domenica 7 febbraio 2016

Oggi l'Italia è Gondor. Oggi Gondor è l'Italia




Molti lettori di questo articolo sicuramente conoscono il mondo creato da J.R.R. Tolkien ne Il Signore degli anelli e qualcun altro ne conoscerà almeno la pur non fedelissima versione cinematografica di Peter Jackson.

Come tutte le grandi opere anche questo racconto epico contiene significati esoterici o profetici molto profondi e attuali anche se non ci è dato sapere perché, se per un ingresso iniziatico dello stesso autore a importanti livelli di Coscienza oppure semplicemente perché la sua opera è sfuggita al controllo dello scrittore producendo significati che nemmeno Tolkien si sarebbe immaginato1.



Ad ogni modo il regno di Gondor costituisce il cuore geografico e politico del mondo fantastico di Tolkien, la Terra di Mezzo, intorno a cui ruota il ritorno all'antico ordine tradizionale e comunitario contro il nuovo ordine materialista, modernista e, diciamolo pure, industrialista del malvagio signore Sauron e del suo nero dominio di orchi, Mordor, l'anti-Gondor.

Ma a dispetto del suo retaggio prestigioso e dell'importante ruolo di cui è rivestita, Gondor è un regno in crisi. E' un regno senza sovrano, retto da una dinastia di sovrintendenti, in attesa del ritorno di un re che ripristini i valori, i principi e il ruolo della nazione. Gondor è anche un paese in profonda crisi demografica, in cui da tempo si fanno pochi figli a partire dalle classi nobili e il popolo preferisce vivere ricordando i fasti del passato anziché lavorare per rinnovarli.

Ma la crisi di questa nazione non nasce per caso. Le ragioni di questa sofferenza trascendono la materia e affondano le proprie radici in una sorta di legge del contrappasso, del karma, dal momento che l'antico re di Gondor, Isildur, si è lasciato tentare dal potere dell'Anello, vale a dire dai disvalori della modernità, dell'individualismo, della potenza e della produzione, incarnando quel Nemico che lui e il suo regno avrebbero dovuto combattere. Per aver rinunciato al proprio naturale ruolo di protettore della Luce nel mondo, Gondor è finito per secoli nell'Oscurità.

Per spazzare via ogni brace di speranza e forza ancora accesa sotto le ceneri della secolare decadenza, Mordor, al culmine della sua guerra generale di sottomissione per imporre il proprio nuovo ordine, decide di colpire con il massimo della violenza Gondor, l'ultimo riferimento intorno al quale gli uomini avrebbero potuto riorganizzarsi e sperare di avere un futuro.

Ma non è solo dal Male vero e proprio che Gondor deve difendersi ma anche da altre forze che la combattono contro il proprio stesso interesse e nell'ingenua illusione di emanciparsi e di poter condividere il potere con Mordor. Gli Esterling e gli Haradrim, pur essendo umani, si alleano con Mordor contro Gondor, ma non per malvagità. Ciò che devia queste persone è la mancanza di coscienza, di conoscenza, consapevolezza. Sono stati ingannati, manipolati dalla propaganda e dalle parole velenose di Sauron e non sanno in fondo di essere dalla parte sbagliata e non immaginano di essere solo degli strumenti che verranno rottamati a cose fatte senza alcuna gratitudine da parte dell'Oscuro Signore.



Certamente mai Tolkien avrebbe pensato che i panni della sua Gondor sarebbero stati indossati proprio dalla nostra Italia, ma la situazione simbolica che ha descritto, e che oggi si ripete così fedelmente, rappresenta una profezia vera e proprio e non un semplice averci preso per caso.

Come Gondor l'Italia è un paese dall'antichità gloriosa ma proprio al culmine del suo splendore ha fallito nella missione civilizzatrice sotto l'egida di Roma iniziando a incarnare i disvalori che avrebbe dovuto combattere come il mercantilismo, l'individualismo e l'imperialismo fine a se stesso.2 Per la legge del karma, una nazione che rinunci al proprio compito civilizzatore è condannata a subire per secoli l'inciviltà altrui, cosa troppo evidente nel nostro paese oggi.

