Notizie dall'Arcadia


Nessuno può essere schiavizzato in maniera così desolante come colui che crede falsamente di essere libero (Wolfgang von Goethe)

sabato 30 gennaio 2010

Signore per favore, vuole un'altra porzione?

Sentendo quanto sta accadendo intorno alla Fiat e al blocco della produzione italiana, mi è venuta in mente la celebre frase dell'orfanello Oliver Twist, solo da una prospettiva ribaltata... “signore, vuole un'altra porzione?”.

In vista dell'incontro con governo e sindacati, l'amministratore delegato della Fiat Marchionne non ha avuto alcuna vergogna. La condizione per sedersi al tavolo, per l'azienda, è il prolungamento degli ecoincentivi statali.

Dopo gli ultimi colpi sembrava che la Fiat avesse ripreso a ingrassare. E così è, tanto che ora, dall'alto di una ritrovata potenza, si permette di dettare al governo un'agenda vergognosa dietro il ricatto di una tremenda cassa integrazione.

Sulla pretesa di Marchionne, megafono dell'infame dinastia degli Agnelli, ci sarebbero mille obiezioni da sollevare.

Per iniziare viene da chiedersi come l'esponente della prima forza capitalistica italiana si metta a piagnucolare per avere aiuti di Stato. Grazie ai favoritismi del passato alla Fiat è stato concesso il monopolio della produzione automobilistica italiana e il controllo indiretto di migliaia di piccole aziende terziste orbitanti nel settore. I mesi scorsi hanno visto l'azienda torinese rilanciarsi in modo inaspettato anche a livello mondiale, guadagnando quote di mercato e incrementando i profitti.

Nonostante questo i riflessi positivi sul “mercato del lavoro” italiano non ci sono stati, perché la Fiat sta continuando da anni a delocalizzare il grosso della produzione all'estero.

E ora, nonostante gli innumerevoli aiuti avuti per decenni dallo Stato Italiano, nonostante quest'ultimo si sia fatto carico innumerevoli volte dei fallimenti nella politica industriale degli Agnelli tramite lo stato sociale, nonostante il nuovo slancio internazionale... la Fiat blocca la produzione italiana per due settimane e frigna alla porta del governo per avere garantiti incentivi pubblici all'acquisto delle vetture.

E' incredibile che in questa situazione anche un idiota come il ministro Scajola sia riuscito a dare lezioni di “buon” capitalismo (mi si perdoni l'espressione evidentemente contraddittoria) a Marchionne ricordando che gli incentivi “drogano il mercato”.

Questo per fermarsi al sistema.

Per andare oltre non possiamo che considerare per l'ennesima volta la posizione del lavoratore del 21esimo secolo, ben rappresentata dall'agitazione che ora percorre gli operai di Termini Imerese o Pomigliano d'Arco. Oltre ogni rivendicazione sindacale (sacrosanta) essi simboleggiano la decadenza di chi oggi non è più parte del gioco produttivo, ma ne è divenuto oggetto. Il lavoratore richiede un certo costo, un certo contratto... un certo concorrente. Quando quest'ultimo conviene di più, l'azienda scarica il lavoratore come un prodotto ormai superato e lo rimpiazza con il suo omologo di paesi lontani e digiuni di rivendicazioni che diano al mondo lavorativo una dimensione grosso modo “umana”.

Oggi lo statalismo non ha motivo d'essere temuto dagli adepti del libero mercato (o del mercato un po' meno libero), perché tale statalismo non ha più nulla a che vedere con il ruolo di guida o di rattoppo che, tatticamente, poteva arginare i crimini sociali del capitalismo. Oggi lo statalismo è derubricabile a puro servilismo pubblico verso le aziende ed è addirittura invocato da esse come dimostra il caso Fiat o il più generale piagnisteo della Confindustria dell'era Marcegaglia.

La sintesi Stato-azienda tanto desiderata dal capitale, in Italia, come nel mondo, rappresenta una vera e propria era della storia economica (e politica...) in cui il welfare si sposta dalle persone alle aziende.

