lunedì 12 settembre 2016

E' il liberalismo la rovina della famiglia, non lo Stato



Articolo originale su Associazione Caposaldo.

Poche settimane fa il sindaco leghista di Cascina (Pisa) Susanna Ceccardi si è guadagnata l'onore delle cronache per la sua determinazione a non celebrare le unioni civili tra coppie dello stesso sesso. Inoltre il primo cittadino ha deciso di creare una squadra di legali che si battesse per l'ottenimento di un'obiezione di coscienza per tutti quegli amminsitratori contrari a celebrare questo nuovo istituto.

Fin qui nulla di sbagliato, indipendentemente dalla qualità della signora Ceccardi che non possiamo giudicare come amminstratrice non avendo alcuna conoscenza a riguardo.
Ciò che invece disapproviamo e che ci fa preoccupare in vista dell'espansione della battaglia per la difesa dell'unicità della famiglia è il suo dubbio retroterra cultural-politico, un retroterra altamente discutibile e che sembra tutt'altro che estraneo tra i gruppi di ispirazione cattolica che condividono la posizione del sindaco di Cascina.

Susanna Ceccardi infatti – qui il suo pensiero originale - considera l'istituto delle unioni civili un'invasione di campo da parte dello Stato nella vita privata dei cittadini e delle coppie e considera questo modo di procedere "illiberale".
Noi dissentiamo totalmente da questa visione delle cose e riteniamo che essa possa portare fuori strada il movimento pro-famiglia nel momento in cui esso fosse chiamato a una più generale lotta politica in cui inquadrare il discorso familiare in un progetto più complesso. Il nostro timore è che, a fronte di una comprensione corretta dell'attacco che viene portato alla famiglia, non vi sia però una comprensione più generale di come il sistema (capitalista) si muova.

Noi non crediamo assolutamente che il riconoscimento da parte dello Stato delle unioni civili alle persone dello stesso sesso rappresenti un'imposizione illiberale. Crediamo al contrario che esso sia un omaggio al liberalismo più sfrenato, quasi anarchico. Proprio in questo momento e su questo punto infatti lo Stato capitola dal proprio ruolo principale di custode, forte ma giusto, rappresentativo dei valori delle Comunità che costituiscono la Nazione per far spazio, in modo assolutamente liberale, a ogni concessione e disvalore, anche alle aperture più autodistruttive per la popolazione. A differenza di quanto sostiene la Ceccardi, non è che lo Stato voglia imporre illiberalmente ogni sorta di para-famiglia. Semmai esso rinuncia a tutelare l'unicità dell'istituto familiare avviando un processo culturale fuori dal controllo della politica. Lo Stato passa quindi dall'essere garante dei diritti e delle tradizioni comunitarie a semplice spettatore passivo e sottoscrittore di ogni istanza e capriccio individualista.

La Ceccardi sembra proprio scivolare verso l'individualismo e l'apoteosi dei diritti individuali a scapito di quelli comunitari (un individualismo e anticomunitarismo che il sindaco di Cascina non comprende essere proprio la causa di quel male cui lei vorrebbe opporsi) anche in diverse e successive prese di posizioni. Afferma "[...] una volta individuati i diritti che si ritiene un soggetto debba poter esercitare, quei diritti gli vadano riconosciuti in quanto individuo [...]" culminando nel "La pensione uno la lasci a chi gli pare [...]". Non ci siamo proprio e tra l'altro il primo cittadino toscano dimostra di avere una scarsa cognizione dell'istituto familiare. I benefici economici concessi a un uomo e una donna, come detrazioni fiscali per familiari a carico, assegni familiari e, in ultimo, la reversibilità della pensione al coniuge, sono aiuti che lo Stato mette in campo per agevolare la coppia in uno dei suoi compiti: garantire la continuità della Comunità attraverso figli e nipoti. Ma lo Stato, per potersi impegnare in questo sforzo economico, ha bisogno di una garanzia da parte dell'uomo e della donna, di una promessa pubblica che è appunto il matrimonio.
Altro quindi che invasione di campo illiberale, altro che "stato guardone" che costringe il cittadino "a mettere per iscritto con chi va a letto". Questi istituti, oltre che avere una derivazione spirituale sacrale, sono da un punto di vista giuridico la tutela che l'Io collettivo, lo Stato padre e non padrone, mette in campo a favore di tutti i cittadini.
La reversibilità della pensione, oggi quanto mai traballante, è qualcosa che non può essere assegnata a chi ci pare ma è il diritto che spetta a chi di fronte ai propri concittadini ha promesso solennemente di impegnarsi a rinnovare la propria Comunità e quindi per tale scopo deve essere fruita, passando quindi il beneficio economico dal coniuge scomparso all'altro in vita affinché come genitore, nonno o altro continui la propria opera sociale.

