martedì 29 marzo 2016

Lavoro salariato, piccola impresa e capitalismo: la schiavitù del nuovo ordine mondiale

Comunicato stampa



Una disamina dell'attacco a lavoro salariato e piccole imprese da parte del sistema capitalista



«Lavoro salariato, piccola impresa e capitalismo: la schiavitù del nuovo ordine mondiale»



Venerdì 8 aprile, ore 20,45, presso la sala conferenze dell'oratorio di San Francesco in Bergamo (ingresso da via Pola), con l'associazione Caposaldo si discuterà dell'attacco condotto negli ultimi anni dal sistema capitalista contro i ceti subalterni in maggiore sofferenza, il lavoro salariato e la piccola impresa.

A presentare la questione e le vie d'uscita saranno il professor Diego Fusaro, filosofo e docente universitario, e Paolo Bogni, presidente di Caposaldo.



Modera il tavolo Simone Boscali.



Negli ultimi decenni il sistema economico mondiale, sempre più centralizzato anche grazie a organismi che scavalcano le sovranità nazionali privando i paesi di ogni difesa delle proprie economie, ha attaccato salari, diritti e possibilità di occupazione per i lavoratori dipendenti. Ma ha anche definitivamente spinto fra i ceti sofferenti e sottomessi quella piccola impresa che, soprattutto in Italia, ha a lungo goduto di un certo benessere e, a livello culturale, della falsa coscienza di appartenere alla classe dominante.

La concentrazione di sempre maggior ricchezza in sempre meno persone tutte egualmente a capo di banche e multinazionali sta via via rafforzando un'oligarchia mondiale che ha ormai in pugno un modello economico ingiusto capace di scavalcare ogni autorità politica in termini di decisioni.

Caposaldo si pone l'obiettivo, con questo momento di condivisione, di promuovere la lotta a questo modello rivolgendo le proprie proposte proprio ai gruppi in maggiore sofferenza, lavoratori e piccoli imprenditori.



L'ingresso è libero e gratuito.



Evento Facebook su: https://www.facebook.com/events/580599182105494/

 



Diego Fusaro, 1983, è ricercatore e docente di filosofia presso l'università San Raffaele di Milano. Allievo del grande filosofo marxista e comunitarista Costanzo Preve. Ha rilanciato il pensiero anticapitalista castrando la falsa e superata dicotomia destra-sinistra, per un'Europa di patrie sovrane e solidali.



Paolo Bogni è da anni impegnato a studiare autonomamente le dinamiche del sistema monetario e bancario. Presidente di Caposaldo, è coautore del Manifesto di Anticapitalismo.it, il movimento originale da cui ha preso le mosse una lunga serie di conferenze sul tema del signoraggio e dell'usura bancaria e da lui presentate con successo in tutta la Lombardia.





Nata come coordinamento di movimenti e associazioni legati da una comune battaglia Caposaldo costituisce ora un'associazione che raccoglie le esperienze e le sensibilità personali di militanti di diverse provenienze. Scopo del movimento è la lotta contro il sistema capitalista e il Nuovo Ordine Mondiale con la messa in campo in particolare di momenti di controinformazione, volantinaggi e incontri di approfondimento. La varietà originale degli associati consente di trattare il tema da diverse prospettive, dall'economia alla politica, dalla spiritualità all'ecologia.



Per informazioni:

  • Simone Boscali, cell. 3314298972

    La locandina dell'evento


sabato 19 marzo 2016

Una storia "futuribile"... post festa del Papà


Una storia "futuribile"... post festa del Papà

Due compagne omosessuali decidono di acquistare una bambina con la pratica dell'utero in affitto. Le due donne sono ancora in età fertile e in salute, ma credono che se una portasse avanti una gravidanza sarebbe discriminante per l'altra e ne violerebbe i diritti di uguglianza, tanto che decidono di delegare non solo la gestazione ma anche il reperimento dell'ovulo a una donatrice esterna. Inoltre sono donne in carriera, facoltose, e non possono permettersi di sprecare nove mesi della propria vita col pancione senza contare il dolore e l'invasività per l'eventuale ricorso a pratiche di fecondazione assistita.

