sabato 11 giugno 2016

Prima di giustificare, prima di condannare. La violenza sulle donne



In ogni persona di coscienza, gli episodi di violenza suscitano naturalmente rigetto e cordoglio, orrore e rabbia. E quanto più sono deboli e indifese le vittime, rispetto ad aggressori sempre più brutali, tanto più crescono le sensazioni di disprezzo.
E' normale quindi che di fronte ai casi di violenza sulle donne1, indipendentemente dalle condizioni in cui viene lasciata la vittima – uccisa o meno – la pubblica opinione si stracci le vesti.

Come è tipico della (in)civiltà occidentale accade tuttavia che nella filiera di notizie, dibattiti, approfondimenti, commenti su questi brutti fatti di cronaca, finisca inevitabilmente per mancare il pezzo più importante dell'analisi.
Vale a dire, in omaggio alla totale incapacità dell'occidente di interrogare e problematizzare se stesso, non ci si chiede mai perché si arrivi a queste barbare violenze dell'uomo sulla donna, quasi queste violenze fossero un corpo estraneo rispetto alla nostra società, un elemento inserito a forza dall'esterno e non piuttosto un prodotto endogeno.

Non è certamente cosa facile capire perché oggi, probabilmente più che in passato, una donna sola debba continuamente guardarsi le spalle mentre cammina, magari anche in luoghi frequentati e percorsi da altre persone, ben sapendo che in caso di pericolo nessuno le verrà incontro.
Ma possiamo dire con ragionevole certezza che questa motivazione risiede nell'aggressore, nel maschio ed è in lui che dobbiamo, con distacco e razionalità, cercare cosa vi sia che non va, cosa lo spinga a a violare e massacrare colei che dovrebbe invece essere l'oggetto della sua protezione, la destinataria del suo amore.
Perché se un uomo, in assenza di una vera patologia, arriva a comportarsi in maniera così diametralmente opposta alla propria natura è probabile che egli stesso sia stato vittima di una violenza in passato... una violenza certo di altro tipo, ma altrettanto profonda e, soprattutto, condizionante.

Lo stupro, il femminicidio non sono corpi estranei rispetto all'occidente. Ne sono invece il naturale e inevitabile prodotto nel momento in cui l'identità maschile è stata a sua volta “stuprata” dalla cultura in cui vive.
Oggi tutto ciò che è “maschio”2 è costantemente deriso, marginalizzato, additato come comportamento sessista o, con un linguaggio politicamente corretto, “stereotipo di genere”.
Chi volesse esprimere cavalleria nei comportamenti, o dirottare un conflitto sul piano fisico della forza, che è cosa ben diversa dalla violenza, chi volesse un po' di sana competizione, che a sua volta è lontana dalla competitività individualista del sistema, oggi è fuori posto e non ha come esprimere se stesso nei confronti del proprio simile maschio e del gentil sesso3.
La società vuole che le più normali espressioni di virilità siano in tutti i modi neutralizzate, represse, e che il maschio si tramuti in un essere sempre più etereo, indistinto, che spinga la propria comprensione dell'universo femminile sino a una pericolosa osmosi e confusione con lo stesso.

Ma la psiche umana ha i propri meccanismi di difesa e rigetto e così, ancora più a monte, la Natura ha i suoi modi, tendenzialmente brutali, per ribellarsi alla contro-natura.

Un maschio costantemente fuori posto sin dai tempi della scuola, dell'asilo, può accumulare frustrazione e repressione sino a un certo limite. Qualcuno col tempo impara a coesistere con questa dimensione. Qualcun altro, più elevato, trova il modo di sublimarla sottilmente. Ma una minoranza di elementi non trova vie di fuga e di controllo per cui a un certo momento la tempesta deve trovare un'altra strada... la strada peggiore, quella della quale leggiamo spesso le cronache sui giornali e sui notiziari in rete o che sentiamo alla tv.

