cerca nel consumo materiale la soddisfazione alla propria tensione all'infinito ed è ovvio che questa non potrà mai essere soddisfatta dal mero consumo.
Per mantenere l'illusione diventa quindi necessario per il sistema che ognuno esca da posizioni ancestralmente riconosciute per continuare a consumare sempre di più, nella vana speranza che il “prossimo acquisto” possa essere quello definitivo, quello che una volta e per sempre porterà pace al consumatore liberandolo da ogni ulteriore volontà di spesa.
Ed ecco quindi che, quando si è finito di consumare ciò che inerisce il proprio sesso, si inizia col consumare quanto inerisce il sesso opposto (maschi e femmine sempre più sovrapponibili nelle mode e nei caratteri)
Quando si è terminato di consumare ciò che è tipico della propria nazionalità, si comincia con quello delle nazionalità altrui (occidentali e immigrati).
E, all'estremo, quando non c'è più nulla da consumare nel campo della stessa specie vivente cui si appartiene, quella umana, si consuma ciò che riguarda un altra specie (la sovrabbondanza di cani con padroni totalmente sottomessi ai loro “bisogni”).

L'inversione di ruolo definitiva comprende tutte le precedenti e ne costituisce l'inevitabile epilogo. Non è più l'essere umano che consuma merci, ma ne è consumato. Non usa ciò che compra, ne è usato come semplice strumento che permette alla merce di esistere per un breve ciclo vitale funzionale al sistema capitalista e il denaro, sterco del demonio, diventa il nuovo dio.

I centri commerciali sono, nella funzione loro assegnata, i nuovi templi per l'inconsapevole adorazione del denaro e della nuova religione ufficiale dell'umanità: il culto del Nulla.