La bimba nasce e cresce con qualche difficoltà ma nella sua innocenza ha la fortuna di venir su senza traumi esterni al nucleo in cui vive. Quei bambini diseducati che vorrebbero emarginarla per il fatto di non avere dei veri genitori sono messi in riga da leggi severissime che arrivano all'affido ad assistenti sociali, rieducazione e carcere per i genitori. Ma la piccola incontra anche molti coetaniei luminosi, figli di coppie normali minoritarie ma estremamente compatti, che sanno accoglierla in modo sincero, e non per la paura della repressione pubblica, senza farle pesare la sua diversa provenienza.

Ma è la bambina stessa che col tempo sente crescere spontaneamente in sé questo peso. E' lei che si sente diversa da quei bambini così luminosi, da quegli indaco che hanno alle spalle la diversità, e quindi la ricchezza, data dalla complementarietà di due genitori, un papà e una mamma.

Le due donne con cui vive e che chiama meccanicamente "mamme" riescono comunque a lungo a sviare la questione e a convicere la piccola, che comunque amano, che anche lei e la sua "famiglia" sono normali, che non è per nulla necessario per la felicità e la luce di un figlio avere due genitori di sessi, pardon, di generi diversi.

La bimba non è cresciuta sola in quanto da un paio d'anni a farle compagnia in casa c'è una magnifica cagnetta di razza dalmata. La cagnetta cresce magnificamente e un giorno le due donne decidono di trovare un maschio dalmata per farla accoppiare e far nascere qualche cucciolo di razza pura da vendere per fare qualche soldo in più.
La piccola bambina non capisce bene perché il compagno della sua cagnolina debba essere un dalmata fatto allo stesso modo. Ci sono altre razze molto belle, incrociando la sua dalmata con un altro tipo di cane non nasceranno in questo modo cuccioli ancora più belli? Le diversità che si sintetizzano non saranno una forza per i piccoli cani? Ma la bambina, sempre nella sua innocenza, non immagina che le sue "mamme" non vogliono certo dei "bastardi" nella cuccia. Roba da proletariato e gente all'antica, mica li puoi vendere quelli.

Ma soprattutto la bimba non capisce perché la sua cagnetta debba per forza andare con un cane maschio. Lei è una femmina, le "mamme" sono femmine, la cagnolina è una femmina, non ci sono mai stati maschi in casa, è proprio necessario che il cane per l'accoppiamento sia maschio? In fondo è nata da due mamme lei, non ce l'ha un papà, non serve... giusto??!!

"No, figlia mia, ci vuole un maschio per far accoppiare la nostra cagnolina e avere dei cuccioli, coi cani due femmine non si può".

La nostra bambina si sente sempre meno sicura del mondo in cui vive, sempre meno radicata, sempre meno completa. Al contrario ha la sensazione crescente di aver subito un'amputazione, come se le fosse stato portato via un arto, come se qualcosa le mancasse.

E la risposta finale ai suoi dubbi, a dispetto di ogni amore effettivamente e sinceramente ricevuto, non tarda ad arrivare quando emerge il vero spirito che l'ha, malgrado tutto, portata alla vita.
La bambina non ha capito perché la sua cagnetta dovesse accoppiarsi con un cane maschio e non ha capito perché questo dovesse essere della stessa razza.
Ma ora che i cuccioli sono nati e che lei, insieme alla loro mamma cagnetta, li ha visti, accarezzati, tenuti nelle manine, non capisce perché debbano essere venduti, strappati troppo presto dal loro ambiente, dalla loro famiglia per denaro, non capisce perché siano stati creati solo per questo.