Mi si perdoni l'apparente mancanza di tatto, perché in realtà non voglio prendere in esame il singolo caso concreto, ma la situazione generale, ma non ha alcun senso lamentarsi e gridare di dolore per dei drammi che ci siamo prodotti da soli. Non si possono creare stupratori e pretendere che si comportino da eroi del Romanticismo. Non si possono creare stupratori e sperare che non stuprino...

La parte peggiore è quella che infine si consuma a fatti avvenuti. Del tutto incapace di mettere in discussione se stesso, l'occidente, nella sue sovrastrutture (scuola, media, governi, associazioni a tema, etc) spera di risolvere il problema della violenza contro le donne non con un cambiamento di paradigma che riscopra il valore dei sessi e il loro equilibrio naturale (che è simbiotico e non osmotico) ma al contrario reiterando quegli stessi meccanismi repressivi della natura che hanno prodotto la violenza.
Di fronte allo stupro la classe dirigente, non solo politica, ma anche medico-psicanalitica, è incapace di rivedere il modello di educazione maschile e si riduce all'imposizione di un generico quanto sterile “rispetto” per l'alterità femminile4 non riscoprendo la virilità, che per una semplice questione di onore impone la sacralità della donna, ma al contrario mortificandola ancora di più attraverso improbabili ideologie di genere e decostruzione di presunti stereotipi.
La società occidentale è in fondo anche impossibilitata a condannare e arginare la violenza sessista perché essa stessa è una società che si regge sulla violenza e, in modo strisciante, deve invece giustificarla. Chi vuole esprimere una condanna contro un femminicidio non è coerente se su un altro versante permette e incoraggia sottobanco per esempio il bullismo. Una forma di violenza, quest'ultima, altrettanto odiosa perché attuata dai palesemente forti contro i drammaticamente deboli sin dalla tenera età e che ha lo scopo di insinuare nella popolazione l'idea di far parte di un insieme di paesi legittimati a usare la violenza sulle nazioni a loro volta più povere e indifese.

La ragion d'essere di questo articolo non sta nel voler proporre in una manciata di minuti la formula magica per eliminare la violenza maschile dalla società. Si vuole invece evidenziare la paurosa contraddizione della società stessa, che di fronte agli sbagli dei propri figli non sa assumersene la colpa, nel nome del più sfacciato individualismo. E' una società che non sa interrogarsi perché concentrata sul presente edonistico e godereccio. Non guarda al futuro perché non le interessa ed è allora condannata a non averne uno, riproducendo sistematicamente quelle dinamiche autodistruttive di cui si è parlato.

Non si straccino le vesti le femministe di retroguardia, o i paladini dei diritti civili, solo perché la loro condizione privilegiata gli fornisce parecchi ricambi d'alta moda nel guardaroba: gli stupratori, e le donne vittime di stupro, sono i lori figli e le loro figlie.
Ma pare non se ne rendano conto.


1Non interessa qui approfondire se i casi di femminicidio o stupro siano effettivamente in aumento o se la loro crescita apparente sia solo il frutto di una maggiore eco mediatica. Interessa solo la comprensibile reazione per i fatti che effettivamente si verificano.
2E lo è in base alla Natura, soggetto che non deve giustificare se stesso, pertanto non è lecita alcuna discussione in proposito
3Attenzione a usare questo termine perché a sua volta costituisce stereotipo...
4Come se uno stupratore già non sapesse, in teoria, che una donna va rispettata, un concetto che ha ben chiaro ma che non ha assolutamente intenzione di seguire

martedì 29 marzo 2016

Lavoro salariato, piccola impresa e capitalismo: la schiavitù del nuovo ordine mondiale

Comunicato stampa



Una disamina dell'attacco a lavoro salariato e piccole imprese da parte del sistema capitalista



«Lavoro salariato, piccola impresa e capitalismo: la schiavitù del nuovo ordine mondiale»



Venerdì 8 aprile, ore 20,45, presso la sala conferenze dell'oratorio di San Francesco in Bergamo (ingresso da via Pola), con l'associazione Caposaldo si discuterà dell'attacco condotto negli ultimi anni dal sistema capitalista contro i ceti subalterni in maggiore sofferenza, il lavoro salariato e la piccola impresa.

