domenica 19 luglio 2009

A casa!

Sono tornato.
E sono c**zi vostri perché ho parecchie cose arretrate da dire che si sono ammassate nelle due settimane di ferie.
Al lavoro!

sabato 4 luglio 2009

Ferie!



Finalmente le meritate vacanze, dopo quasi due anni torno nella materna Puglia!

Ci si vede il 20 luglio, sgobboni!

Un caro saluto a tutti gli amici e un "levateve dar ca**o" ai nemici!


Io amo gli Stati Uniti



Fino ad oggi avrò scritto decine di articoli in cui, direttamente o implicitamente, ho attaccato gli Stati Uniti, gli americani, il loro sistema, il loro dream, le loro politiche.
In pratica tutto ciò che viene dagli Usa.
Ma esagerare su questa linea rischia di diventare grottesco e alla fine una critica così continua può perdere significato e non essere più compresa, un po' come quando ci abituiamo a un rumore continuo e non ci accorgiamo più nemmeno della sua presenza... fino a che non torna il silenzio.
Ecco perché vorrei ora scrivere su fatti e personaggi (pochissimi, purtroppo) della storia americana che invece ammiro, chi più, chi meno, per ciò che hanno fatto. Questo perché perché io non ho, verso gli americani, una ripugnanza razzista o pregiudiziale: critico solo ciò che della loro storia e delle loro azioni si presta alla critica, ma sono pronto ad applaudire ciò che di buono ci offrono.
E, cosa ancor più importante, portare alla luce particolarità che gli americani stessi ignorano, così che si sveglino e rivedano un poco il loro discutibile pantheon di “eroi” nazionali.

Ad esempio, una delle cause scatenanti della Rivoluzione Americana, sottaciuta in tutti i libri di storia, fu la ricerca della sovranità monetaria. Sotto lo scarpone britannico infatti le Tredici Colonie erano costrette a prendere a prestito denaro dalla Banca d'Inghilterra per poi pagare il relativo interesse agli usurai di sua maestà. Le colonie presero così a creare moneta autonomamente stampando i cosiddetti Colonial Script, biglietti senza copertura di metallo prezioso, privi di debito e il cui valore dipendeva dalla sola accettazione dei cittadini. Nel 1764 gli inglesi ebbero la malaugurata idea di mettere fuori legge i Colonial Script provocando la rabbia dei cittadini americani. Lascio il commento a Benjamin Franklin:

Le colonie avrebbero accettato di buon grado di pagare un po' di tasse sul tea ed altri prodotti se l’Inghilterra non avesse portato via dalle colonie il loro diritto di emettere denaro. Questa fu la ragione della disoccupazione e del malcontento. L’impossibilità delle colonie di emettere denaro fuori dall’influenza di Giorgio III e della banca d’Inghilterra fu la causa scatenante della rivoluzione

Un altro americano che, pur nei limiti della politica che condusse, tentò di dare qualcosa di davvero buono al suo paese fu Abraham Lincoln, presidente degli Usa e capo della federazione del Nord al tempo della Guerra di Secessione. Proprio per continuare il conflitto contro la Confederazione del Sud, Lincoln si trovò ad aver bisogno di 449 milioni di dollari dell'epoca. Le banche americane si offrirono di concedere questa somma in prestito al governo, creando denaro dal nulla coi metodi che conosciamo, e chiedendo un interesse del 30%. Lincoln si rifiutò di esporre la popolazione all'usura e fece votare al Congresso un'emissione di dollari di stato detti greenback, una sorta di prestito che il popolo può fare a se stesso senza interesse e senza debito. L'economia del Nord fiorì in piena guerra e la federazione vinse il conflitto contro i sudisti. Nel 1864, annunciando la propria ricandidatura alla presidenza, Lincoln sostenne l'intenzione di proseguire con una politica monetaria sovrana: il 14 aprile venne (le coincidenze!) assassinato da un fanatico sudista.

Un americano generalmente amato è anche il presidente J.F. Kenendy e anch'io ho per lui una certa stima. Tuttavia non condivido affatto le ragioni per cui gli americani lo adorano. Essi vedono in lui il prototipo del democratico libertario, una figure gentile e presentabile pronta a nutrire l'american dream.
Io invece penso a lui come all'uomo che si è prima di tutto opposto all'allargamento dell'intervento Usa in Vietnam (i primi uomini furono mandati nel sud-est asiatico proprio da Kennedy ma solo con una funzione logistica, il presidente era contrario a intraprendere una guerra su vasta scala) calpestando gli interessi dei poteri economici nella guerra.
Memorabile è anche il suo
discorso contro le massonerie e le società segrete che permeano anche oggi ogni livello della politica e dell'economia americana, massonerie che mirano (e ci sono riuscite) a prendere il potere in barba al supposto diritto del popolo.
L'ultimo piede che Kennedy ha potuto pestare, proprio come Lincoln, è quello della Federal Reserve. Con il decreto 11110 del 4 giugno 1963, Kennedy diede il via all'emissione di 4,3 miliardi di dollari direttamente dal proprio Tesoro, garantendo il valore di quel denaro con copertura in argento. Questa mossa avrebbe tolto alla Fed la sua monopolistica usura.
Pochi mesi dopo, il 22 novembre, Kennedy fu assassinato a Dallas, una delle sedi della Fed, e il suo successore Lyndon Johnson, uomo vicino al cartello bancario, per prima cosa ritirò dalla circolazione i dollari sovrani di Kennedy, per poi dar via all'escalation in Vientnam.