Non abbiamo il coraggio di mettere in bocca a due donne che si sentono madri certi pensieri, certe espressioni troppo dure. Sarà l'autore di questo racconto a esprimersi in proposito, poiché se avesse il coraggio di guardare la bambina negli occhi e di spiegarle la verità le direbbe: "Bambina mia, PENSI CHE CHI HA LA PRESUNZIONE DI POTER COMPRARE UN FIGLIO SI FACCIA PROBLEMI A VENDERE UN CANE?"







martedì 15 marzo 2016

Striscione pro Siria di Caposaldo



Comunicato stampa e video

Striscione di Caposaldo sulle mura di Bergamo in solidarietà alla Siria di Assad

Sabato mattina, 12 marzo, un gruppo di militanti dell'associazione Caposaldo ha esposto per alcuni minuti lungo le mura di Città Alta uno striscione in solidarietà con la Siria di Bashar al Assad e contro il terrorismo dell'Isis creato e sostenuto dagli Stati Uniti d'America.
L'azione si è tenuta verso le 9.30 del mattino all'altezza di Porta San Giacomo.
Questo il testo dello striscione:

Con Assad
Con la Siria
Contro l'Isis
Contro gli USA

Con questo gesto l'associazione ha manifestato la propria vicinanza al paese mediorientale aggredito ormai dal 2011 dall'Isis e da altri gruppi terroristici tutti diversamente sostenuti dal governo americano col benestare e la complicità di quelli europei.
Si è anche voluta manifestare la vicinanza alla figura del presidente Assad, indebitamente accusato in questi anni di ogni sorta di eccessi, senza mai considerare la solidità di cui gode grazie a un altissimo sostegno popolare. Un sostengo dovuto a una serie di politiche a difesa della sovranità nazionale, quelle stesse politiche che gli sono costate l'inimicizia dei potenti dell'Occidente il quale non ha esitato a travestire i peggiori criminali coi panni del fondamentalismo religioso per estromettere il presidente, tentando anche di mascherare maldestramente la cosa come “primavera araba”.
Solo in questi giorni la rovinosa guerra che la Siria sta sostenendo da quasi cinque anni sembra aver preso una piega positiva per Damasco anche grazie al prezioso aiuto dei suoi pochi ma decisi alleati, come il movimento di liberazione libanese Hezbollah, la Repubblica Islamica dell'Iran e la Federazione Russa.


Nata come coordinamento di movimenti e associazioni legati da una comune battaglia Caposaldo costituisce ora un'associazione che raccoglie le esperienze e le sensibilità personali di militanti di diverse provenienze. Scopo del movimento è la lotta contro il sistema capitalista e il Nuovo Ordine Mondiale con la messa in campo in particolare di momenti di controinformazione, volantinaggi e incontri di approfondimento. La varietà originale degli associati consente di trattare il tema da diverse prospettive, dall'economia alla politica, dalla spiritualità all'ecologia.

Per informazioni:
  • Simone Boscali, cell. 3314298972



giovedì 18 febbraio 2016

L'inconscio collettivo tra gender e unioni civili



Per iniziare questa riflessione occorre ricordare una mia personale esperienza educativa molto importante.
Sono cresciuto in una famiglia in cui in tempi decisamente non sospetti – quando parole come "culo" e "ricchione" si potevano dire senza essere messi alla forca, per quanto brutto fosse - sono stato educato al pieno rispetto delle persone omosessuali. Cosa che può apparire strana soprattutto per i tempi cui mi riferisco, è stato soprattutto il mio amato padre a educarmi a questa forma di rispetto sottolineando sempre come queste persone non facessero nulla di male e non togliessero niente a nessuno nel vivere la propria specificità.
A livello personale credo di aver iniziato a realizzare pienamente questo rispetto, sganciandomi quindi dalla semplice emulazione paterna, quando nel 1991 è morto Freddie Mercury, il cantante dei Queen, un gruppo che mio padre apprezzava molto. Proprio in quella circostanza ho iniziato ad ascoltare con passione le loro canzoni e a diventarne appassionato a soli dieci anni. Inizialmente opponevo ancora una certa resistenza all'idea che "Freddie" fosse gay e ingenuamente sottolineavo al mio babbo che in certi spezzoni di video o documentari su di lui avevo visto l'artista baciare qualche donna: "Visto papà? Non è culo! Ha baciato una donna". Ma la mia ingenuità di ragazzetto di dieci anni non poteva nascondere la realtà e alla fine il mio orgoglio maschile ha dovuto far spazio all'idea che il mio cantante preferito di allora (oltre che morto...) fosse gay. Può sembrare un passaggio banalissimo, ma nella mia mente adolescenziale è stato come spalancare una finestra. Se un omosessuale poteva creare delle canzoni così belle che ascoltavo senza sosta allora la saggezza proletaria di mio padre aveva ragione: gli omosessuali erano e sono persone da rispettare perché non facevano nulla di male e non toglievano niente a nessuno. Oggi aggiungerei che erano e sono persone, punto. E devono poter vivere la propria vita, intesa anche come vita di coppia con tutto quello che ne consegue a livello normativo, mentre la cara e vecchia educazione civica (che d'ora in avanti vorrei opporre all'ideologia razzista del gender) deve necessariamente tener conto di ogni personalità ed orientamento sessuale e sentimentale nell'educare i ragazzi.