Del resto questa incongruenza interna a Susanna Ceccardi (criticare una specifica espressione del sistema senza aver compreso il sistema in sé) sembra essere figlia di una precisa fissazione del sindaco di Cascina. In un'altra occasione, quando ancora non era stata eletta a guidare il comune pisano, aveva espresso su Facebook la propria opinione sulla canzone "Imagine" di John Lennon disprezzandola come inno al comunismo. Di nuovo possiamo essere d'accordo con lei nel non apprezzare la canzone in sé, ma in base a contenuti del tutto diversi. "Imagine" è infatti un inno mondialista, un inno all'appiattimento e all'abbattimento di ogni specificità umana in un mondo in cui i significanti sono rovesciati secondo la tipica comunicazione massonica e a regnare è il capriccio individuale laddove non vi sia più nulla per cui valga la pena vivere. Questo, ahimé, non è comunismo ma al contrario l'apoteosi dell'ordine mondiale capitalista rispetto al quale il comunismo è stato nella peggiore delle ipotesi un complice che ne ha favorito l'ascesa, ma ideologicamente c'entra veramente poco.
Questo per dire come un'impreparazione politica sui contenuti di questo o quel sistema possa portare anche una persona di indubbie buone intenzioni come la Ceccardi a toppare clamorosamente l'analisi.

Non è certo contro il sindaco in questione che vogliamo infierire. In quanto leghista non possiamo certo considerarla una dei nostri, anzi, ma nemmeno è nostro interesse sparare a zero contro quello che per noi sarebbe un bersaglio di bassissima importanza. Ci interessa invece prendere a modello e analizzare la sua analisi di una questione delicata, un'analisi che non esitiamo a definire schizofrenica e dissociata a dispetto della conclusione condivisibile alla quale giunge in qualche modo (la possibilità di obiezione di coscienza di fronte alle unioni omosessuali).
Guai, diciamo, guai davvero a esprimersi a spezzoni sulle singole espressioni del sistema in cui viviamo senza averlo compreso. Peggio ancora guai a fare questo percependo il sistema come l'esatto contrario di ciò che è (nel caso specifico, illiberale quando è liberalissimo).
Così facendo il drammatico risultato che ci attenderebbe, se anche il sistema crollasse, sarebbe quello di riprodurlo, non avendo in sé la piena coscienza della natura di quanto avremmo appena sconfitto.

La pianificazione di un futuro migliore, di un'alternativa, di un cambiamento radicale passa necessariamente per una paradossale "pars destruens costruttiva", una distruzione consapevole, una coscienza di cosa si sta distruggendo affinché non si ripresenti mai più, liberando così l'umanità da un fardello che non merita.





domenica 21 agosto 2016

... non entrerete nel Regno dei Cieli se non tornerete come bambini




E' stata una piccola esperienza personale e familiare a riconfermare ancora una volta in me che il bambino, nella sua vicinanza all'Origine, tende normalmente al Bene e che è solo l'influenza degli adulti a impiantare e alimentare in loro dei falsi ego.