domenica 22 febbraio 2015

La mafia dei colletti bianchi - II parte





[Prosegue da Parte prima]
Parte seconda - Una storia di mafia: Angelo Funiciello
 
Una delle poche voci che si sono levate in questi anni e che, naturalmente e scientificamente (perché, ribadiamo, non si tratta di una stortura, ma di un sistema studiato per non funzionare) è stata ignorata sia dai media che dall'apparato giudiziario, è quella di Angelo Funiciello, imprenditore e concessionario auto della Ford. Dopo trent'anni di eccellente attività, nel 1999 l'ingegner Funiciello ha ricevuto l'invito da parte della casa madre, allora presieduta dal dottor Andrea Formica, a chiudere i battenti per cedere le due concessionarie da lui create (Fidauto a Bergamo e Padana Motor a Treviglio) a un personaggio indicato dalla stessa Ford Italia, un tale Lorenzo Busetti, autentico carneade del mercato automobilistico.
Si badi che l'invito della Ford Italia all'ingegner Funiciello a cedere l'attività non è stato cordiale ne “commercialmente corretto”. E' stato invece una truffa con una successione di pressioni, intimidazioni e forzature durate anni, arrivate al recesso esercitato dalla casa madre della concessione di vendita con due anni di preavviso e, come contrattualmente previsto, senza giustificazioni. Queste tribolazioni hanno condotto l'ingegnere e la moglie, signora Daniela Cavalli, a uno stress intollerabile tanto che nel 2007 la signora è stata addirittura colta da un tumore che l'avrebbe condotta due anni dopo alla scomparsa, tumore attribuito dai medici proprio a uno stress eccessivo che ne aveva consumato il fisico.
A conferma di quanto descritto prima a proposito della mafia dei colletti bianchi, occorre osservare la dinamica della vicenda giudiziaria del signor Funiciello. Il braccio di ferro in tribunale tra l'ingegnere e i suoi avversari inizia nel 2002 quando la Ford Italia presenta un'azione legale contro Fidauto e Padana Motor per ottenere conferma delle proprie azioni di recesso, mentre la famiglia Funiciello risponde citando Ford Italia, il signor Busetti e le concessionarie di cui quest'ultimo aveva nel frattempo acquisito il controllo per contestare proprio la legalità delle pressioni subite. Ne seguono processi e cause che restano tali quasi esclusivamente sulla carta perché per anni, di fatto, nulla si muove e al signor Funiciello non è dato avere risposte giudiziarie, men che meno risposte favorevoli.
Si osservino due fattori importanti. Il primo è che nel caso specifico la Ford Italia ha cercato di forzare alla vendita un decorato concessionario che in un trentennio aveva sempre portato a casa ottimi risultati (tanto da meritarsi diversi premi) per cedere le sue note concessionarie a un personaggio – Busetti – del tutto digiuno di vendite auto, il che è apparentemente illogico. Il secondo è che mentre Funiciello si trova in questa morsa, centinaia di altri concessionari Ford sono i tristi protagonisti di vicende del tutto analoghe, il che è ancora più illogico.
In quegli anni sembra che dalla bergamasca alla Sicilia la politica della Ford Italia sia quella di smantellare un efficiente apparato di vendita e assistenza per mettere al posto di venditori capaci dei parvenu inventati dalla sera alla mattina.
E allora ci si deve porre la fatidica domanda alla base della giurisprudenza dell'antica Roma: cui prodest? A chi giova un simile fatto? In prima battuta, si potrebbe dire, proprio ai venditori inventati, quelli che la Ford Italia indica affinché subentrino nelle concessioni ai rivenditori storici. Ma a che scopo affidare l'intera rete di vendita nazionale a persone inesperte? Negli anni successivi a questa politica infatti la Ford perde quote di mercato importanti e le vendite scendono quasi del 50%. E allora di nuovo, cui prodest? Perché la Ford ha attuato un suicidio commerciale a vantaggio di rivenditori improvvisati? Se seguissimo semplicemente la logica non sarebbe possibile trovare una risposta sensata. Non possiamo che affidarci all'intuizione e, laddove non è possibile vedere l'aria, seguire i movimenti delle foglie per capire da che parte tira il vento.