Come Gondor l'Italia è da troppo tempo un paese senza un re, senza una classe dirigente saggia, equilibrata e che sappia agire in modo disinteressato per il bene comune.

Come Gondor l'Italia, di fronte alle umiliazioni e ai torti subiti, cerca conforto nel ricordo dell'antica gloria o nell'ammirazione che ancora oggi milioni di persone nel mondo nutrono per le bellezze e la cultura del nostro paese, senza che gli italiani siano però capaci di tornare a promuovere nel mondo questo immenso bagaglio di illuminazione e meno ancora di farlo proprio, di introiettarlo e incarnarlo nel proprio vivere quotidiano e comunitario.

Come Gondor l'Italia è un paese in calo demografico e incapace di provvedere alle proprie esigenze al punto da dover appaltare a capitali e aziende straniere produzioni e servizi e affidandosi a masse di immigrati disperati per quei lavori che una popolazione buontempona non vuole più fare o non può più fare per la semplice mancanza demografica di lavoratori.



Ma l'Italia è un paese diverso e ancora, sotto le ceneri, arde qualche brace che potrebbe rinnovare un fuoco ben più potente e invertire il corso delle cose, bloccare l'imposizione del nuovo ordine mondiale sull'antico ordine della comunità e della tradizione.



Novella Gondor, l'Italia è finita nel mirino di Mordor, del sistema capitalista, perché a differenza degli altri paesi progrediti è ancora affezionata, non importa se con sincerità o in qualche caso per ipocrisia, alle famiglie in cui vi sono il padre, la madre, i figli, mentre chi vuol vivere una propria vita di coppia diversa lo può fare ma senza pretendere di dissacrare impunemente, scimmiottandola volgarmente, la famiglia vera.

L'Italia, la nuova Gondor, è finita nel mirino della Mordor capitalista perché a differenza dei paesi evoluti del resto d'Europa i propri cittadini preferiscono ancora commerciare maneggiando il buon vecchio denaro sonante. Un denaro a monte infettato da un'emissione che genera debito pubblico, certo, ma che ancora, come insegnano le storiche crisi bancarie e finanziarie dal '29 alla Grecia, costituisce l'ultimo strumento di controllo del cittadino sul sistema monetario e da la percezione della propria capacità di ottenere beni e servizi in cambio del denaro guadagnato. Tutto questo senza che qualche Occhio (quello di Sauron, nel mondo di Tolkien, o quello onniveggente della massoneria nel nostro sistema) pretenda di scrutare fin dentro le nostre tasche per “spegnerci” elettronicamente al momento opportuno, quando diventiamo troppo scomodi.

L'Italia viene investita dalle nere orde di Mordor perché a differenza degli altri paesi moderni avrà sì un debito pubblico immenso, ma le sue famiglie all'antica possiedono un risparmio privato che è oltre quattro volte tanto3 e che fa impallidire la capacità di risparmio e di affrontare il futuro di altri stati decantati e presi come modello. Un tesoro enorme che le banche e le grandi aziende (per motivi di controllo le prime, a garanzia degli investimenti pubblici le seconde) non possono lasciare sotto l'esclusivo controllo dei loro legittimi possessori.

E ancora, l'Italia è attraversata in lungo e in largo da chiese stupende ma anche dagli antichi templi pagani di Roma e della Magna Grecia. Magnifici edifici che sono lì a ricordare ciò che Mordor vorrebbe farci dimenticare, ossia che l'uomo non coincide con la sua scorza corporea ma ha una natura diversa che trascende la materia e qui in Italia questa tensione, questa ricerca di spiritualità, è sempre stata fortissima.



Come Gondor, l'Italia non deve affrontare solo l'urto frontale con le orde di orchi di Mordor. Ma anche la minaccia di altre forze, spesso interne, che per disinformazione e manipolazione si sono unite al nemico combattendo contro il proprio stesso interesse una battaglia altrui. Il pensiero non può non correre a tutti coloro che, in buona fede ma ingenuamente, aderiscono alle pressioni mediatiche ed economiche esterne per rendere prioritario lo smantellamento della sovranità nazionale (quel che ne resta) a favore del protettorato europeo piuttosto che la distruzione della famiglia e l'estensione dei dispositivi di controllo personali.