Pochi giorni fa ero al lago con la famiglia e stavo vicino alla mia bambina mentre si dondolava sull'altalena senza, ovviamente, troppi pensieri se non quello di spingersi fin dove voleva e divertirsi.
Poi un altro bambino che sembrava appena più grande, accompagnato dalla mamma, si è messo a giocare sull'altalena a fianco.
I due bimbi hanno iniziato a guardarsi e a sorridere e sembrava che tutto dovesse andare per il meglio fino a che la mamma del bambino non gli ha detto "Dai che ti batte!" e poi "Su che uomo sei che lei va più in alto di te!".
Non importa quanto la mamma stesse sorridendo o quanto stesse pronunciando alla leggera quelle parole. Il bambino all'improvviso è stato distolto dal divertimento e spronato a competere.
E allora ha iniziato a spingersi sempre di più in alto guardando continuamente dove fosse mia figlia.
Ma l'ego che gli era stato forzosamente impiantato è stato frustrato poiché la mia bambina era sempre un poco più in alto, mentre la mamma, di quando in quando, lo invitava a far meglio. Peccato che la signora non abbia notato, essendo suo figlio un po' più alto e quindi con la gambette più lunghe, che il piccolo non poteva spingersi al massimo essendo l'altalena molto bassa e non avendo quindi agio per piegare correttamente le gambe quando passavano vicino a terra.
La mia invece di tanto in tanto mi guardava sorridendo e dicendomi "Papà, guarda come sono più in alto!" ed io, con discrezione ma a voce abbastanza alta per farmi sentire dall'altra signora "Piccola, spingiti dove vuoi, per il papà basta che ti diverti".
Poi arriva anche il papà del bambino il quale, non riuscendo proprio a spingersi troppo in alto, a vincere, a essere uomo, secondo i parametri della mamma, inizia a rivolgere delle pernacchie a mia figlia attirandosi i rimproveri del padre.

E così fino a che il piccolo non si è stancato di giocare.

Nel giro di pochi minuti le contraddizioni tutte interne al perverso mondo degli adulti hanno riprodotto in un bambino innocente tutti i più nefasti ego che poi, crescendo, saranno destinati a riflettersi in ogni ramo: la vita affettiva, quella sociale, il lavoro e magari anche la politica, la guerra lo sfruttamento.
Un bambino che aveva solo voglia di giocare e quindi l'interesse a collaborare è stato spinto a competere vedendo nell'altro (o nell'altra, nel caso specifico) non qualcuno con cui condividere un divertimento illimitato ma un avversario al qualche andava tolta una fetta di felicità per poter accrescere la propria... ti batte... che uomo sei...
Quando questo falso ego col quale il bimbo era stato spinto a identificarsi è uscito deluso dal confronto, esso ha prodotto la reazione più comprensibile, ossia schernire l'avversario. E questo ha causato una nuova frustrazione perché la reazione emotiva del bimbo gli ha causato un nuovo, e per lui incomprensibile, rimprovero e quindi il distacco dal genitore.

La competizione che prevale sulla cooperazione, l'appropriazione sulla condivisione, l'alienità sull'alterità. Quante volte vediamo questi atteggiamenti egoici che prevalgono nei bambini solo a seguito di una spinta da parte dell'adulto? E quali sono le conseguenze dell'identificazione di sé coi falsi ego nella vita adulta? Identificarsi nella (dannosa) competizione con l'altro e uscirne perdente fa del sé un perdente che cercherà riscatto. Uscendone vincente fa del sé un vincente che cercherà di reiterare il risultato egoistico della "vittoria".