Con questo sottofondo educativo sono cresciuto senza troppa sintonia con la maggior parte dei miei coetanei ma ho saputo accogliere il valore aggiunto della specificità che persone diverse – termine ormai bandito e condannato dal sistema perché vi si accosta un valore discriminatorio quando in realtà è solo una constatazione, diverso nei contenuti, uguale nella dignità – sapevano dare alla comunità. Ho quindi interiorizzato il "mito" dell'omosessuale che solidarizzava coi problemi femminili (per cui l'amico gay era la persona migliore con cui far sfogare la morosa dopo un litigio) e che si prestava generosamente a lavori ad alto valore sociale, come l'insegnamento, l'assistenza alle persone, la cura dell'arte. Un'idea forse un po' limitante, stereotipa e "eterosessuale" dell'omosessualità, ma un'idea che comunque, nessuno lo può negare, funziona. Funziona perché, come detto poco sopra, costituisce un valore aggiunto, permette a un gruppo di persone, lo ribadisco, diverse – e ribadisco anche che "diverse" non vuol dire "inferiori" - di eccellere contribuendo allo stesso tempo alla crescita e alla prosperità della comunità.

Ma negli ultimi anni questa mia visione, questa mia simpatia verso quella parte di società è andata cambiando. E significativamente anche il mio papà, che non ha mutato di uno spillo le sue posizioni di venticinque anni fa, è disorientato (non oso dire contrariato perché non posso parlare in sua vece) dalla piega che gli eventi hanno preso.
Andando oltre tutte le considerazioni, comunque validissime, che si possono fare per smontare pezzo per pezzo le richieste dei movimenti LGBTI, c'è qualcosa di profondamente distorto nel profondo di queste pretese e, per la prima volta, oserei dire qualcosa di innaturale.
Quando gli operai hanno scioperato nel corso dei decenni lo hanno fatto per migliorare la propria situazione, per rivendicare salari, diritti, condizioni di lavoro migliori, ma non hanno mai messo in dubbio la propria specificità. Erano, e sono, operai che vogliono essere riconosciuti per quello che sono, non scioperano e non protestano per voler essere qualcosa che non sono, men che meno per essere i padroni.
Le richieste dei movimenti LGBTI sono invece profondamente e innaturalmente distanti da questa prospettiva ed è per questo che non ho per esse alcuna simpatia. Se l'operaio lotta per poter essere un operaio migliore, l'omosessuale non lotta assolutamente per essere un omosessuale migliore. Questi gruppi non chiedono maggior riconoscimento e dignità per la propria specificità, ma chiedono di poter essere quello che non sono, ossia parodie di eterosessuali, vedendosi attribuiti dei diritti giuridici (come la genitorialità) i cui doveri corrispondenti essi non possono onorare a meno di introdurre nella società artifici che non solo sono a propria volta giuridici (l'adozione del figliastro da parte del non-padre o della non-madre) ma anche scientifici ed eugenetici (ad esempio l'utero in affitto).