All'inizio dell'assalto di Mordor alle bianche mura di Minas Tirith, la capitale di Gondor, nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla sopravvivenza di quest'ultima. Uno sterminato, nero esercito di orchi riempiva la piana del Pelennor di fronte alla città, presidiata da pochi e disorientati difensori senza una guida valida.

Il destino dell'ultima, tenue fiaccola di civiltà sembrava segnato.

Ma la fine della battaglia avrebbe narrato un esito diverso e così sarà per l'Italia, la nostra amata patria.

Perché mentre orde senza fine di orchi (orde orcobaleno?) davano l'assalto sentendosi la vittoria già in tasca, il Bene stava preparando la contromossa. I Raminghi, che per secoli avevano custodito gli antichi valori e la forza, a dispetto dell'esilio e della condanna sofferti, si sono preparati e radunati per combattere proprio come oggi persone e gruppi in tutta Italia, attaccati e censurati, si organizzano per farsi trovare pronti all'appuntamento con la storia. I cavalieri di Rohan, che il Nemico non sapeva essere ancora in grado di combattere, stavano giungendo in soccorso come oggi altri paesi al mondo stanno combattendo il sistema con le armi e sono pronti a schierarsi con l'Italia.

Come gli orchi di Mordor oggi i più, completamente privi di coscienza e obbedienti solo alla voce dell'Anello, dell'unico sistema di ingiustizia che sono in grado di concepire, riderebbero se gli si rivelasse che la loro sconfitta è prossima perché ai loro occhi non vi è alcun segno immediatamente visibile.

Il compito dei Raminghi oggi è quello di cucire i confusi segnali di risveglio di questa nostra terra tanto disprezzata e sbeffeggiata per quella sua arretratezza che è invece la sua forza, una terra che per esprimere il meglio delle proprie potenzialità, che risalgono all'alba dei tempi, non ha bisogno di essere rinnegata e derisa, ma amata, come gli ultimi difensori hanno amato Gondor nell'ora più buia.

Allora coloro che sostengono il Bene sorprenderanno se stessi e potranno riscrivere queste parole, non più fantastiche, ma storiche.

Erano stati uccisi tutti, eccetto quelli fuggiti in cerca della morte, o destinati ad affogare nella rossa schiuma del Fiume. Ben pochi tornarono a Morgul o a Mordor, e nella terra degli Haradrim non giunse che una lontana storia: l'eco della collera e del terrore di Gondor









1Escludiamo naturalmente che tutto questo sia avvenuto per “caso”

2Mutuati nel corso dei secoli dai cartaginesi e dai regni ellenistici

3Più di 8.000 miliardi di euro di risparmio privato contro 2.000 di debito pubblico

martedì 2 febbraio 2016

«Immigrazione: arma del capitale contro i lavoratori (italiani e non)?»


Comunicato stampa

Un'analisi obiettiva del fenomeno migratorio con due ospiti fuori dal coro

«Immigrazione: arma del capitale contro i lavoratori (italiani e non)?»

Venerdì 5 febbraio, ore 20,45, presso la sala di via Longuelo 85/F a Bergamo, l'associazione Caposaldo offrirà al pubblico un nuovo incontro dal tema Immigrazione: arma del capitale contro i lavoratori (italiani e non)?.
Ospiti della serata saranno il professor Diego Fusaro, filosofo e docente; Enrico Galoppini, studioso dell'Islam e redattore della rivista di studi geopolitici “Eurasia”; Flaminio Maffettini, avvocato e militante di Caposaldo.
L'obiettivo sarà mostrare l'immigrazione di milioni di poveri verso i paesi ricchi come fenomeno funzionale al sistema capitalista nel momento in cui quest'ultimo, mantenendo in condizione di sfruttamento i paesi di provenienza degli immigrati a vantaggio del nord del mondo, può in un secondo momento sfruttare gli immigrati stessi come manodopera di riserva proprio nei paesi più industrializzati creando conflitti ad arte contro i lavoratori locali.
La progressiva perdita delle specificità culturali a vantaggio di un'unica e povera subcultura globale non fa che rafforzare il progetto capitalista di un unico mercato mondiale, un unico governo sovranazionale e un unico popolo facilmente manipolabile.