Ma ogni insegnamento necessario ci è già stato lasciato... non entrerete nel Regno dei Cieli se non tornerete come bambini.

sabato 11 giugno 2016

Prima di giustificare, prima di condannare. La violenza sulle donne



In ogni persona di coscienza, gli episodi di violenza suscitano naturalmente rigetto e cordoglio, orrore e rabbia. E quanto più sono deboli e indifese le vittime, rispetto ad aggressori sempre più brutali, tanto più crescono le sensazioni di disprezzo.
E' normale quindi che di fronte ai casi di violenza sulle donne1, indipendentemente dalle condizioni in cui viene lasciata la vittima – uccisa o meno – la pubblica opinione si stracci le vesti.

Come è tipico della (in)civiltà occidentale accade tuttavia che nella filiera di notizie, dibattiti, approfondimenti, commenti su questi brutti fatti di cronaca, finisca inevitabilmente per mancare il pezzo più importante dell'analisi.
Vale a dire, in omaggio alla totale incapacità dell'occidente di interrogare e problematizzare se stesso, non ci si chiede mai perché si arrivi a queste barbare violenze dell'uomo sulla donna, quasi queste violenze fossero un corpo estraneo rispetto alla nostra società, un elemento inserito a forza dall'esterno e non piuttosto un prodotto endogeno.

Non è certamente cosa facile capire perché oggi, probabilmente più che in passato, una donna sola debba continuamente guardarsi le spalle mentre cammina, magari anche in luoghi frequentati e percorsi da altre persone, ben sapendo che in caso di pericolo nessuno le verrà incontro.
Ma possiamo dire con ragionevole certezza che questa motivazione risiede nell'aggressore, nel maschio ed è in lui che dobbiamo, con distacco e razionalità, cercare cosa vi sia che non va, cosa lo spinga a a violare e massacrare colei che dovrebbe invece essere l'oggetto della sua protezione, la destinataria del suo amore.
Perché se un uomo, in assenza di una vera patologia, arriva a comportarsi in maniera così diametralmente opposta alla propria natura è probabile che egli stesso sia stato vittima di una violenza in passato... una violenza certo di altro tipo, ma altrettanto profonda e, soprattutto, condizionante.

Lo stupro, il femminicidio non sono corpi estranei rispetto all'occidente. Ne sono invece il naturale e inevitabile prodotto nel momento in cui l'identità maschile è stata a sua volta “stuprata” dalla cultura in cui vive.
Oggi tutto ciò che è “maschio”2 è costantemente deriso, marginalizzato, additato come comportamento sessista o, con un linguaggio politicamente corretto, “stereotipo di genere”.
Chi volesse esprimere cavalleria nei comportamenti, o dirottare un conflitto sul piano fisico della forza, che è cosa ben diversa dalla violenza, chi volesse un po' di sana competizione, che a sua volta è lontana dalla competitività individualista del sistema, oggi è fuori posto e non ha come esprimere se stesso nei confronti del proprio simile maschio e del gentil sesso3.
La società vuole che le più normali espressioni di virilità siano in tutti i modi neutralizzate, represse, e che il maschio si tramuti in un essere sempre più etereo, indistinto, che spinga la propria comprensione dell'universo femminile sino a una pericolosa osmosi e confusione con lo stesso.

Ma la psiche umana ha i propri meccanismi di difesa e rigetto e così, ancora più a monte, la Natura ha i suoi modi, tendenzialmente brutali, per ribellarsi alla contro-natura.

Un maschio costantemente fuori posto sin dai tempi della scuola, dell'asilo, può accumulare frustrazione e repressione sino a un certo limite. Qualcuno col tempo impara a coesistere con questa dimensione. Qualcun altro, più elevato, trova il modo di sublimarla sottilmente. Ma una minoranza di elementi non trova vie di fuga e di controllo per cui a un certo momento la tempesta deve trovare un'altra strada... la strada peggiore, quella della quale leggiamo spesso le cronache sui giornali e sui notiziari in rete o che sentiamo alla tv.