Questo è il ritorno dello Stato, la sua sottomissione al privato.

Simone




sabato 23 gennaio 2010

Azione, reazione, terrore

Ad ogni azione corrisponde tendenzialmente una reazione. E' impossibile invertire l'ordine di questi due fattori perché la reazione, per sua stessa natura, non viene accettata dal sentire comune se non sembra la legittima risposta a un atto precedente.

Ma quando la reazione, se attuata, può portare al soggetto che la compie una serie di vantaggi interessanti, essa diventa per lui una priorità. Ecco allora che il soggetto ha bisogno necessariamente di un'azione iniziale, una miccia che giustifichi formalmente la propria reazione e la renda pubblicamente accettabile. E se quest'azione non viene a compiersi nell'ordine naturale delle cose ci sono solo due possibilità: provocare qualcuno perché la compia, oppure metterla in scena come in un set cinematografico.

La politica imperiale perseguita dagli Stati Uniti negli ultimi anni risponde proprio a questa logica della falsificazione del rapporto azione-reazione.

Il governo americano storicamente agisce in modo oppressivo in politica estera, imponendo le proprie regole a paesi non allineati agli interessi a stelle e strisce, ma quello che qui ci interessa analizzare è la guerra parallela che conduce in politica interna, erodendo via via le libertà individuali della popolazione. Ecco quindi che gli interventi interni degli ultimi governi Usa, se presi a sé, sarebbero troppo impopolari per i cittadini, ragion per cui la politica americana ha sempre avuto bisogno, per giustificare la propria reazione, di un'azione originaria che preparasse l'opinione pubblica e spianasse la strada al martello repressore.

L'11 settembre ha segnato il primo, potente inizio di questa strategia imperiale interna. Dopo l'episodio delle due Torri, il congresso americano ha subito approvato senza oppisizioni il Patriot Act. Dietro l'altisonante retorica nazionale del nome, il Patriot Act nasconde da oltre otto anni un profondo liberticidio. Con il pretesto di proteggere la popolazione da nuovi attacchi "terroristici", il governo ha sancito la possibilità per polizia e intelligence di entratre in casa di ogni persona sul suolo degli Stati Uniti, anche in sua assenza e senza alcuna comunicazione preventiva, al minimo sospetto di un suo collegamento con qualche millantata cellula terroristica. Non solo. Il Patriot Act ha anche previsto la possiblità di arrestare e trattenere indefinitamente i "sospetti" senza che ad essi possa essere garantita alcuna difesa legale. Telefonate e email, ovviamente, possono essere intercettate senza regole al di fuori di qualunque inchiesta. A questo si aggiunga il lato buffonesco della legge, che, in una sua fase iniziale poi bocciata dalla Corte Suprema, prevedeva anche la possibilità di monitorare le letture degli utenti nelle biblioteche.



A fronte di un popolo opportunamente spaventato dalla minaccia di Al Qaeda, il Patriot Act poteva apparire come uno scudo con cui l'affettuoso governo americano ha voluto proteggere i propri figli. Peccato che da allora esso non abbia portato in manette un solo terrorista ne tantomeno alcun alto esponente qaedista. E' vero invece che ha permesso alla polizia e all'intelligence di arrestare e sbattere in prima pagina decine di presunti attentatori coi quali riempire le prime pagine dei giornali e l'aprtura dei notiziari tv. Ma quando i sospetti nei loro confronti si sono sgonfiati fino a sparire, gli stessi sono stati rilasciati nel più assordante silenzio mediatico.

A questo si aggiunga la stretta finanziaria sulle transazioni bancarie o il congelamento dei conti, altre cose del tutto sterili nella lotta al terrorismo che non si arrischia certo a muovere con evidenza grandi capitali sui conti correnti per le proprie operazioni. La morsa ha però consentito di controllare una volta di più i generali movimenti di denaro negli Stati Uniti e nel mondo, con un forte impulso, tra l'altro, all'utilizzo della moneta elettronica, tanto auspicata dalla Federal Reserve come dalla Bce e dalle famiglie di banchieri internazionali – Rottschild, Rockfeller, Warburg – come soluzione finale al controllo del denaro.