A presentare la questione e le vie d'uscita saranno il professor Diego Fusaro, filosofo e docente universitario, e Paolo Bogni, presidente di Caposaldo.



Modera il tavolo Simone Boscali.



Negli ultimi decenni il sistema economico mondiale, sempre più centralizzato anche grazie a organismi che scavalcano le sovranità nazionali privando i paesi di ogni difesa delle proprie economie, ha attaccato salari, diritti e possibilità di occupazione per i lavoratori dipendenti. Ma ha anche definitivamente spinto fra i ceti sofferenti e sottomessi quella piccola impresa che, soprattutto in Italia, ha a lungo goduto di un certo benessere e, a livello culturale, della falsa coscienza di appartenere alla classe dominante.

La concentrazione di sempre maggior ricchezza in sempre meno persone tutte egualmente a capo di banche e multinazionali sta via via rafforzando un'oligarchia mondiale che ha ormai in pugno un modello economico ingiusto capace di scavalcare ogni autorità politica in termini di decisioni.

Caposaldo si pone l'obiettivo, con questo momento di condivisione, di promuovere la lotta a questo modello rivolgendo le proprie proposte proprio ai gruppi in maggiore sofferenza, lavoratori e piccoli imprenditori.



L'ingresso è libero e gratuito.



Evento Facebook su: https://www.facebook.com/events/580599182105494/

 



Diego Fusaro, 1983, è ricercatore e docente di filosofia presso l'università San Raffaele di Milano. Allievo del grande filosofo marxista e comunitarista Costanzo Preve. Ha rilanciato il pensiero anticapitalista castrando la falsa e superata dicotomia destra-sinistra, per un'Europa di patrie sovrane e solidali.



Paolo Bogni è da anni impegnato a studiare autonomamente le dinamiche del sistema monetario e bancario. Presidente di Caposaldo, è coautore del Manifesto di Anticapitalismo.it, il movimento originale da cui ha preso le mosse una lunga serie di conferenze sul tema del signoraggio e dell'usura bancaria e da lui presentate con successo in tutta la Lombardia.





Nata come coordinamento di movimenti e associazioni legati da una comune battaglia Caposaldo costituisce ora un'associazione che raccoglie le esperienze e le sensibilità personali di militanti di diverse provenienze. Scopo del movimento è la lotta contro il sistema capitalista e il Nuovo Ordine Mondiale con la messa in campo in particolare di momenti di controinformazione, volantinaggi e incontri di approfondimento. La varietà originale degli associati consente di trattare il tema da diverse prospettive, dall'economia alla politica, dalla spiritualità all'ecologia.



Per informazioni:

  • Simone Boscali, cell. 3314298972

    La locandina dell'evento


sabato 19 marzo 2016

Una storia "futuribile"... post festa del Papà


Una storia "futuribile"... post festa del Papà

Due compagne omosessuali decidono di acquistare una bambina con la pratica dell'utero in affitto. Le due donne sono ancora in età fertile e in salute, ma credono che se una portasse avanti una gravidanza sarebbe discriminante per l'altra e ne violerebbe i diritti di uguglianza, tanto che decidono di delegare non solo la gestazione ma anche il reperimento dell'ovulo a una donatrice esterna. Inoltre sono donne in carriera, facoltose, e non possono permettersi di sprecare nove mesi della propria vita col pancione senza contare il dolore e l'invasività per l'eventuale ricorso a pratiche di fecondazione assistita.

La bimba nasce e cresce con qualche difficoltà ma nella sua innocenza ha la fortuna di venir su senza traumi esterni al nucleo in cui vive. Quei bambini diseducati che vorrebbero emarginarla per il fatto di non avere dei veri genitori sono messi in riga da leggi severissime che arrivano all'affido ad assistenti sociali, rieducazione e carcere per i genitori. Ma la piccola incontra anche molti coetaniei luminosi, figli di coppie normali minoritarie ma estremamente compatti, che sanno accoglierla in modo sincero, e non per la paura della repressione pubblica, senza farle pesare la sua diversa provenienza.