Mi si perdoni l'apparente mancanza di tatto, perché in realtà non voglio prendere in esame il singolo caso concreto, ma la situazione generale, ma non ha alcun senso lamentarsi e gridare di dolore per dei drammi che ci siamo prodotti da soli. Non si possono creare stupratori e pretendere che si comportino da eroi del Romanticismo. Non si possono creare stupratori e sperare che non stuprino...

La parte peggiore è quella che infine si consuma a fatti avvenuti. Del tutto incapace di mettere in discussione se stesso, l'occidente, nella sue sovrastrutture (scuola, media, governi, associazioni a tema, etc) spera di risolvere il problema della violenza contro le donne non con un cambiamento di paradigma che riscopra il valore dei sessi e il loro equilibrio naturale (che è simbiotico e non osmotico) ma al contrario reiterando quegli stessi meccanismi repressivi della natura che hanno prodotto la violenza.
Di fronte allo stupro la classe dirigente, non solo politica, ma anche medico-psicanalitica, è incapace di rivedere il modello di educazione maschile e si riduce all'imposizione di un generico quanto sterile “rispetto” per l'alterità femminile4 non riscoprendo la virilità, che per una semplice questione di onore impone la sacralità della donna, ma al contrario mortificandola ancora di più attraverso improbabili ideologie di genere e decostruzione di presunti stereotipi.
La società occidentale è in fondo anche impossibilitata a condannare e arginare la violenza sessista perché essa stessa è una società che si regge sulla violenza e, in modo strisciante, deve invece giustificarla. Chi vuole esprimere una condanna contro un femminicidio non è coerente se su un altro versante permette e incoraggia sottobanco per esempio il bullismo. Una forma di violenza, quest'ultima, altrettanto odiosa perché attuata dai palesemente forti contro i drammaticamente deboli sin dalla tenera età e che ha lo scopo di insinuare nella popolazione l'idea di far parte di un insieme di paesi legittimati a usare la violenza sulle nazioni a loro volta più povere e indifese.

La ragion d'essere di questo articolo non sta nel voler proporre in una manciata di minuti la formula magica per eliminare la violenza maschile dalla società. Si vuole invece evidenziare la paurosa contraddizione della società stessa, che di fronte agli sbagli dei propri figli non sa assumersene la colpa, nel nome del più sfacciato individualismo. E' una società che non sa interrogarsi perché concentrata sul presente edonistico e godereccio. Non guarda al futuro perché non le interessa ed è allora condannata a non averne uno, riproducendo sistematicamente quelle dinamiche autodistruttive di cui si è parlato.

Non si straccino le vesti le femministe di retroguardia, o i paladini dei diritti civili, solo perché la loro condizione privilegiata gli fornisce parecchi ricambi d'alta moda nel guardaroba: gli stupratori, e le donne vittime di stupro, sono i lori figli e le loro figlie.
Ma pare non se ne rendano conto.


1Non interessa qui approfondire se i casi di femminicidio o stupro siano effettivamente in aumento o se la loro crescita apparente sia solo il frutto di una maggiore eco mediatica. Interessa solo la comprensibile reazione per i fatti che effettivamente si verificano.
2E lo è in base alla Natura, soggetto che non deve giustificare se stesso, pertanto non è lecita alcuna discussione in proposito
3Attenzione a usare questo termine perché a sua volta costituisce stereotipo...
4Come se uno stupratore già non sapesse, in teoria, che una donna va rispettata, un concetto che ha ben chiaro ma che non ha assolutamente intenzione di seguire

martedì 29 marzo 2016

Lavoro salariato, piccola impresa e capitalismo: la schiavitù del nuovo ordine mondiale

Comunicato stampa



Una disamina dell'attacco a lavoro salariato e piccole imprese da parte del sistema capitalista



«Lavoro salariato, piccola impresa e capitalismo: la schiavitù del nuovo ordine mondiale»



Venerdì 8 aprile, ore 20,45, presso la sala conferenze dell'oratorio di San Francesco in Bergamo (ingresso da via Pola), con l'associazione Caposaldo si discuterà dell'attacco condotto negli ultimi anni dal sistema capitalista contro i ceti subalterni in maggiore sofferenza, il lavoro salariato e la piccola impresa.