Nel 2005 14 disposizioni su 16 del Patriot Act sono state confermate come legge definitive, sebbene il provvedimento nel complesso venisse dichiarato incostituzionale nel 2007 dalla suprema corte. Ma gli Usa hanno ancora bisogno di una nuova azione per giustificare un'opportuna reazione, questa volta firmata Obama.

Puntuale, nel paese più sicuro, sorvegliato e militarizzato del mondo, è arrivata la clamorosa falla natalizia nella sicurezza dell'aviazione civile americana con il tentativo di attentato da parte del nigeriano Umar Farouk Abdulmutallab. Un disastro, come lo ha definito Obama stesso, che un qualunque governo avrebbe cercato di insabbiare e che invece il presidente ha deciso addirittura di amplificare, quasi a dire al popolo americano "visto come siamo indifesi? Occorre di più... per la vostra sicurezza".

Il nuovo pacchetto di misure antiterrorismo è in arrivo e questa volta un generoso spirito di emulazione ha spinto i governi di tutto il mondo a prendere ad esempio quanto si va proponendo negli Usa.

Non bastavano case, telefoni e email sotto controllo senza mandati giudiziari, non bastava il monitoraggio dei conti correnti, non bastavano i documenti elettronici. Ora si parla addirittura di scanning e imbarchi biometrici, un ulteriore passo per tenere sotto controllo e memorizzare anche viaggi e spostamenti di centinaia di milioni di persone.

Se, con il maldestro George Bush, l'azione tanto sperata dagli Usa per giusitifcare la propria reazione era stata altrettanto maldestra (11 settembre), con Obama lo stile è cambiato. Un semplice attentato di bassa scala appena fallito e poi la macellazione mediatica degli apparati di sicurezza che non hanno funzionato. Ma la reazione, leggera o pesante, c'è stata comunque e questo provvedimento, come i precedenti presi dal governo Usa in termini di sicurezza, otterranno un unico risultato.

Incutere e infondere nuova paura nelle persone.

Ecco ora la definizione di "terrorismo" scovata nel dizionario Zingarelli: 1, Regime instaurato da governanti o belligeranti che si valgono di mezzi atti a incutere terrore 2, Conceziona pratica e di lotta politica che fa uso della violenza per ottenere radicali cambiamenti sociali o istituzionali (la sottolineatura è di chi scrive).

Come valutare dunque i provvedimenti americani di questo decennio?

Simone

lunedì 4 gennaio 2010

Saldi 2010, cervelli in svendita per inutilizzo...




I giorni dei mitici saldi nei negozi e centri commerciali ci hanno regalato il tipico scempio cerebrale che ci si poteva aspettare dall'occidente.
Con la scusa di trovare merce fortemente scontata, la gente non ha esitato a mettersi in fila anche per ore per spendere decine, forse centinaia di euro per acquistare abiti e scarpe.
Di fronte a questi eserciti di Serse in coda alle boutique non ci si può non chiedere fino a che punto questa gente abbia accolto i saldi come un'autentica occasione di risparmio o se invece non abbia di nuovo manifestato, senza nemmeno rendersene conto, "il male oscuro dell'occidente".
Questa massa di consumatori non ha fatto altro che cadere nella trappola della falsa opportunità degli sconti. La maggior parte di loro, prima di mettere piede in negozio, non aveva certamente sentito il bisogno di acquistare ciò che poi hanno comprato. Se davvero avessero avuto la necessità di un nuovo maglione o un nuovo paio di pantaloni, avrebbero acquistato il capo ben prima dei fatidici saldi, anziché riversarsi tutti insieme a fare compere. Nemmeno la scusa di aver atteso gli sconti è credibile. Se infatti queste persone avessero davvero avuto bisogno di un nuovo vestito e allo stesso tempo di risparmiare, non si capisce perché avrebbero dovuto aspettare i giorni di saldi per le grandi firme, quando avrebbro potuto in qualsiasi momento recarsi in un magazzino di capi non firmati o con lievi difetti per acquistare quanto necessario e a prezzi davvero bassi ciò di cui avevano bisogno.
La verità è che il popolo dei saldi è stato al gioco del consumismo. Anziché essere il bisogno a determinare l'acquisto è stata la possibilità di un acquisto prestigioso più alla portata a indurre un bisogno del tutto superfluo e finto.
E la gente ha creduto di risparmiare. C'è chi ha fatto acquisti per 100 € allo sconto del 50% e ha creduto di risparmiarne altrettanti. La verità è che ha perso proprio quei 100 € perché mai li avrebbe spesi senza l'induzione al consumo dei saldi.
Come sempre un fenomeno negativo e paralizzante è stato venduto per l'esatto contrario di ciò che è.
E con i capi d'abbigliamente, è andata a ruba anche l'intelligenza delle persone, non si sa a beneficio di chi...