Ma è la bambina stessa che col tempo sente crescere spontaneamente in sé questo peso. E' lei che si sente diversa da quei bambini così luminosi, da quegli indaco che hanno alle spalle la diversità, e quindi la ricchezza, data dalla complementarietà di due genitori, un papà e una mamma.

Le due donne con cui vive e che chiama meccanicamente "mamme" riescono comunque a lungo a sviare la questione e a convicere la piccola, che comunque amano, che anche lei e la sua "famiglia" sono normali, che non è per nulla necessario per la felicità e la luce di un figlio avere due genitori di sessi, pardon, di generi diversi.

La bimba non è cresciuta sola in quanto da un paio d'anni a farle compagnia in casa c'è una magnifica cagnetta di razza dalmata. La cagnetta cresce magnificamente e un giorno le due donne decidono di trovare un maschio dalmata per farla accoppiare e far nascere qualche cucciolo di razza pura da vendere per fare qualche soldo in più.
La piccola bambina non capisce bene perché il compagno della sua cagnolina debba essere un dalmata fatto allo stesso modo. Ci sono altre razze molto belle, incrociando la sua dalmata con un altro tipo di cane non nasceranno in questo modo cuccioli ancora più belli? Le diversità che si sintetizzano non saranno una forza per i piccoli cani? Ma la bambina, sempre nella sua innocenza, non immagina che le sue "mamme" non vogliono certo dei "bastardi" nella cuccia. Roba da proletariato e gente all'antica, mica li puoi vendere quelli.

Ma soprattutto la bimba non capisce perché la sua cagnetta debba per forza andare con un cane maschio. Lei è una femmina, le "mamme" sono femmine, la cagnolina è una femmina, non ci sono mai stati maschi in casa, è proprio necessario che il cane per l'accoppiamento sia maschio? In fondo è nata da due mamme lei, non ce l'ha un papà, non serve... giusto??!!

"No, figlia mia, ci vuole un maschio per far accoppiare la nostra cagnolina e avere dei cuccioli, coi cani due femmine non si può".

La nostra bambina si sente sempre meno sicura del mondo in cui vive, sempre meno radicata, sempre meno completa. Al contrario ha la sensazione crescente di aver subito un'amputazione, come se le fosse stato portato via un arto, come se qualcosa le mancasse.

E la risposta finale ai suoi dubbi, a dispetto di ogni amore effettivamente e sinceramente ricevuto, non tarda ad arrivare quando emerge il vero spirito che l'ha, malgrado tutto, portata alla vita.
La bambina non ha capito perché la sua cagnetta dovesse accoppiarsi con un cane maschio e non ha capito perché questo dovesse essere della stessa razza.
Ma ora che i cuccioli sono nati e che lei, insieme alla loro mamma cagnetta, li ha visti, accarezzati, tenuti nelle manine, non capisce perché debbano essere venduti, strappati troppo presto dal loro ambiente, dalla loro famiglia per denaro, non capisce perché siano stati creati solo per questo.

Non abbiamo il coraggio di mettere in bocca a due donne che si sentono madri certi pensieri, certe espressioni troppo dure. Sarà l'autore di questo racconto a esprimersi in proposito, poiché se avesse il coraggio di guardare la bambina negli occhi e di spiegarle la verità le direbbe: "Bambina mia, PENSI CHE CHI HA LA PRESUNZIONE DI POTER COMPRARE UN FIGLIO SI FACCIA PROBLEMI A VENDERE UN CANE?"







martedì 15 marzo 2016

Striscione pro Siria di Caposaldo



Comunicato stampa e video

Striscione di Caposaldo sulle mura di Bergamo in solidarietà alla Siria di Assad

Sabato mattina, 12 marzo, un gruppo di militanti dell'associazione Caposaldo ha esposto per alcuni minuti lungo le mura di Città Alta uno striscione in solidarietà con la Siria di Bashar al Assad e contro il terrorismo dell'Isis creato e sostenuto dagli Stati Uniti d'America.
L'azione si è tenuta verso le 9.30 del mattino all'altezza di Porta San Giacomo.
Questo il testo dello striscione:

Con Assad
Con la Siria
Contro l'Isis
Contro gli USA

Con questo gesto l'associazione ha manifestato la propria vicinanza al paese mediorientale aggredito ormai dal 2011 dall'Isis e da altri gruppi terroristici tutti diversamente sostenuti dal governo americano col benestare e la complicità di quelli europei.
Si è anche voluta manifestare la vicinanza alla figura del presidente Assad, indebitamente accusato in questi anni di ogni sorta di eccessi, senza mai considerare la solidità di cui gode grazie a un altissimo sostegno popolare. Un sostengo dovuto a una serie di politiche a difesa della sovranità nazionale, quelle stesse politiche che gli sono costate l'inimicizia dei potenti dell'Occidente il quale non ha esitato a travestire i peggiori criminali coi panni del fondamentalismo religioso per estromettere il presidente, tentando anche di mascherare maldestramente la cosa come “primavera araba”.
Solo in questi giorni la rovinosa guerra che la Siria sta sostenendo da quasi cinque anni sembra aver preso una piega positiva per Damasco anche grazie al prezioso aiuto dei suoi pochi ma decisi alleati, come il movimento di liberazione libanese Hezbollah, la Repubblica Islamica dell'Iran e la Federazione Russa.


Nata come coordinamento di movimenti e associazioni legati da una comune battaglia Caposaldo costituisce ora un'associazione che raccoglie le esperienze e le sensibilità personali di militanti di diverse provenienze. Scopo del movimento è la lotta contro il sistema capitalista e il Nuovo Ordine Mondiale con la messa in campo in particolare di momenti di controinformazione, volantinaggi e incontri di approfondimento. La varietà originale degli associati consente di trattare il tema da diverse prospettive, dall'economia alla politica, dalla spiritualità all'ecologia.

Per informazioni:
  • Simone Boscali, cell. 3314298972



giovedì 18 febbraio 2016

L'inconscio collettivo tra gender e unioni civili



Per iniziare questa riflessione occorre ricordare una mia personale esperienza educativa molto importante.
Sono cresciuto in una famiglia in cui in tempi decisamente non sospetti – quando parole come "culo" e "ricchione" si potevano dire senza essere messi alla forca, per quanto brutto fosse - sono stato educato al pieno rispetto delle persone omosessuali. Cosa che può apparire strana soprattutto per i tempi cui mi riferisco, è stato soprattutto il mio amato padre a educarmi a questa forma di rispetto sottolineando sempre come queste persone non facessero nulla di male e non togliessero niente a nessuno nel vivere la propria specificità.
A livello personale credo di aver iniziato a realizzare pienamente questo rispetto, sganciandomi quindi dalla semplice emulazione paterna, quando nel 1991 è morto Freddie Mercury, il cantante dei Queen, un gruppo che mio padre apprezzava molto. Proprio in quella circostanza ho iniziato ad ascoltare con passione le loro canzoni e a diventarne appassionato a soli dieci anni. Inizialmente opponevo ancora una certa resistenza all'idea che "Freddie" fosse gay e ingenuamente sottolineavo al mio babbo che in certi spezzoni di video o documentari su di lui avevo visto l'artista baciare qualche donna: "Visto papà? Non è culo! Ha baciato una donna". Ma la mia ingenuità di ragazzetto di dieci anni non poteva nascondere la realtà e alla fine il mio orgoglio maschile ha dovuto far spazio all'idea che il mio cantante preferito di allora (oltre che morto...) fosse gay. Può sembrare un passaggio banalissimo, ma nella mia mente adolescenziale è stato come spalancare una finestra. Se un omosessuale poteva creare delle canzoni così belle che ascoltavo senza sosta allora la saggezza proletaria di mio padre aveva ragione: gli omosessuali erano e sono persone da rispettare perché non facevano nulla di male e non toglievano niente a nessuno. Oggi aggiungerei che erano e sono persone, punto. E devono poter vivere la propria vita, intesa anche come vita di coppia con tutto quello che ne consegue a livello normativo, mentre la cara e vecchia educazione civica (che d'ora in avanti vorrei opporre all'ideologia razzista del gender) deve necessariamente tener conto di ogni personalità ed orientamento sessuale e sentimentale nell'educare i ragazzi.