A presentare la questione e le vie d'uscita saranno il professor Diego Fusaro, filosofo e docente universitario, e Paolo Bogni, presidente di Caposaldo.



Modera il tavolo Simone Boscali.



Negli ultimi decenni il sistema economico mondiale, sempre più centralizzato anche grazie a organismi che scavalcano le sovranità nazionali privando i paesi di ogni difesa delle proprie economie, ha attaccato salari, diritti e possibilità di occupazione per i lavoratori dipendenti. Ma ha anche definitivamente spinto fra i ceti sofferenti e sottomessi quella piccola impresa che, soprattutto in Italia, ha a lungo goduto di un certo benessere e, a livello culturale, della falsa coscienza di appartenere alla classe dominante.

La concentrazione di sempre maggior ricchezza in sempre meno persone tutte egualmente a capo di banche e multinazionali sta via via rafforzando un'oligarchia mondiale che ha ormai in pugno un modello economico ingiusto capace di scavalcare ogni autorità politica in termini di decisioni.

Caposaldo si pone l'obiettivo, con questo momento di condivisione, di promuovere la lotta a questo modello rivolgendo le proprie proposte proprio ai gruppi in maggiore sofferenza, lavoratori e piccoli imprenditori.



L'ingresso è libero e gratuito.



Evento Facebook su: https://www.facebook.com/events/580599182105494/

 



Diego Fusaro, 1983, è ricercatore e docente di filosofia presso l'università San Raffaele di Milano. Allievo del grande filosofo marxista e comunitarista Costanzo Preve. Ha rilanciato il pensiero anticapitalista castrando la falsa e superata dicotomia destra-sinistra, per un'Europa di patrie sovrane e solidali.



Paolo Bogni è da anni impegnato a studiare autonomamente le dinamiche del sistema monetario e bancario. Presidente di Caposaldo, è coautore del Manifesto di Anticapitalismo.it, il movimento originale da cui ha preso le mosse una lunga serie di conferenze sul tema del signoraggio e dell'usura bancaria e da lui presentate con successo in tutta la Lombardia.





Nata come coordinamento di movimenti e associazioni legati da una comune battaglia Caposaldo costituisce ora un'associazione che raccoglie le esperienze e le sensibilità personali di militanti di diverse provenienze. Scopo del movimento è la lotta contro il sistema capitalista e il Nuovo Ordine Mondiale con la messa in campo in particolare di momenti di controinformazione, volantinaggi e incontri di approfondimento. La varietà originale degli associati consente di trattare il tema da diverse prospettive, dall'economia alla politica, dalla spiritualità all'ecologia.



Per informazioni:

  • Simone Boscali, cell. 3314298972

    La locandina dell'evento


sabato 19 marzo 2016

Una storia "futuribile"... post festa del Papà


Una storia "futuribile"... post festa del Papà

Due compagne omosessuali decidono di acquistare una bambina con la pratica dell'utero in affitto. Le due donne sono ancora in età fertile e in salute, ma credono che se una portasse avanti una gravidanza sarebbe discriminante per l'altra e ne violerebbe i diritti di uguglianza, tanto che decidono di delegare non solo la gestazione ma anche il reperimento dell'ovulo a una donatrice esterna. Inoltre sono donne in carriera, facoltose, e non possono permettersi di sprecare nove mesi della propria vita col pancione senza contare il dolore e l'invasività per l'eventuale ricorso a pratiche di fecondazione assistita.