Da questo punto di vista, Caposaldo rifiuta ad un tempo entrambe le false risposte date dall'Europa al fenomeno migratorio, quella razzista e xenofoba (incarnata in Italia dalle destre e dalla Lega di Matteo Salvini) incapace di vedere nell'immigrato la vittima senza scelta di un sistema ingiusto e quella multirazziale e filopadronale (contraltare della prima, personificata nel presidente della camera Laura Boldrini) ansiosa di assimilare l'immigrato al fine di forzare al ribasso i diritti sociali e le culture dei paesi d'arrivo. Nessuna delle due prospettive considera il fondamentale problema della condizione di sfruttamento capitalistico e oppressione da parte dell'Occidente in cui giacciono le nazioni di provenienza degli stranieri.

Modera il tavolo Alberto Nicoletta.

L'ingresso è libero e gratuito.

Evento Facebook su: https://www.facebook.com/events/1648185432113420/

Diego Fusaro, 1983, è ricercatore e docente di filosofia presso l'università San Raffaele di Milano. Allievo del grande filosofo marxista e comunitarista Costanzo Preve. Ha rilanciato il pensiero anticapitalista castrando la falsa e superata dicotomia destra-sinistra, per un'Europa di patrie sovrane e solidali.

Enrico Galoppini, redattore per la rivista “Eurasia”, è studioso ed esperto di Islam e mondo arabo oltre che di immigrazione e questione palestinese.

Flaminio Maffettini, classe 1961, avvocato, fa parte di Caposaldo da oltre due anni e ha maturato le posizioni che esporrà anche alla luce di precedenti esperienze associative.


Nata come coordinamento di movimenti e associazioni legati da una comune battaglia Caposaldo costituisce ora un'associazione che raccoglie le esperienze e le sensibilità personali di militanti di diverse provenienze. Scopo del movimento è la lotta contro il sistema capitalista e il Nuovo Ordine Mondiale con la messa in campo in particolare di momenti di controinformazione, volantinaggi e incontri di approfondimento. La varietà originale degli associati consente di trattare il tema da diverse prospettive, dall'economia alla politica, dalla spiritualità all'ecologia.

Per informazioni:
  • Simone Boscali, cell. 3314298972

domenica 17 gennaio 2016

Il “doppio standard”, natura dell'unipolarismo



Quando si parla di doppio standard si indica quel modo disonesto di giudicare due fatti analoghi per cui lo stesso gesto, compiuto da due soggetti, viene considerato in modo diverso a seconda della simpatia o vicinanza che nutriamo o non nutriamo per loro.

A livello di politica internazionale l'Occidente costituisce il più spudorato applicatore del doppio standard nel giudicare gli accadimenti globali e nel prendere le misure conseguenti, per cui, banalmente, mentre le guerre altrui sono sempre “aggressioni” le proprie sono “operazioni umanitarie” e via discorrendo.

Ma due esempi dello scorso finale d'anno possono darci un'idea esaustiva dei livelli ormai grotteschi di arroganza e schizofrenia (non c'è altro termine per definire queste ambiguità) da parte dell'Occidente e ci fanno capire una volta di più perché questi episodi siano ad esso strutturali.

Il 24 novembre scorso un cacciabombardiere russo impegnato nella lotta al terrorismo in Siria è stato abbattuto da un jet turco senza aver violato lo spazio aereo di Ankara o, nella peggiore delle ipotesi, violandolo solo per pochi secondi e senza costituire una minaccia. Contro ogni legalità e persino contro le stesse procedure dell'alleanza di cui fa parte (la Nato) la Turchia ha abbattuto l'aereo provocando indirettamente la morte di uno dei due piloti e in seguito di uno dei militari mandati in soccorso.
A fronte di questo episodio la diplomazia americana ha sottolineato il diritto della Turchia di difendersi, dissimulando il fatto che non c'era nulla da cui difendersi, che l'alleanza egemonizzata da Washington prevedere regole di ingaggio molto diverse e che lo sconfinamento del velivolo russo resta tutto da dimostrare. L'Europa olografica invece ha solo aggiunto un assordante silenzio, non avendo l'autorità per esprimersi in nessun modo sulla questione, limitandosi a ribadire una supposta negatività dell'intervento russo in Siria.