Con questo sottofondo educativo sono cresciuto senza troppa sintonia con la maggior parte dei miei coetanei ma ho saputo accogliere il valore aggiunto della specificità che persone diverse – termine ormai bandito e condannato dal sistema perché vi si accosta un valore discriminatorio quando in realtà è solo una constatazione, diverso nei contenuti, uguale nella dignità – sapevano dare alla comunità. Ho quindi interiorizzato il "mito" dell'omosessuale che solidarizzava coi problemi femminili (per cui l'amico gay era la persona migliore con cui far sfogare la morosa dopo un litigio) e che si prestava generosamente a lavori ad alto valore sociale, come l'insegnamento, l'assistenza alle persone, la cura dell'arte. Un'idea forse un po' limitante, stereotipa e "eterosessuale" dell'omosessualità, ma un'idea che comunque, nessuno lo può negare, funziona. Funziona perché, come detto poco sopra, costituisce un valore aggiunto, permette a un gruppo di persone, lo ribadisco, diverse – e ribadisco anche che "diverse" non vuol dire "inferiori" - di eccellere contribuendo allo stesso tempo alla crescita e alla prosperità della comunità.

Ma negli ultimi anni questa mia visione, questa mia simpatia verso quella parte di società è andata cambiando. E significativamente anche il mio papà, che non ha mutato di uno spillo le sue posizioni di venticinque anni fa, è disorientato (non oso dire contrariato perché non posso parlare in sua vece) dalla piega che gli eventi hanno preso.
Andando oltre tutte le considerazioni, comunque validissime, che si possono fare per smontare pezzo per pezzo le richieste dei movimenti LGBTI, c'è qualcosa di profondamente distorto nel profondo di queste pretese e, per la prima volta, oserei dire qualcosa di innaturale.
Quando gli operai hanno scioperato nel corso dei decenni lo hanno fatto per migliorare la propria situazione, per rivendicare salari, diritti, condizioni di lavoro migliori, ma non hanno mai messo in dubbio la propria specificità. Erano, e sono, operai che vogliono essere riconosciuti per quello che sono, non scioperano e non protestano per voler essere qualcosa che non sono, men che meno per essere i padroni.
Le richieste dei movimenti LGBTI sono invece profondamente e innaturalmente distanti da questa prospettiva ed è per questo che non ho per esse alcuna simpatia. Se l'operaio lotta per poter essere un operaio migliore, l'omosessuale non lotta assolutamente per essere un omosessuale migliore. Questi gruppi non chiedono maggior riconoscimento e dignità per la propria specificità, ma chiedono di poter essere quello che non sono, ossia parodie di eterosessuali, vedendosi attribuiti dei diritti giuridici (come la genitorialità) i cui doveri corrispondenti essi non possono onorare a meno di introdurre nella società artifici che non solo sono a propria volta giuridici (l'adozione del figliastro da parte del non-padre o della non-madre) ma anche scientifici ed eugenetici (ad esempio l'utero in affitto).

Non sono un grande amante della psicanalisi, una disciplina che da troppo tempo ha abbandonato la strada della ricerca scientifica per limitarsi ad essere a posteriori il puntello delle ideologie politiche, eppure faccio fatica a interpetare questo deviazionismo dei gruppi LGBTI senza considerare proprio qualche base di uno dei pochissimi psicanalisti di spessore e che, combinazione, oggi è messo al bando, Carl Gustav Jung e la sua scoperta dell'inconscio collettivo.