E così quello che sappiamo di fatto è che il dottor Formica, presidente della Ford Italia all'epoca dei fatti e regista della politica aziendale suddetta, una volta esauritasi la stessa è diventato vice presidente della Toyota Europa, una casa concorrente che ha ragionevolmente beneficiato dell'arretramento della Ford. A questo si aggiunga una più generale politica delle case automobilistiche in Italia, una politica che si sta naturalmente intingendo di metodi mafiosi come Funiciello stesso ha messo in luce in uno dei documenti da lui prodotto, la “Lettera aperta a tutti i cittadini italiani” del marzo 2008. Nulla in proposito può essere più esaustivo della citazione di un suo passaggio, “[...] si deve tener presente che le Case automobilistiche hanno un enorme coinvolgimento di interessi commerciali e finanziari, anche di bilanci e di quotazioni in Borsa. Con il facile riciclaggio mafioso nelle vendite di auto così organizzate, si possono agevolmente effettuare grandi numeri delle cosiddette “Km zero”, ampliando sensibilmente i valori di fatturato con vendite fasulle, con illeciti effetti positivi per le Case stesse, in Borsa e nell’immagine”.
In tutto questo il signor Funiciello ha vissuto il drammatico copione scritto per le vittime di mafia dai colletti bianchi e descritto nella prima parte di questo articolo. L'ingegnere si è rivolto alla magistratura invano. Gli avvocati cui si è affidato, professionisti di grido, indicati anche da personaggi celebri per dure posizioni contro l'illegalità, hanno tergiversato intorno alla questione, quasi fossero disinteressati al successo della causa. I tribunali hanno stancamente esaminato i fatti tanto più che le cause accorpate in un'unica procedura dal tribunale di Roma ai primi mesi del 2010, dopo otto anni dalla loro presentazione, sono ancora in fase istruttoria, di escussione dei testi.
Il protrarsi delle cause legali, la perdita delle aziende e di più che tutto il patrimonio familiare, inducono Funiciello a giocare la carta mediatica, tentando di far conoscere la propria vicenda tramite i media. Ma ovviamente giornali e televisioni si sono voltati dall'altra parte all'invio dei suoi comunicati. E' bene evidenziare che i media contattati da Funiciello non hanno semplicemente dato una risposta negativa alle sue richieste di pubblicazione ma hanno del tutto ignorato le sue segnalazioni con il silenzio.
L'ingegnere non ha avuto più fortuna con la politica. Il signor Funiciello ha cercato l'aiuto dei politici del territorio confidando in un supporto e in un'eco mediatica maggiore. Ma anche in questo caso non si è concluso niente. Dopo un incontro con Mario Borghezio e una sua interrogazione scritta al parlamento europeo nel gennaio 2004, lo stesso europarlamentare leghista ha scaricato in un secondo incontro Funiciello, che verrà bistrattato da quel momento anche da altri politici.
Solo il giornalista indipendente Stefano Salvi, titolare del video blog www.sisalvichipuo.it, gli ha dedicato per un certo periodo la giusta attenzione conducendo autonomamente l'inchiesta “Ford Italia Affaire” e pubblicando sulla sua testata una serie di servizi sulla vicenda.
Ormai stanco, privato in modo violento dell'amata consorte, ignorato dai politici, dai giornalisti, dai suoi stessi avvocati, dopo aver perso casa e attività, Angelo Funiciello ha deciso recentemente di iniziare a fare da sé. Ha inaugurato l'iniziativa culturale Funigiglio che ha dato il nome anche al sito-blog che la ospita, www.funigiglio.net, dove ha raccolto materiali sulla propria tragedia personale e sul quale aggiorna costantemente la sua ricerca sulle mafie coi suoi articoli. Ha inoltre prodotto una serie di documenti e lettere aperte sul tema molto importanti sia sulla sua storia che sul male sociale causato dalla mafia dei colletti bianchi.
Ormai disincantato e privo di fiducia nel sistema, Angelo Funiciello oggi crede che solo una rinata coscienza civile dei liberi cittadini possa gettare le basi per una vera rivoluzione che abbatta questo stato di cose, pertanto dedica le sue energie a un lavoro di informazione fuori dai canali tradizionali e che privilegia il passaparola su Internet grazie a blog, forum e Facebook.