Anche un altro Kennedy, Bob, il 18 marzo 1968 ci ha regalato un capolavoro di idealismo, il suo
discorso contro il concetto di Prodotto Interno Lordo, in cui attacca i contenuti di questo parametro e sottolinea come esso non possa comprendere ciò che davvero influisce sul nostro benessere morale e materiale. Tre mesi dopo venne anche lui assassinato.

[NdA, pare che tutti gli americani migliori della storia abbiamo la preoccupante tendenza a farsi ammazzare quando stanno per fare qualcosa di grandioso...].

E infine, al posto d'onore, non poteva che essere il più grande americano di ogni tempo: l'immortale Ezra Pound.
Poeta indomabile e dal carattere disinvolto, Pound espresse forse il meglio di sé soprattutto in temi economici e politici. Dopo aver vagato per l'Europa si trasferì nel 1924 in Italia e studiò da vicino le politiche del fascismo contro l'usura, tanto da condannare apertamente Usa, Gran Bretagna e i loro sistemi finanziari, accusati di aver loro per primi voluta una guerra contro quei paesi europei che si erano liberati dal giogo del debito pubblico. Queste accuse gli valsero in America una condanna per alto tradimento. A guerra finita fu consegnato alle truppe americane e vigliaccamente torturato. Processato, sfuggì al carcere grazie alla solidarietà del mondo intellettuale, ma non all'infame marchio di “infermo di mente” e alla reclusione in un ospedale psichiatrico.
Di lui ci restano magnifiche parole di poesia e tra tutte ho scelto di ricordare queste:

Se un uomo non è disposto a correre dei rischi per le proprie idee, o non valgono nulla le sue idee... o non vale niente l'uomo

Tornato in libertà Ezra Pound venne a vivere in Italia
Ed essendo un grande americano, che a differenza di altri non riuscì proprio a farsi uccidere, non poté fare altro che venire a morire in una altro paese.

Perché pare che gli Usa, per quanto grandi, non abbiano posto per personaggi ed eroi ancor più grandiosi.

venerdì 3 luglio 2009

Banche armate 2009

Luca Kocci – tratto da "La Voce delle Voci", n.6 giugno 2009 - www.lavocedellevoci.it

Triplicati per le banche italiane i compensi di intermediazione sulla vendita di armi all’estero. Abbiamo letto in esclusiva la relazione. Ed ecco i dati
 