A inizio dicembre invece oltre un centinaio di soldati turchi con svariati mezzi e carri armati sono entrati in territorio irakeno, nella regione autonoma del Kurdistan. In questo caso lo sconfinamento non solo non è dissimulato, ma è dichiarato e rivendicato da Ankara col pretesto di addestrare milizie curde contro l'Isis. Vi sarebbe molto da riflettere sul fatto che proprio dei curdi, storici nemici della Turchia, beneficerebbero di sostegno militare soprattutto dopo che la Turchia stessa non si è fatta problemi a lasciare i curdi siriani di Kobane da soli alle prese con i takfiri. Ma il punto più evidente è che un paese non autorizzato ha violato, in modo unilaterale, la sovranità territoriale di un altro stato, l'Iraq. Tutto ciò che Ankara ha potuto portare a difesa della propria azione, oltre al già citato addestramento per i curdi, è il consenso del governo della regione autonoma in cui i propri militari sono penetrati. Un po' come se forze armate austriache entrassero a Bolzano dicendo di avere il consenso della regione a statuto speciale Trentino – Alto Adige. Il debole Iraq sta protestando a livello internazionale ma nemmeno le decantate Nazioni Unite sembrano capaci di accogliere queste rimostranze mentre gli USA non dimostrano nel criticare la Turchia la stessa solerzia vista quando c'è stata da difenderla ingiustamente. L'Europa, ancora un volta, è olografica, mentre ogni nostalgia su come l'Iraq dei tempi andati avrebbe reagito a un'invasione turca non fa che aumentare i nostri rancori.

Sarebbe interessantissimo approfondire il perché di questi doppiopesismi nei due casi specifici, che in realtà costituiscono un caso unico, ma è sul metodo che si vuole qui ragionare più che sul merito.

Il doppiopesismo, il doppio standard appunto, applicato dagli occidentali in queste due vicende così strettamente connesse l'una all'altra oltre che grottesco ha qualcosa di esasperante. Un'esasperazione che, in un osservatore di Coscienza, nasce dall'impossibilità a comprendere come questo modo di affrontare la realtà possa passare inosservato ai più. Ma anche dalla consapevolezza che il doppio standard è tipico di un male che oggi attanaglia il mondo: l'unipolarismo, la soggezione della quasi totalità del pianeta a un'unica superpotenza che agisce perseguendo il male.
In questo contesto la superpotenza dominante sa di non avere avversari che nell'immediato possano metterne in discussione il ruolo e sa anche di avere un dominio incomparabile sulla comunicazione mediatica. Pertanto essa ha il potere di plasmare la realtà imponendo i propri punti di vista e le proprie versioni senza preoccuparsi della loro effettiva lontananza dalla realtà. Un'ingiustizia è tale solo se a commetterla è un antagonista, ma se è un alleato o la superpotenza stessa allora è un atto giustificato.

Un mondo multipolare oppone invece a una maggioranza egemonizzata da un solo gendarme, una varietà di blocchi di nazioni e alleanze molto più livellati al proprio interno e senza quell'oppressione che è tipica dei dominanti sui dominati nell'unipolarismo. E l'allargarsi del numero di attori protagonisti porta, in un modo che potremmo dire inversamente proporzionale, a uniformare i criteri di giudizio proprio perché la credibilità dei soggetti dovrà essere oggettiva e non sarà più legata alla propria capacità di manipolazione.

Unipolarismo vuol dire dunque, strutturalmente, doppio standard.