Non sono un grande amante della psicanalisi, una disciplina che da troppo tempo ha abbandonato la strada della ricerca scientifica per limitarsi ad essere a posteriori il puntello delle ideologie politiche, eppure faccio fatica a interpetare questo deviazionismo dei gruppi LGBTI senza considerare proprio qualche base di uno dei pochissimi psicanalisti di spessore e che, combinazione, oggi è messo al bando, Carl Gustav Jung e la sua scoperta dell'inconscio collettivo.

Quando una diversità è accettata essa viene manifestata senza problemi.
E proprio oggi che il mondo era decisamente pronto, dopo secoli di discriminazioni, ad accogliere e valorizzare la comunità omosessuale per il contributo che può dare, ecco che questa apparentemente impazzisce iniziando a volersi imporre per tutt'altro. E questo è avvenuto perché il venire allo scoperto delle persone gay non ha solo dato loro il coraggio di rivendicare dei diritti legittimi ma a molti di loro (non tutti e poi vedremo perché) anche di dire, per la prima volta e facendosi reciprocamente forza, di riconoscere nel proprio inconscio collettivo junghiano il disagio della propria condizione, una condizione evidentemente per nulla accettata in barba a ogni ostentazione e apparenza.
Quando si realizza la propria diversità ma non la si accetta l'unica reazione che una mente non serena sa produrre è l'imposizione violenta di un livellamento a tutto ciò che sta fuori da sé, ed ecco perché oggi gran parte del mondo LGBTI pretende non tanto le unioni civili, ma una loro equiparazione al matrimonio e la possibilità, attraverso artifici, di essere genitori. E' una maschera, avrebbe detto Jung, col quale l'inconscio collettivo di queste persone nasconde il disagio e la persona stessa vuole sentirsi normale perché in realtà non è così che si percepisce. Avere la possibilità di fare quello che fanno le coppie eterosessuali, sposarsi e fare figli, è un modo potente per non sentirsi diversi nel momento in cui la diversità non è accettata mentre l'ideologia gender con la sua pretesa di abbattere la naturale dicotomia maschio-femmina è solo un triste occultamento di una realtà che non si vuole accettare perché in quella dicotomia, magari, ci si sente stretti per un proprio vissuto e non riuscendo a venirne fuori si vuole imporre questo disagio a tutti gli altri.

Ma non tutti i gay e le lesbiche si sono prestati a questa sciocchezza colossale. Ve ne sono alcuni e provenienti da diverse opinioni (da Giorgio Ponte ad Alfonso Signorini) che non hanno accettato di voler piallare la dicotomia tra i sessi e che ritengono, forse perché anche loro vengono da un padre e una madre, che un bambino come condizione non sufficiente ma necessaria a un corretto sviluppo, debba avere due genitori di sessi diversi. E sembrano essere, fin dai toni usati e dalle argomentazioni proposte, persone serene, a differenza di gran parte del mondo LGBTI, persone che hanno accettato la propria specificità (e perché non dovrebbero?) e che non sentono il bisogno di sbattere in faccia al mondo alcuna rabbia. Non occorre un esegeta per sapere cosa oggi avrebbe detto il grande Pier Paolo Pasolini.
Anche nell'età classica, quando l'omosessualità era vissuta pubblicamente o era addirittura maggioritaria presso le élite, nessuno si era mai sognato di ridicolizzare la famiglia proponendone una grottesca parodia. Alcibiade ad Atene, guida politica della più grande superpotenza dell'epoca, era amante di Socrate e il loro legame era tranquillamente espresso in simposi in cui gli invitati erano omosesseuali e bisessuali della classe dirigente, ma nemmeno tutti costoro dall'alto della propria posizione hanno mai pensato di scardinare il corretto ordine delle cose perché la loro condizione era vissuta serenamente, naturalmente. Platone, omosessuale e misogino, ha sempre riconosciuto il primato della famiglia composta da uomo e donna come prima comunità su cui deve appoggiarsi la polis.