Simone

venerdì 1 gennaio 2010

Un 2010 rivoluzionario


La festa di Capodanno è da sempre molto sentita dalle persone. Sebbene all'atto pratico non ci sia nessun cambiamento concreto, nessuna variazione esterna, nulla di nulla insomma che consenta di tracciare un autentico discrimine tra l'anno che finisce e e quello che comincia, la sola convenzione del calendario ha sulle menti un effetto spartiacque importante. Ciascuno ha la sensazione che qualcosa sia finito e che sia possibile farne un bilancio, lasciando magari alle spalle quello che non ci piace per ripartire con nuovi propositi.

Per me il passaggio dal 2009 al 2010 è stato un'occasione per riflettere sullo scorrere del tempo e sul significato delle nostre azioni all'infuori di esso.

Non è il genere di riflessione filosofica più comune tra un brindisi e l'altro e nemmeno un pensiero particolarmente condiviso dalla maggior parte della gente di qualunque estrazione culturale in quella porzione di mondo che è definita "occidente".

All'infuori della famiglia, ma comunque anche per il bene della stessa, il mio principale obiettivo esistenziale è il cambiamento. Un cambiamento profondo del mondo, della cultura, della politica, del modo di vivere, un rinnovamento radicale ed epocale caratterizzato da uno strappo violento e antagonista rispetto al mondo attuale, verso il quale l'unico atteggiamento da conservare è quello del rifiuto più oltranzista e disgustato.

Ma nella festa che celebra la fine di una porzione di tempo e l'inizio di una successiva ho capito che questo può essere un obiettivo cui dedicare la mia esistenza, ma non sarà mai l'obiettivo interno alla mia esistenza.

In poche parole non vedrò mai l'alba di questo cambiamento per il quale lavoro.

Questo può generare un senso di paura e inutilità tanto da farci ripiegare verso traguardi più umili, ma raggiungibili nell'arco della nostra vita terrena. Si rinuncia ai grandi sogni poiché si capisce che non ne vedremo mai la realizzazione e si mira a qualche risultato di compromesso che potremo un giorno mettere da parte come un feticcio e davanti al quale il leone in gabbia potrà masturbarsi credendosi ancora il re della foresta.

E' in sostanza il motivo per cui i giovani sono “rivoluzionari” e gli anziani “riformisti”. L'acerbo soldato della ribellione si sente immortale e non pensa ai limiti temporali del proprio agire, ma crescendo egli vede la sua missione farsi lontana e la paura di non poterla compiere lo spinge a più miti primati.

Ma è qui che l'uomo deve sradicare se stesso, se necessario con violenza mentale, dalla concezione occidentale del tempo. Egli deve capire che non esistiamo solo in noi stessi e la nostra azione non appartiene solo a questo tempo. Ciascuno di noi presto o tardi morirà, ma se nel corso della propria vita ha rinunciato all'individualismo per affermarsi all'interno di una comunità, la morte non segnerà alcun confine, ma solo un passaggio di consegne a chi verrà dopo.