La bimba nasce e cresce con qualche difficoltà ma nella sua innocenza ha la fortuna di venir su senza traumi esterni al nucleo in cui vive. Quei bambini diseducati che vorrebbero emarginarla per il fatto di non avere dei veri genitori sono messi in riga da leggi severissime che arrivano all'affido ad assistenti sociali, rieducazione e carcere per i genitori. Ma la piccola incontra anche molti coetaniei luminosi, figli di coppie normali minoritarie ma estremamente compatti, che sanno accoglierla in modo sincero, e non per la paura della repressione pubblica, senza farle pesare la sua diversa provenienza.

Ma è la bambina stessa che col tempo sente crescere spontaneamente in sé questo peso. E' lei che si sente diversa da quei bambini così luminosi, da quegli indaco che hanno alle spalle la diversità, e quindi la ricchezza, data dalla complementarietà di due genitori, un papà e una mamma.

Le due donne con cui vive e che chiama meccanicamente "mamme" riescono comunque a lungo a sviare la questione e a convicere la piccola, che comunque amano, che anche lei e la sua "famiglia" sono normali, che non è per nulla necessario per la felicità e la luce di un figlio avere due genitori di sessi, pardon, di generi diversi.

La bimba non è cresciuta sola in quanto da un paio d'anni a farle compagnia in casa c'è una magnifica cagnetta di razza dalmata. La cagnetta cresce magnificamente e un giorno le due donne decidono di trovare un maschio dalmata per farla accoppiare e far nascere qualche cucciolo di razza pura da vendere per fare qualche soldo in più.
La piccola bambina non capisce bene perché il compagno della sua cagnolina debba essere un dalmata fatto allo stesso modo. Ci sono altre razze molto belle, incrociando la sua dalmata con un altro tipo di cane non nasceranno in questo modo cuccioli ancora più belli? Le diversità che si sintetizzano non saranno una forza per i piccoli cani? Ma la bambina, sempre nella sua innocenza, non immagina che le sue "mamme" non vogliono certo dei "bastardi" nella cuccia. Roba da proletariato e gente all'antica, mica li puoi vendere quelli.

Ma soprattutto la bimba non capisce perché la sua cagnetta debba per forza andare con un cane maschio. Lei è una femmina, le "mamme" sono femmine, la cagnolina è una femmina, non ci sono mai stati maschi in casa, è proprio necessario che il cane per l'accoppiamento sia maschio? In fondo è nata da due mamme lei, non ce l'ha un papà, non serve... giusto??!!

"No, figlia mia, ci vuole un maschio per far accoppiare la nostra cagnolina e avere dei cuccioli, coi cani due femmine non si può".

La nostra bambina si sente sempre meno sicura del mondo in cui vive, sempre meno radicata, sempre meno completa. Al contrario ha la sensazione crescente di aver subito un'amputazione, come se le fosse stato portato via un arto, come se qualcosa le mancasse.

E la risposta finale ai suoi dubbi, a dispetto di ogni amore effettivamente e sinceramente ricevuto, non tarda ad arrivare quando emerge il vero spirito che l'ha, malgrado tutto, portata alla vita.
La bambina non ha capito perché la sua cagnetta dovesse accoppiarsi con un cane maschio e non ha capito perché questo dovesse essere della stessa razza.
Ma ora che i cuccioli sono nati e che lei, insieme alla loro mamma cagnetta, li ha visti, accarezzati, tenuti nelle manine, non capisce perché debbano essere venduti, strappati troppo presto dal loro ambiente, dalla loro famiglia per denaro, non capisce perché siano stati creati solo per questo.

Non abbiamo il coraggio di mettere in bocca a due donne che si sentono madri certi pensieri, certe espressioni troppo dure. Sarà l'autore di questo racconto a esprimersi in proposito, poiché se avesse il coraggio di guardare la bambina negli occhi e di spiegarle la verità le direbbe: "Bambina mia, PENSI CHE CHI HA LA PRESUNZIONE DI POTER COMPRARE UN FIGLIO SI FACCIA PROBLEMI A VENDERE UN CANE?"