Collegamenti per approfondire la questione

sabato 14 febbraio 2015

La mafia dei colletti bianchi






di Simone Boscali


Parte prima - Una nuova criminalità

Le parole “Mafia”, “Camorra”, “Sacra Corona Unita”, “'Ndrangheta”, stanno iniziando ad avere una funzione negativa. Certo esse da sempre indicano le più celebri tra le organizzazioni malavitose ufficiali del nostro Paese, per cui dietro i loro nomi non c'è mai stato nulla di bello e buono.
Ma col passare degli anni hanno finito, indipendentemente dalla volontà di chi le utilizza, per assumere una funzione pericolosamente paralizzante per la gente. Infatti quando sentiamo pronunciare la parola “Mafia”, quando sentiamo pronunciare la parola “Camorra”, subito la nostra mente corre alle organizzazioni criminali della Sicilia o della Calabria. Organizzazioni che hanno un certo modus operandi, una certa storia, persino della tradizioni, per quanto spaventose. Intorno ad esse, grazie alla cinematografia, si è creata una vera mitologia. Quando giornali e televisioni ci parlano delle loro ramificazioni nel nord Italia o all'estero continuiamo a percepire questi fenomeni come delle tenui appendici delle organizzazioni principali, quasi delle semplici filiali di una sede centrale che resta comunque attaccata a un certo territorio, a una certa organizzazione, insomma a una certa immagine.
E il problema è proprio questo. L'immagine che abbiamo della malavita organizzata nel nostro Paese è tale che il linguaggio ha paralizzato la nostra possibilità di percepire qualcosa di nuovo che nel frattempo ha messo le radici fuori dai tradizionali seminati. Quando sentiamo parlare di “malavita organizzata” pensiamo alla Mafia, alla Camorra e quando sentiamo parlare di Mafia, di Camorra, nella nostra mente prende subito corpo l'immagine che di quei fenomeni ci siamo costruiti e siamo del tutto incapaci di associare i termini a un nuovo tipo di criminalità.
Una criminalità a sua volta organizzata, che hai i suoi capi cosca e i suoi collaboratori capillarmente diffusi nei settori chiave del territorio in cui opera. Ma a differenza della Mafia dei Provenzano, dei Riina, dei Corleonesi, a differenza della Camorra dei Casalesi, dei Santapaola, questa è una mafia, è una camorra con le iniziali minuscole perché poco ha a che vedere con le illustri controparti del Mezzogiorno. Si tratta di una criminalità di nuovo tipo, più moderna, certo, persino più aggressiva e finanche “raffinata” nei modi e nelle vesti sotto cui si presenta.
E' la nuova criminalità italiana del ventunesimo secolo, la “mafia dei colletti bianchi”.
Per cominciare a capire di cosa stiamo parlando, diciamo che questa nuova forma criminale agisce soprattutto nel nord Italia. In questo senso commette una prima “violazione” di quel linguaggio di cui si parlava all'inizio perché oggi la gente che senta parlare di mafia fatica realmente a pensare a qualcosa di radicato nel Settentrione. Di conseguenza fatica ad afferrare il problema ed a crearsi la coscienza necessaria a risolverlo. A chiarire invece la grave portata di questo fenomeno basterà una cifra: 130 miliardi di € l'anno, ossia il suo volume d'affari secondo il presidente della Commissione Nazionale Antimafia, senatore Giorgio Pisanu [2011].
Abbiamo detto inoltre che questa è una mafia dei colletti bianchi. Si tratta infatti di una malavita che trova i suoi cervelli nella ricca borghesia del nord Italia, una classe imprenditoriale che, nel momento in cui è degenerata verso metodi criminosi, è diventata prenditoriale. Una vera borghesia mafiosa lontana dallo stereotipo del latitante siciliano o campano, braccato per anni dalle forze dell'ordine e ritirato discretamente in tenute fuori mano per sfuggire alla cattura, o da cinematografici padrini al cui passaggio la gente omertosa si leva il cappello fingendo di non sapere chi sia.
Questa mafia prenditoriale è estremamente radicata sul territorio e nella società. Laddove decide di mettere radici non esiste luogo chiave o istituzione che sfugga all'infiltrazione di suoi uomini, siano essi fidati “dirigenti” dell'organizzazione o vili “galoppini”. Questura, Prefettura, Sanità, giornali, televisioni, amministrazioni locali, Tribunali sono il suo naturale terreno di coltura. E' per questo motivo che la mafia dei colletti bianchi raramente ha bisogno di utilizzare sicari ed esecutori di omicidi e pestaggi che per lei costituiscono solo l'ultima risorsa (che pure non disdegna in caso di bisogno). Essa infatti è paradossalmente in grado di contrapporre a chi volesse sfidarla tramite i canali classici della Giustizia e dell'informazione proprio il potere della Legge e della disinformazione piegati alla propria volontà. Direttori di giornali che si voltano dall'altra parte quando ricevono un comunicato; procuratori che hanno sempre altre inchieste da portare avanti rimandando all'infinito le specifiche denunce delle vittime di questa mafia; avvocati di parte civile che nel disinteresse del proprio cliente girano intorno alla questione senza mai affondare il coltello; prefetti e questori sordi; parlamentari eletti sul territorio che incontrano demagogicamente le vittime facendo solenni promesse di aiuto e poi non portano avanti alcuna battaglia politica seria che non vada oltre sterili proclami generici e “mediaticamente” corretti. Tutto questo non avviene per caso, ma è il frutto scientificamente programmato di un'autentica regia. Come dicevamo questa mafia moderna, efficiente e, si badi bene, intelligente, raramente ha bisogno di sporcarsi le mani, di uccidere qualcuno, di piazzare bombe, di mandare loschi individui a fare minacce maldestre. Non le è affatto necessario perché è in grado di plasmare il corso delle cose e la realtà percepita a propria volontà. In questo senso la mafia dei colletti bianchi ha molto in comune con una loggia massonica che conti tra i suoi componenti personaggi importanti di vari settori della società (economia, politica, giornali e tv) capaci di agire in catena gli uni rispetto agli altri e quindi di manipolare l'andare degli eventi.
Se, abbiamo detto, raramente la mafia dei colletti bianchi ricorre al delitto di stampo mafioso classico, grazie al suo controllo tentacolare sul territorio e le istituzioni, essa è nondimeno in grado di far patire alle proprie vittime sofferenze tra le più atroci proprio perché contamina come un cancro tutti quegli organi ai quali la vittima per prima si affida per avere protezione e giustizia. Solo sperimentando questo meccanismo se ne possono intuire il dolore e la rabbia che ne conseguono, ma ciò implica di essere finiti appunto nel mirino di questa borghesia mafiosa. Chi avesse la fortuna di rimanerne illeso dovrà necessariamente fare uno sforzo di comprensione per intuire seppur molto lontanamente la frustrazione che si può provare quando, mentre il martello della malavita preme su di noi e le nostre famiglie, tribunali, giornali e forze dell'ordine cui ci appelliamo si mettono a ricoprire il ruolo dell'incudine complice contro cui essere schiacciati.
Una cosa questa nuova malavita e le mafie classiche del Sud Italia l'hanno però in comune: la capacità di produrre omertà. La mafia dei colletti bianchi è riuscita a creare un circolo in cui, silenziosamente, tutti sanno, tutti conoscono, ma nessuno va oltre il bisbiglio, lo sguardo abbassato, l'allusione. Ufficialmente nulla di male accade nel circuito economico-politico-giudiziario-mediatico in cui essa si inserisce, ma di fatto è possibile scovare, con fatica e discrezione, molte storie di minacce, pressioni, intimidazioni, deviazioni di indagini.