Questo deve far desistere i giovani che invecchiano dal passare da rivoluzionari a riformisti.

E questo è diventato il mio modo di guardare ogni giorno a ciò che faccio.

Un giorno morirò e non avrò visto uno solo dei cambiamenti che desidero farsi realtà. Ma se avrò agito bene durante la mia vita, a fianco e nel nome di altre persone con le quali condivido lo stesso obiettivo, la mia morte non sarà la fine della mia lotta, ma solo la fine della mia parte della lotta. Qualcun'altro porterà avanti la causa, non più partendo da zero, ma da dove io e gli altri siamo riusciti ad avanzare. Il fatto stesso di accettare questa nuova consapevolezza, ossia come persona parte di un corpo più vasto e non più come individuo a sé e per sé, costituisce già un potente atto di ribellione ai parametri occidentali di ogni cultura e subcultura.

Da questo Capodanno sono rassegnato all'idea che non sarò mai ricordato come un capo rivoluzionario o un grande leader politico.

Di me non resterà che un cencioso ricordo all'ombra dei grandi nei Campi Elisi.

Ma ora so anche che se questi grandi avranno raggiunto un solido posto di eternità e fama, sarà perché prima di loro altri hanno rinunciato alla piccola vittoria dell'oggi per costruire la grande gloria del domani.

Simone


domenica 8 novembre 2009

Un anello per domarli...


Amici e lettori del blog...
Da diversi giorni sono forzatamente in silenzio e non solo non ho potuto scrivere ciò che avrei voluto dire, ma non ho potuto nemmeno conoscere ciò che avrei voluto sapere.
Questo perché i preparativi per il grande balzo della mia vita con la mia amatissima Marilia sono in pieno e intenso svolgimento.
E questo coinvolge ovviamente anche una nuova casa per noi... e nessuna connessione a internet.
Ma non vi libererete tanto facilmente di me.
Ci sentiremo quanto prima... è una minaccia!

lunedì 12 ottobre 2009

Sottoprodotto scadente degli scarti organici



Quando mazzio e cazzio con feroca le ultimissime generazioni di giovani mi si dice sempre che esagero, che generalizzo, che sono troppo severo, che non capisco l'andare dei tempi e che la mia ottusità rischia di riflettersi negativamente sull'educazione dei miei futuri figli.
Ora, citando l'
episodio di cui ho sentito domenica, mi chiedo se invece, a considerare i ragazzi di 10, 15, 16 o 18 anni un sottoprodotto scadente degli scarti organici prodotti dall'intestino di noi trentenni, io non ecceda invece in generosità, attribuendo implicitamente a questi ragazzi l'ancora utile funzione di concime.

Un ragazzo annuncia il proprio sucidio su Facebook con tanto di conto alla rovescia per diversi giorni.
Nessuno intorno a lui se ne preoccupa minimante finché il giovane non la fa finita.
E alla fine, la parte più ingloriosa, ecco le dichiarazioni dei suoi amici e compagni di classe che parlano dell'accaduto senza un minimo di senso di colpa, come se da parte loro fosse stato normale non dar peso alla cosa, facendosi sfuggire una vita tra le mani.
Perdonate la mia rocciosa fiducia in me stesso, ma al Simone dodicenne o sedicenne, cresciuto nel mito di Eurialo e Niso, una cosa del genere non sarebbe successa, avrei preso un amico o un conoscente per le palle prima di vedermelo fuggire così, da solo.
E allora, dico rivolgo ai ragazzi, massa di stronzi rincoglioniti con la testa piena di merda, a nessuno di voi è venuto in mente di PARLARE con il vostro amico e compagno di scuola per capire cosa voleva dire con le sue uscite su Facebook?
E' questo il tipo di rapporto umano che avete imparato dai vostri genitori che vi imboccano di grandi fratelli e vi abbandonano su isole dei bastardi in mezzo all'oceano? Scrollate le spalle così, dicendo che "non immaginavate" quello che sarebbe successo?
E poi qual'è la commemorazione più grande che sapete offrire a un amico lasciato morire in solitudine? Un fiore sulla tomba, le ceneri sparse al mare, una canzone gridata al vento? NO: UN GRUPPO SU FACEBOOK che fa il pieno di iscritti in men che non si dica. Un ultimo, grandioso modo per fuggire la realtà della situazione e rifugiarsi una volta di più nel rincoglionimento.
Non me ne vogliano i genitori che hanno figli di queste generazioni perdute nell'anima, comprendo benissimo la loro difficoltà nello scegliere tra i più costosi modelli di cellulari, aifon e aipod per compiacere i propri ragazzi con una tangente morale.
Ma davvero mi chiedo che senso abbia da parte mia impegnarmi e sgolarmi per questa gente. Giovani che camminano nella merda e non se ne rendono conto perché è la stessa merda che hanno nella testa.
Non credo meritino alcun futuro, il presente è già una grossa concessione.
Nulla di personale, ripeto, ma dentro ho davvero tanto odio.