Lo sforzo che le comunità LGBTI dovrebbero fare per riequilibrare non se stesse, ma quella società che stanno artificialmente dividendo col proprio atteggiamento distruttivo, è quello di usare il coraggio che sino ad oggi hanno mostrato non per chiedere il superfluo ma per guardarsi dentro e riconoscere che gay e lesbiche possono dare qualcosa di più alla comunità solo nel momento in cui riconoscono la propria diversità anziché esercitare una violenza che è prima di tutto su se stesse.
Gli omosessuali appiattendosi per un capriccio inconscio su ciò che non sono e che non potranno mai essere – e non sarà l'ideologia gender a nasconderlo perché sappiamo come vanno a finire le cose quando si impongono le leggi razziali – non aggiungeranno mai nulla ma si limiteranno a togliere: agli altri come a se stessi.


domenica 7 febbraio 2016

Oggi l'Italia è Gondor. Oggi Gondor è l'Italia




Molti lettori di questo articolo sicuramente conoscono il mondo creato da J.R.R. Tolkien ne Il Signore degli anelli e qualcun altro ne conoscerà almeno la pur non fedelissima versione cinematografica di Peter Jackson.

Come tutte le grandi opere anche questo racconto epico contiene significati esoterici o profetici molto profondi e attuali anche se non ci è dato sapere perché, se per un ingresso iniziatico dello stesso autore a importanti livelli di Coscienza oppure semplicemente perché la sua opera è sfuggita al controllo dello scrittore producendo significati che nemmeno Tolkien si sarebbe immaginato1.



Ad ogni modo il regno di Gondor costituisce il cuore geografico e politico del mondo fantastico di Tolkien, la Terra di Mezzo, intorno a cui ruota il ritorno all'antico ordine tradizionale e comunitario contro il nuovo ordine materialista, modernista e, diciamolo pure, industrialista del malvagio signore Sauron e del suo nero dominio di orchi, Mordor, l'anti-Gondor.

Ma a dispetto del suo retaggio prestigioso e dell'importante ruolo di cui è rivestita, Gondor è un regno in crisi. E' un regno senza sovrano, retto da una dinastia di sovrintendenti, in attesa del ritorno di un re che ripristini i valori, i principi e il ruolo della nazione. Gondor è anche un paese in profonda crisi demografica, in cui da tempo si fanno pochi figli a partire dalle classi nobili e il popolo preferisce vivere ricordando i fasti del passato anziché lavorare per rinnovarli.

Ma la crisi di questa nazione non nasce per caso. Le ragioni di questa sofferenza trascendono la materia e affondano le proprie radici in una sorta di legge del contrappasso, del karma, dal momento che l'antico re di Gondor, Isildur, si è lasciato tentare dal potere dell'Anello, vale a dire dai disvalori della modernità, dell'individualismo, della potenza e della produzione, incarnando quel Nemico che lui e il suo regno avrebbero dovuto combattere. Per aver rinunciato al proprio naturale ruolo di protettore della Luce nel mondo, Gondor è finito per secoli nell'Oscurità.

Per spazzare via ogni brace di speranza e forza ancora accesa sotto le ceneri della secolare decadenza, Mordor, al culmine della sua guerra generale di sottomissione per imporre il proprio nuovo ordine, decide di colpire con il massimo della violenza Gondor, l'ultimo riferimento intorno al quale gli uomini avrebbero potuto riorganizzarsi e sperare di avere un futuro.

Ma non è solo dal Male vero e proprio che Gondor deve difendersi ma anche da altre forze che la combattono contro il proprio stesso interesse e nell'ingenua illusione di emanciparsi e di poter condividere il potere con Mordor. Gli Esterling e gli Haradrim, pur essendo umani, si alleano con Mordor contro Gondor, ma non per malvagità. Ciò che devia queste persone è la mancanza di coscienza, di conoscenza, consapevolezza. Sono stati ingannati, manipolati dalla propaganda e dalle parole velenose di Sauron e non sanno in fondo di essere dalla parte sbagliata e non immaginano di essere solo degli strumenti che verranno rottamati a cose fatte senza alcuna gratitudine da parte dell'Oscuro Signore.