In altre parole, menzogna che si fa sistema affinché il sistema riproduca se stesso.


sabato 12 dicembre 2015

L'Eurasia di Orwell vs l'Eurasia di Putin



In seguito all'assorbimento dell'Europa da parte della Russia, e dell'Impero Britannico da parte degli Stati Uniti, erano già nate due delle tre potenze oggi esistenti” [George Orwell, 1984]

Rispetto a quanto già espresso in questo spazio negli anni e ancora di più nelle settimane scorse ciò che verrà detto in questo articolo potrebbe sembrare in controtendenza. Nello specifico, se sino a qui Caposaldo ha di fatto salutato con favore l'opposizione che la Federazione Russa ha esercitato tatticamente nei confronti del sistema a guida occidentale, qui vogliamo invece ribadire che, essendo il nostro primo interesse il recupero delle sovranità in Italia e in Europa, è nostro preciso compito fissare con molta attenzione il nostro sguardo sull'importante ruolo di contrasto che la Russia esercita contro i Nemici dell'umanità, ma, con la coda dell'occhio, verificare che questi ultimi non abbiano già iniziato ad addomesticare l'orso russo per farne un nuovo gendarme a servizio del sistema.

Per quanto si è visto sino ad oggi abbiamo ragione di ritenere che la Russia sia un paese con altissimo livello di sovranità e che l'attuale presidente, Vladimir Vladimirovic Putin, sia un personaggio slegato dalle oligarchie che, con discrezione o con segretezza, manipolano le grandi dinamiche mondiali. Questo non significa necessariamente che la Russia e Putin costituiscano per noi degli esempi in fatto di programmazione politica e men che meno di anticapitalismo. Ci limitiamo a prendere atto, ed è una presa d'atto comunque importantissima, che Putin senza necessariamente essere “Uno dei nostri”, non è “uno dei loro” e la Russia che governa di conseguenza non sottosta a certe agende esterne.

Ecco quindi che la politica estera di Mosca presenta ampi tratti di sovranità ostile ai paesi sottomessi alle élite, vedasi la difesa delle regioni russofone del Donbass e soprattutto il deciso intervento militare in Siria a difesa dello stato legittimo e contro i miliziani dell'Isis sostenuti da USA ed Europa.

Ma se la Russia di Putin costituisce tatticamente un momento affidabile di opposizione al sistema, non possiamo escludere che le oligarchie globali, non riuscendo a domare nell'immediato il grande orso, non stiano pensando a imbrigliarlo in futuro, magari nel dopo-Putin, vanificando gli sforzi antimondialisti di questo e piegandoli anzi ai propri disegni futuri.
Non possiamo infatti ignorare, da osservatori dediti a cogliere le sfumature, che l'ascesa del presidente russo come salvatore di una Europa liberata dagli USA sembra rispecchiare un copione preparato da altri. La clamorosa incapacità di Obama su ogni singolo fronte non fa altro che esaltare ancora di più le oggettive capacità di Putin a livello internazionale. Analogamente le presunte azioni militari di USA ed Europa contro l'Isis quando l'opinione pubblica in realtà sa già benissimo che proprio americani ed europei ne sono i protettori, elevano il presidente russo addirittura alla posizione di “uomo della provvidenza” nel momento in cui la Russia, mai coinvolta nel sostegno al terrorismo, attacca militarmente con successo i terroristi.
Questo non significa che Vladimir Putin stia recitando un copione. Provenendo anzi da una formazione di sinceri patrioti, le sue azioni si inquadrano proprio in un agire alla ricerca della sovranità completa in opposizione a inquietanti oligarchie mondiali che ancora non ha la forza di combattere apertamente. Tuttavia queste stesse oligarchie, agendo fuori dalla sfera di controllo di Putin, e quindi fuori dalla Russia, possono piegarne a proprio futuro vantaggio le azioni facendolo appunto apparire in qualche modo gradito e lasciando al suo paese crescenti quote di potere regionale e continentale per poi travasarvi, quando Putin non sarà più, il potere politico ed economico ora stanziato in Occidente.