Prosegue...



domenica 8 febbraio 2015

Fratello maschio, perché?



E' successo all'improvviso. Una sera come tante altre, rientrando a casa dal lavoro, ho osservato la solita, triste teoria di ragazze giovani e sicuramente di ogni nazionalità ai lati della strada che si prostituivano.
Non so quante lo facciano con coercizione e quante per scelta, non so quante lo facciano volentieri e quante invece maledicano ogni singolo cliente che si presenta loro.
Quello che so è che all'improvviso il mio sentire verso di loro improvvisamente, solo poche sere fa, è mutato.
Dall'insensibile ingenuità giovanile che me le faceva sembrare quasi uno spettacolo vivente, con le gambe scoperte e i modi provocanti, all'indifferenza rassegnata della maturità, sono ora approdato a qualcosa di nuovo, di diverso e che causa sofferenza. Vedendole per la prima volta ho provato compassione.
Compassione significa sostanzialmente “soffrire con”. Certamente è presuntuoso da parte di un maschio che non ha mai nemmeno lontanamente potuto comprendere quel mondo pensare di poter capire quale sofferenza provino le giovanissime ragazze che ogni sera, ogni notte devono calcare i lati delle strade per soddisfare... chi? Adolescenti coi brufoli alla disperata ricerca di una “prima volta” che non ottengono dalle coetanee? Magari. Soddisfano padri di famiglia. Uomini nel fiore degli anni e delle potenzialità che hanno tutte le possibilità, ma che dico, hanno il dovere di cercare l'Amore come si deve. Anziani che provano ormai repulsione per il corpo decaduto della compagna di una vita e non vogliono credere che il disfacimento ha ormai colpito anche loro e pur di non accettarlo sono disposti a sottrarre tempo alla moglie o ai nipotini pagando una giovane prostituta affinché almeno lei, quel disfacimento, non lo veda.
Perché il denaro, se non tutto, compra molte cose.
No, un maschio non potrebbe capire in mille anni la sofferenza cui una giovane donna è sottoposta durante una simile vita. Ma è proprio quello che ho iniziato a provare dentro di me a darmi lo stimolo per questa riflessione. Se vedendo tutte quelle giovani posso soffrire, devo anche chiedermi allora quanto grande sia per esse una simile sofferenza moltiplicata per cento, per mille. Le speranze di una vita frustrate, le delusioni, le violenze, le minacce, la droga, il caldo, il freddo, le umiliazioni, il disgusto, il disincanto e poi l'odio che cresce verso il genere maschile, verso il genere umano che sembra tutto concentrato a far loro del male anziché capire la loro sofferenza e offrire un abbraccio, una via d'uscita.
E mi chiedo perché il primo responsabile di questa carneficina interiore, il mio fratello maschio, non si ponga lo stesso problema, mi chiedo perché non la smetta di causarlo, il problema.
Se lo scopo di una prestazione sessuale con una prostituta è il godimento, il mio fratello si è mai chiesto se il prezzo pagato valga veramente quell'atto? No, non sto parlando del prezzo in denaro. Parlo del prezzo che lui e lei stanno pagando a un livello diverso, più profondo. Lei, una volta di più sfruttata, umiliata, condannata, magari per il maggior guadagno di uno sfruttatore. Lui una volta di più esausto, prodigo nel gettare al Nulla le sue migliori energie, un passo più vicino a una Morte insulsa. Mi chiedo perché il mio fratello, dopo averla caricata in macchina, non provi a guardarla negli occhi, magari anche solo un attimo prima di aver commesso quell'errore per il quale non c'è rimedio, per vedervi qualcosa in più di un oggetto sessuale. Perché se il piacere che il mio fratello ricerca è solo per se stesso, la donna ai suoi occhi non può essere nulla più che un'attraente mano con cui farsi masturbare e l'atto che consuma con lei ha la pura essenza dell'individualismo.
E lei, lei a sua volta svuotata delle potenzialità con le quali era venuta in questo mondo, costretta a chiedersi se è davvero quello tutto ciò che può fare nella vita e se là in strada non vi sia nessuno che possa cercare in lei qualcosa di più. Stuprata nell'anima, se non è già uno stupro quello nel corpo.
Mi chiedo come possa il mio fratello non provare uno schiacciante senso di colpa per tutto questo. Come possa non alzarsi nel cuore della notte, incapace di prender sonno, e correre da lei a chiederle “scusa”. E magari portarla da qualche parte a prendere un caffè bollente per ascoltare quello che ha da dire. Se quel mio fratello maschio è nato eroe può decidere di non riportarla più in strada. Altrimenti, se non potrà salvarla così da un momento all'altro, sarà stato un primo, piccolissimo passo per lui e per lei, un passo che fa già parte del viaggio. Lui ha capito che lei non è un oggetto. E lei... la stessa cosa.