sabato 10 ottobre 2009

Il coraggio dei giornalisti

Come molti di voi sanno, avendo più volte fatto cenno alla questione, per circa un anno e mezzo ho lavorato come giornalista in un quotidiano e qualche piccolo periodico locale.

Quella esperienza lavorativa si è conclusa apparentemente per motivi economici, essendo allora l'editore rimasto senza quattrini e noi collaboratori senza sei mesi di paga... Dopo una vertenza e il pagamento delle somme dovutemi ho messo la parola fine a quella che a tutti coloro che mi stavano intorno era sembrata un'esperienza professionale positiva, qualificante e in linea coi miei studi letterari e umanistici.

Nonostante il problema economico che l'insolvenza del proprietario aveva determinato per alcuni mesi, infatti, nulla mi impediva di bussare alla porta di altri quotidiani o testate della zona e anzi proprio un paio di esse, che possedevano miei vecchi curriculum, mi avevano chiamato nei mesi successivi per propormi una collaborazione.

Ma la realtà è che gli stipendi arretrati sono stati solo la scintilla che ha acceso una fiamma già pronta a divampare ma che ancora non ero pronto ad alimentare di mia mano, ossia l'avversione che avevo sviluppato in quell'anno e mezzo per il mondo del giornalismo e qui voglio spiegarne le ragioni.

Prima di tutto un distinguo. Io parlo sempre di “giornalismo” e non di “informazione” perché le due cose sono diverse. Il giornalista infatti, lo dice la parola stessa, non è colui che fa informazione, ma colui che fa il giornale. E il giornale, me ne sono accorto bene, non è e non può essere strutturalmente un mezzo neutro teso a informare, al contrario è un prodotto commerciale che, in quanto tale, va proposto nel modo più vendibile per ricavarne un utile. Ne consegue che, sempre strutturalmente, esso per natura non possa mai essere un mezzo di informazione ma un semplice contenitore di una proiezione parziale della realtà. La parzialità di questa visione viene decisa a tavolino a seconda del tipo di pubblico cui ci si rivolge per avere un riscontro commerciale.

La prima conclusione che se ne può dedurre, e di cui anche il lettore più critico sembra inconsapevole, è che il giornale sarà sempre parziale indipendentemente dalla propria eventuale linea politica. I fatti dunque non saranno presentati solo dal punto di vista politico dell'editore – un difetto da cui tutti possiamo difenderci perché sappiamo più o meno chi possiede i giornali – ma anche da un'ottica per così dire populista per tutti quei fatti in cui la politica c'entra poco o nulla.

Ecco quindi che il quotidiano, e prendete per buona la mia esperienza, viene realizzato in base a un copione in cui cambiano numeri e protagonisti ma nel quale lo schema d'azione è sempre lo stesso.

Ogni giorno ci deve essere una polemica politica. Se non c'è, la si crea grazie al semplice imperio del caporedattore ai suoi collaboratori “Tiratemi fuori un caso da questa cosa” oppure “datemi una bella polemica”. Ma non si capisce perché debbano essere i giornalisti a creare casi e polemiche se queste non ci sono.