Destano sospetti in questo senso anche alcune manovre e pensieri economici occidentali apparentemente in contraddizione proprio con l'Occidente stesso. L'eurasiatismo è una dottrina geopolitica nata in antagonismo all'Occidente a guida americana ma nel tempo sono molti i soggetti occidentali che, non avendo patria o radici, si sono proposti di riciclarne l'idea proprio per riprodurre in Eurasia i meccanismi di dominio tipicamente capitalisti una volta che il potenziale americano si fosse esaurito (così come a suo tempo il testimone del comando venne trasferito dalla Gran Bretagna all'America). Ed ecco che tali soggetti possono quindi permettersi di lasciar fare in qualche misura i veri eurasiatisti per poi inquinarne i risultati con propri, indesiderati contributi. Oltre a preparare la strumentalizzazione futura della Russia di Putin in politica estera, quindi, le oligarchie già infiltrano le istituzioni eurasiatiche per esempio con la clamorosa adesione del capitale britannico alla Banca Asiatica degli Investimenti Infrastrutturali, che “rischia” di trascinare con sé anche Italia, Francia e Germania. A ciò si aggiungano le antiche “simpatie” dell'occidentalista Romano Prodi (uomo dell'oligarchia ad alti livelli) per la Cina, simpatie che perdurano ancora oggi e che si sono estese da qualche tempo alla Russia stessa.

Quindi, se possiamo nutrire una discreta fiducia nella Russia attuale come sincero nemico dei nostri Nemici, non possiamo permetterci di cadere ai suoi piedi come fosse la salvatrice dell'umanità perché oscure trame sono già in moto nel tentativo di convertire Mosca da baluardo contro il nuovo ordine capitalista a capitale di quello stesso ordine, o, come minimo, per trascinarla in una sorta di condominio dei dominanti formato da Usa, Russia e Cina.

Se la nostra associazione può dirsi eurasiatista occorre sottolineare che per noi l'Eurasia è la nostra versione della “Patria Granda” del comandante Ernesto Guevara, l'Eurasia dei Dugin e dei Terracciano.
Non certo l'Eurasia di George Orwell.

Ai veri rivoluzionari l'arduo compito di sorvegliare e anticipare le mosse del sistema.

sabato 21 novembre 2015

Eros, Agape, risveglio e gnosi



La sensazione che si prova quando si è innamorati o quando si fa l'amore con la persona giusta o quando si agisce nel più totale distacco per il bene gratuito dell'altro ricorda molto uno stato di estasi mistica.

Chiediamoci perché.

Perché quando si prova il culmine dell'amore, sia esso l'Eros o l'Agape, si avverte la medesima sensazione data dal contatto mistico e diretto col Divino, l'essenza della gnosi.
Potremmo dire che quando amiamo stiamo tornando a Sua immagine e somiglianza e sarebbe corretto ma ancora manca un passo.
In realtà amare ci restituisce la stessa sensazione dell'estasi mistica non perché l'amore venga da Dio, ma perché l'amore è Dio.
Meglio ancora Dio è il nome che diamo all'amore e che ne rivela una natura non semplicemente impersonale, ma intelligente, cosciente.

Quando si ama si risveglia la Scintilla Divina, Cristica, che ognuno di noi porta dentro dormiente e che racchiude la nostra vera natura.
Il cammino di una persona in questo suo viaggio terreno dovrebbe essere determinato solo da questa natura e questa coscienza.
Troppo spesso, quasi sempre, l'umanità agisce in base ai due criteri della paura e dell'interesse.
Quasi mai in base all'amore.
Occorre valutare ogni nostro singolo passo chiedendoci prima di agire a cosa stiamo rispondendo. Agiamo in risposta a una paura che non ci appartiene ma che ci è stata trasmessa? Agiamo in base a un interesse che danneggerà l'altro mettendoci quindi contro di lui? 

O agiamo in base all'amore gratuito facendo il bene di tutti coloro e di tutto ciò che sta fuori di noi?

Le prime due vie portano all'alienazione
L'ultima alla realizzazione e al risveglio.

Impariamo ad amare non per scadere in uno stato di mielosa e grottesca passività. Impariamo invece ad amare con l'ardore di guerrieri per smetterla di essere qualcun altro.