Certamente mai Tolkien avrebbe pensato che i panni della sua Gondor sarebbero stati indossati proprio dalla nostra Italia, ma la situazione simbolica che ha descritto, e che oggi si ripete così fedelmente, rappresenta una profezia vera e proprio e non un semplice averci preso per caso.

Come Gondor l'Italia è un paese dall'antichità gloriosa ma proprio al culmine del suo splendore ha fallito nella missione civilizzatrice sotto l'egida di Roma iniziando a incarnare i disvalori che avrebbe dovuto combattere come il mercantilismo, l'individualismo e l'imperialismo fine a se stesso.2 Per la legge del karma, una nazione che rinunci al proprio compito civilizzatore è condannata a subire per secoli l'inciviltà altrui, cosa troppo evidente nel nostro paese oggi.

Come Gondor l'Italia è da troppo tempo un paese senza un re, senza una classe dirigente saggia, equilibrata e che sappia agire in modo disinteressato per il bene comune.

Come Gondor l'Italia, di fronte alle umiliazioni e ai torti subiti, cerca conforto nel ricordo dell'antica gloria o nell'ammirazione che ancora oggi milioni di persone nel mondo nutrono per le bellezze e la cultura del nostro paese, senza che gli italiani siano però capaci di tornare a promuovere nel mondo questo immenso bagaglio di illuminazione e meno ancora di farlo proprio, di introiettarlo e incarnarlo nel proprio vivere quotidiano e comunitario.

Come Gondor l'Italia è un paese in calo demografico e incapace di provvedere alle proprie esigenze al punto da dover appaltare a capitali e aziende straniere produzioni e servizi e affidandosi a masse di immigrati disperati per quei lavori che una popolazione buontempona non vuole più fare o non può più fare per la semplice mancanza demografica di lavoratori.



Ma l'Italia è un paese diverso e ancora, sotto le ceneri, arde qualche brace che potrebbe rinnovare un fuoco ben più potente e invertire il corso delle cose, bloccare l'imposizione del nuovo ordine mondiale sull'antico ordine della comunità e della tradizione.



Novella Gondor, l'Italia è finita nel mirino di Mordor, del sistema capitalista, perché a differenza degli altri paesi progrediti è ancora affezionata, non importa se con sincerità o in qualche caso per ipocrisia, alle famiglie in cui vi sono il padre, la madre, i figli, mentre chi vuol vivere una propria vita di coppia diversa lo può fare ma senza pretendere di dissacrare impunemente, scimmiottandola volgarmente, la famiglia vera.

L'Italia, la nuova Gondor, è finita nel mirino della Mordor capitalista perché a differenza dei paesi evoluti del resto d'Europa i propri cittadini preferiscono ancora commerciare maneggiando il buon vecchio denaro sonante. Un denaro a monte infettato da un'emissione che genera debito pubblico, certo, ma che ancora, come insegnano le storiche crisi bancarie e finanziarie dal '29 alla Grecia, costituisce l'ultimo strumento di controllo del cittadino sul sistema monetario e da la percezione della propria capacità di ottenere beni e servizi in cambio del denaro guadagnato. Tutto questo senza che qualche Occhio (quello di Sauron, nel mondo di Tolkien, o quello onniveggente della massoneria nel nostro sistema) pretenda di scrutare fin dentro le nostre tasche per “spegnerci” elettronicamente al momento opportuno, quando diventiamo troppo scomodi.

L'Italia viene investita dalle nere orde di Mordor perché a differenza degli altri paesi moderni avrà sì un debito pubblico immenso, ma le sue famiglie all'antica possiedono un risparmio privato che è oltre quattro volte tanto3 e che fa impallidire la capacità di risparmio e di affrontare il futuro di altri stati decantati e presi come modello. Un tesoro enorme che le banche e le grandi aziende (per motivi di controllo le prime, a garanzia degli investimenti pubblici le seconde) non possono lasciare sotto l'esclusivo controllo dei loro legittimi possessori.