Banca nazionale del Lavoro, Intesa-San Paolo e Unicredit: sono le principali banche italiane coinvolte nel commercio di armi. Nulla di illegale - intervengono in operazioni regolarmente autorizzate - ma si tratta evidentemente di attività da non pubblicizzare troppo, tanto che sono stati gli stessi istituti di credito a chiedere al governo di non rendere pubblica la Relazione del ministero dell'Economia e delle Finanze su esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento, che invece la Voce ha potuto leggere. E le "banche armate", sulla scia del grande aumento dell'export di armi made in Italy e sfruttando l'onda lunga dell'aumento delle spese militari sostenuto dal governo di centro-sinistra di Prodi (+ 22%, in due anni), hanno fatto grandi affari, triplicando i «compensi di intermediazione» che hanno incassato dai fabbricanti di armi.
Nel corso del 2008, infatti, sono state autorizzate 1.612 «transazioni bancarie» per conto delle aziende armiere, per un valore complessivo di 4.285 milioni di euro (nel 2007 erano state la metà, 882, per 1.329 milioni). A questi vanno poi aggiunti 1.266 milioni per «programmi intergovernativi» di riarmo (cioè i grandi sistemi d'arma costruiti in collaborazione con altri Paesi, come ad esempio il cacciabombardiere Joint Strike Fighter - Jsf - per cui l'Italia spenderà almeno 14 miliardi nei prossimi 15 anni), quasi il doppio del 2007, quando la cifra si era fermata a 738 milioni. Un volume totale di "movimenti" di oltre 5.500 milioni di euro, per i quali le banche hanno ottenuto compensi di intermediazione attorno al 3-5%, in base al valore e al tipo di commessa.
La regina delle "banche armate" è la Banca Nazionale del Lavoro (del gruppo francese Bnp Paribas) con 1.461 milioni di euro. Al secondo posto si piazza Intesa-San Paolo di Corrado Passera, già braccio destro di Carlo De Benedetti ed ex amministratore delegato di Poste Italiane, con 851 milioni (a cui andrebbero aggiunti anche gli 87 milioni della Cassa di Risparmio di La Spezia , parte del gruppo), per lo più relativi a «programmi intergovernativi»: il cacciabombardiere Eurofighter, le navi da guerra Fremm e Orizzonte, gli elicotteri da combattimento Nh90 e diversi sistemi missilistici.Eppure due anni fa il gruppo aveva dichiarato che, proprio per «dare una risposta significativa a una richiesta espressa da ampi e diversificati settori dell'opinione pubblica che fanno riferimento a istanze etiche», cioè la campagna di pressione alle banche armate, avrebbe sospeso «la partecipazione a operazioni finanziarie che riguardano il commercio e la produzione di armi e di sistemi d'arma pur consentite dalla legge».
«Si tratta di transazioni relative a operazioni sottoscritte e avviate prima dell'entrata in vigore del nostro codice di comportamento e che dureranno ancora a lungo», è la spiegazione che fornisce Valter Serrentino, responsabile dell'Unità Corporate Social Responsibility di Intesa-San Paolo. Anche Unicredit negli anni passati aveva ripetutamente annunciato di voler rinunciare ad appoggiare le industrie armiere, eppure nel 2008 è stata la terza "banca armata" italiana, con 606 milioni di euro. Nessuna dichiarazione di disimpegno invece da parte della Banca Antonveneta, che lo scorso anno ha movimentato 217 milioni. Mentre piuttosto ambigua è la situazione del Banco di Brescia: nel 2008 ha gestito per conto delle industrie armiere 208 milioni di euro benché il gruppo di cui fa parte dal 1 aprile 2007, Ubi (Unione Banche Italiane), nel suo codice di comportamento abbia stabilito che «ogni banca del gruppo dovrà astenersi dall'intrattenere rapporti relativi all'export di armi con soggetti che siano residenti in Paesi non appartenenti all'Unione Europea o alla Nato» e che «siano direttamente o indirettamente coinvolti nella produzione e/o commercializzazione di armi di distruzione di massa e di altri armamenti quali bombe, mine, razzi, missili e siluri».
«La policy del gruppo non vieta le operazioni di commercio internazionale - spiega Damiano Carrara, responsabile Corporate Social Responsibility di Ubi - ma le disciplina prevedendo che il cliente della banca», cioè l'industria armiera, non si trovi «in Paesi che non appartengano alla Ue o alla Nato, e questo divieto è pienamente rispettato». Ma i dubbi restano. «Da quando, lo scorso anno, è sparito dalla Relazione il lungo e dettagliato elenco delle singole operazioni effettuate dagli istituti di credito - spiega Giorgio Beretta, analista della Rete italiano Dísarmo - è impossibile giudicare l'operato delle singole banche. Senza quell'elenco, infatti, i loro codici di comportamento non sono comprovati dal riscontro ufficiale che solo la Relazione del governo può fornire».
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domenica 28 giugno 2009

America: freedom to fascism



America: freedom to fascism è l'ultima pellicola girata dallo scomparso regista americano Aaron Russo.
Un documentario consigliato a chiunque voglia vedere oltre la cortina di libertà e comoda apparenza del sistema di potere deli Stati Uniti.
Chiariamo, il film è stato realizzato interamente in America da un regista americano, con intervistati e materiali americani e non può aprioristicamente essere tacciato di antiamericanismo.
Ma rispetto a quanto dicono in effetti tanti antiamericani di casa nostra, la sostanza non cambia.
Partendo dall'analisi sull'illegittimità della tassa sui redditi, passando per l'usura della Federal Reserve e arrivando all'impianto di chip personali negli esseri umani, America: freedom to fascism mette in luce lo strapotere dell'oligarchia finanziaria che muove le redini della politica d'Oltreoceano.


Unica pecca, il regista Aaron Russo fa quasi tenerezza – e questo è un grave limite comune a molti altri critici che, per quanto acuti, sono pur sempre "intrasistema" – quando insiste nel considerare le ingiustizie di cui parla delle eccezioni al sistema americano e non capisce che invece ne sono il prodotto scientificamente ricercato, obiettivo del micidiale connubio tra capitalismo e sistema rappresentativo, tanto da sottolineare le sue considerazioni con una bella bandiera sovietica come sfondo. Come se, appunto i mali che descrive siano "naturali" in un totalitarismo e un "bug" nella democrazia a stelle a strisce.

Ma a parte questo la diagnosi è ottima: con questa pellicola Aaron Russo ha chiuso in modo brillante la sua carriera.

Sito ufficiale del documentario:
www.freedomtofascism.com
Guarda il film da Google e Youtube!