Ogni giorno deve esserci un caso di cronaca. Se una famiglia di abusivi viene sgomberata da un alloggio, la cosa deve accadere in un clima di tensione. Quando, come è capitato di assistere a me, il tutto si è svolto nell'ordine più assoluto, il mio redattore ha cercato in ogni modo di suggerirmi qualche atmosfera più suggestiva perché forse, se ci avessi ripensato, mi sarei ricordato di qualche “disordine”, di qualche “spintone”, di qualche “polemica”. Ma se la penna che ha assistito ai fatti sul campo si ostina a non ricordare ciò che in effetti non è successo poco male... sarà il suo redattore, quello che voleva il “caso” a ogni costo, a metterci una pezza con qualche titolo altisonante. Un titolo magari in contraddizione col contenuto dell'articolo stesso ma che di certo darà al tutto un'aria più avvincente. Falsa e bugiarda, ma avvincente, capace di conquistare l'attenzione del lettore che poi al bar parlerà del fatto altisonante grazie al titolone senza far caso che nell'articolo si descrivono fatti del tutto diversi, il tutto a spese del povero giornalista costretto a firmare per un titolo che non ha fatto lui.

Idem per ogni segnalazione di scandalo o degrado da parte dei cittadini. Lo schema dei giornali, di tutti i giornali quando un cittadino denuncia quella che sembra essere un'ingiustizia è quello di dare immediatamente risalto alla cosa senza fare una verifica oggettiva della situazione. La presunta “neutralità” dell'informazione viene , si fa per dire, garantita dal giornale semplicemente aggiungendo all'articolo di denuncia una dichiarazione della controparte chiamata in causa per difendersi. Meglio ancora, la risposta delle controparte viene pubblicata il giorno dopo, così da prolungare il caso fittizio per un giorno in più mantenendo viva l'attenzione del pubblico. Se poi, come spesso è successo, la denuncia iniziale del cittadino è assolutamente inconsistente e destinata a cadere di fronte alla prima verifica poco importa. L'importante è aver impacchettato il piccolo film da servire al pubblico e il giornalista si sente moralmente a posto per aver consentito di difendersi anche alla parte che era stata inizialmente sputtanata e denunciata senza ragione.

Venendo alla figura del singolo giornalista, non tanto come colui che scrive materialmente, ma come redattore che da una precisa impronta al giornale, essa è una “magnifica” creatura della modernità nichilista.

Questa figura infatti, contrariamente a quanto molti possano pensare, è assolutamente in buona fede. Quando afferma di essere al servizio dell'informazione, della realtà, della verità, quando dice con orgoglio di essere sempre sopra le parti (ripeto, discorso politico a parte), il giornalista non mente, è sincero e crede fermamente nella sua missione.

Tuttavia egli è stato talmente intossicato con la regola di non poter manifestare il suo pensiero all'interno dell'articolo, che finisce per rinunciare al pensiero a livello assoluto. Ne consegue con non solo non pensa mentre scrive, ma non pensa nemmeno a cosa scrive diventando un semplice automa, una specie di macchina da scrivere vivente. Con questa distorsione nella mente del giornalista si chiude il cerchio perché è proprio l'annichilimento del pensiero che permette i misfatti descritti in precedenza, quel "modus operandi" a cui mi riferivo che è assolutamente opposto a quello che il giornalista sostiene di avere e crede di fare.

Perché il paradosso è proprio questo, e ci fa tornare alla differenza tra giornalismo e informazione. Il giornalista agisce inconsapevolmente in modo contrario ai canoni che si impone, violando paurosamente ogni regola teorica della propria professione. Per lui la libertà di informazione è solo libertà di scrittura materiale, fisica e depotenziata da ogni pensiero. E la totale mancanza di verifica delle fonti e di consistenza reale delle notizie è perennemente giustificata con una rinuncia al pensiero assimilabile a un autolobotomizzazione.

Simone