E ancora, l'Italia è attraversata in lungo e in largo da chiese stupende ma anche dagli antichi templi pagani di Roma e della Magna Grecia. Magnifici edifici che sono lì a ricordare ciò che Mordor vorrebbe farci dimenticare, ossia che l'uomo non coincide con la sua scorza corporea ma ha una natura diversa che trascende la materia e qui in Italia questa tensione, questa ricerca di spiritualità, è sempre stata fortissima.



Come Gondor, l'Italia non deve affrontare solo l'urto frontale con le orde di orchi di Mordor. Ma anche la minaccia di altre forze, spesso interne, che per disinformazione e manipolazione si sono unite al nemico combattendo contro il proprio stesso interesse una battaglia altrui. Il pensiero non può non correre a tutti coloro che, in buona fede ma ingenuamente, aderiscono alle pressioni mediatiche ed economiche esterne per rendere prioritario lo smantellamento della sovranità nazionale (quel che ne resta) a favore del protettorato europeo piuttosto che la distruzione della famiglia e l'estensione dei dispositivi di controllo personali.



All'inizio dell'assalto di Mordor alle bianche mura di Minas Tirith, la capitale di Gondor, nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla sopravvivenza di quest'ultima. Uno sterminato, nero esercito di orchi riempiva la piana del Pelennor di fronte alla città, presidiata da pochi e disorientati difensori senza una guida valida.

Il destino dell'ultima, tenue fiaccola di civiltà sembrava segnato.

Ma la fine della battaglia avrebbe narrato un esito diverso e così sarà per l'Italia, la nostra amata patria.

Perché mentre orde senza fine di orchi (orde orcobaleno?) davano l'assalto sentendosi la vittoria già in tasca, il Bene stava preparando la contromossa. I Raminghi, che per secoli avevano custodito gli antichi valori e la forza, a dispetto dell'esilio e della condanna sofferti, si sono preparati e radunati per combattere proprio come oggi persone e gruppi in tutta Italia, attaccati e censurati, si organizzano per farsi trovare pronti all'appuntamento con la storia. I cavalieri di Rohan, che il Nemico non sapeva essere ancora in grado di combattere, stavano giungendo in soccorso come oggi altri paesi al mondo stanno combattendo il sistema con le armi e sono pronti a schierarsi con l'Italia.

Come gli orchi di Mordor oggi i più, completamente privi di coscienza e obbedienti solo alla voce dell'Anello, dell'unico sistema di ingiustizia che sono in grado di concepire, riderebbero se gli si rivelasse che la loro sconfitta è prossima perché ai loro occhi non vi è alcun segno immediatamente visibile.

Il compito dei Raminghi oggi è quello di cucire i confusi segnali di risveglio di questa nostra terra tanto disprezzata e sbeffeggiata per quella sua arretratezza che è invece la sua forza, una terra che per esprimere il meglio delle proprie potenzialità, che risalgono all'alba dei tempi, non ha bisogno di essere rinnegata e derisa, ma amata, come gli ultimi difensori hanno amato Gondor nell'ora più buia.

Allora coloro che sostengono il Bene sorprenderanno se stessi e potranno riscrivere queste parole, non più fantastiche, ma storiche.

Erano stati uccisi tutti, eccetto quelli fuggiti in cerca della morte, o destinati ad affogare nella rossa schiuma del Fiume. Ben pochi tornarono a Morgul o a Mordor, e nella terra degli Haradrim non giunse che una lontana storia: l'eco della collera e del terrore di Gondor









1Escludiamo naturalmente che tutto questo sia avvenuto per “caso”

2Mutuati nel corso dei secoli dai cartaginesi e dai regni ellenistici

3Più di 8.000 miliardi di euro di risparmio privato contro 2.000 di debito pubblico