Perché, fratello maschio, non puoi fermarti un attimo a riflettere su questo, perché non puoi capire che i tuoi atti non si esauriscono in te stesso ma possono disastrosamente ricadere su qualcun altro?
Perché non puoi avere fede in lei, credere che come già una Donna ha fatto duemila anni fa, anche lei non possa portare e portarti qualcosa di grande?

venerdì 23 gennaio 2015

Ringiovanire il mondo – Manifesto per una nuova comunità



Comunicato stampa

Ringiovanire il mondo – Manifesto per una nuova comunità

«Ringiovanire il Mondo per non morire in questa Gabbia d’acciaio e per tornare a vivere un’esistenza autentica, degna delle potenzialità del genere umano!»

Venerdì 30 gennaio 2015 alle 20.45, presso la sala Galmozzi della biblioteca Caversazzi di Bergamo in via Tasso 4, Caposaldo offrirà come primo evento del nuovo anno l'incontro dal tema Ringiovanire il mondo – Manifesto per una nuova comunità.
Relazionerà il primo firmatario di questa iniziativa, il docente e filosofo Diego Fusaro, che presenterà secondo il suo consueto stile avvincente le Undici Tesi del Manifesto Ringiovanire il mondo. Un documento redatto per proporre un nuovo progetto filosofico-culturale che non solo sia radicalmente alternativo all'attuale sistema capitalista e al nichilismo dominante, ma che veicoli anche solide proposte alternative per la ricostruzione della comunità. Contestualmente saranno presentati il sito internet dedicato all'iniziativa e curato dall'associazione Caposaldo – www.ringiovanireilmondo.it - e l'ultimo libro di Fusaro, Il futuro è nostro – Filosofia dell'azione, edito da Bompiani.
Seguirà l'intervento di Orazio Maria Gnerre, già coordinatore del gruppo politico Millennium, che, sulla scorta della proposta di Fusaro illustrerà l'iniziativa da lui condotta sia in Italia che oltre i confini nazionali del Partito Comunitarista Europeo, cercando di tradurre in un programma più squisitamente politico quanto espresso nelle Undici Tesi.

Modera il tavolo Paolo Bogni di Caposaldo.

Evento Facebook: http://tinyurl.com/lbwsvnk.

Diego Fusaro, 1983, è ricercatore e docente di filosofia presso l'università San Raffaele di Milano. Allievo del grande filosofo marxista e comunitarista Costanzo Preve, Fusaro si è distinto per una fertilissima produzione saggistica molto conosciuta della quale ricordiamo Bentornato Marx! Rinascita di un pensiero rivoluzionario, 2009, e Minima Mercatalia. Filosofia e capitalismo, 2012. Il suo successo l'ha poi portato a numerose apparizioni televisive. Ha rilanciato il pensiero anticapitalista castrando la falsa e superata dicotomia destra-sinistra, per un'Europa di patrie sovrane e solidali.

Orazio Maria Gnerre è coordinatore del movimento politico Millennium che ha nei mesi scorsi cominciato una collaborazione con Caposaldo. Proprio in queste settimane ha invece avviato l'ambizioso progetto internazionale del Partito Comunitarista Europeo. Studioso di politica internazionale e geopolitica, oltre ad aver visitato e conosciuto da vicino l'Iran, si è recato diverse volte nel Donbass nell'ultimo anno di guerra insieme a una delegazione del proprio gruppo incontrando i resistenti russi venendone riconosciuti come interlocutori per l'Italia.

Nata come coordinamento di movimenti e associazioni legati da una comune battaglia Caposaldo costituisce ora un'associazione che raccoglie le esperienze e le sensibilità personali di militanti di diverse provenienze. Scopo del movimento è la lotta contro il sistema capitalista e il Nuovo Ordine Mondiale con la messa in campo in particolare di momenti di controinformazione, volantinaggi e incontri di approfondimento. La varietà originale degli associati consente di trattare il tema da diverse prospettive, dall'economia alla politica, dalla spiritualità all'ecologia.

Per informazioni:
  • Simone Boscali, cell. 3314298972