Quando una diversità è accettata essa viene manifestata senza problemi.
E proprio oggi che il mondo era decisamente pronto, dopo secoli di discriminazioni, ad accogliere e valorizzare la comunità omosessuale per il contributo che può dare, ecco che questa apparentemente impazzisce iniziando a volersi imporre per tutt'altro. E questo è avvenuto perché il venire allo scoperto delle persone gay non ha solo dato loro il coraggio di rivendicare dei diritti legittimi ma a molti di loro (non tutti e poi vedremo perché) anche di dire, per la prima volta e facendosi reciprocamente forza, di riconoscere nel proprio inconscio collettivo junghiano il disagio della propria condizione, una condizione evidentemente per nulla accettata in barba a ogni ostentazione e apparenza.
Quando si realizza la propria diversità ma non la si accetta l'unica reazione che una mente non serena sa produrre è l'imposizione violenta di un livellamento a tutto ciò che sta fuori da sé, ed ecco perché oggi gran parte del mondo LGBTI pretende non tanto le unioni civili, ma una loro equiparazione al matrimonio e la possibilità, attraverso artifici, di essere genitori. E' una maschera, avrebbe detto Jung, col quale l'inconscio collettivo di queste persone nasconde il disagio e la persona stessa vuole sentirsi normale perché in realtà non è così che si percepisce. Avere la possibilità di fare quello che fanno le coppie eterosessuali, sposarsi e fare figli, è un modo potente per non sentirsi diversi nel momento in cui la diversità non è accettata mentre l'ideologia gender con la sua pretesa di abbattere la naturale dicotomia maschio-femmina è solo un triste occultamento di una realtà che non si vuole accettare perché in quella dicotomia, magari, ci si sente stretti per un proprio vissuto e non riuscendo a venirne fuori si vuole imporre questo disagio a tutti gli altri.

Ma non tutti i gay e le lesbiche si sono prestati a questa sciocchezza colossale. Ve ne sono alcuni e provenienti da diverse opinioni (da Giorgio Ponte ad Alfonso Signorini) che non hanno accettato di voler piallare la dicotomia tra i sessi e che ritengono, forse perché anche loro vengono da un padre e una madre, che un bambino come condizione non sufficiente ma necessaria a un corretto sviluppo, debba avere due genitori di sessi diversi. E sembrano essere, fin dai toni usati e dalle argomentazioni proposte, persone serene, a differenza di gran parte del mondo LGBTI, persone che hanno accettato la propria specificità (e perché non dovrebbero?) e che non sentono il bisogno di sbattere in faccia al mondo alcuna rabbia. Non occorre un esegeta per sapere cosa oggi avrebbe detto il grande Pier Paolo Pasolini.
Anche nell'età classica, quando l'omosessualità era vissuta pubblicamente o era addirittura maggioritaria presso le élite, nessuno si era mai sognato di ridicolizzare la famiglia proponendone una grottesca parodia. Alcibiade ad Atene, guida politica della più grande superpotenza dell'epoca, era amante di Socrate e il loro legame era tranquillamente espresso in simposi in cui gli invitati erano omosesseuali e bisessuali della classe dirigente, ma nemmeno tutti costoro dall'alto della propria posizione hanno mai pensato di scardinare il corretto ordine delle cose perché la loro condizione era vissuta serenamente, naturalmente. Platone, omosessuale e misogino, ha sempre riconosciuto il primato della famiglia composta da uomo e donna come prima comunità su cui deve appoggiarsi la polis.

Lo sforzo che le comunità LGBTI dovrebbero fare per riequilibrare non se stesse, ma quella società che stanno artificialmente dividendo col proprio atteggiamento distruttivo, è quello di usare il coraggio che sino ad oggi hanno mostrato non per chiedere il superfluo ma per guardarsi dentro e riconoscere che gay e lesbiche possono dare qualcosa di più alla comunità solo nel momento in cui riconoscono la propria diversità anziché esercitare una violenza che è prima di tutto su se stesse.
Gli omosessuali appiattendosi per un capriccio inconscio su ciò che non sono e che non potranno mai essere – e non sarà l'ideologia gender a nasconderlo perché sappiamo come vanno a finire le cose quando si impongono le leggi razziali – non aggiungeranno mai nulla ma si limiteranno a togliere: agli altri come a se stessi.