
Sentendo quanto sta accadendo intorno alla Fiat e al blocco della produzione italiana, mi è venuta in mente la celebre frase dell'orfanello Oliver Twist, solo da una prospettiva ribaltata... “signore, vuole un'altra porzione?”.
In vista dell'incontro con governo e sindacati, l'amministratore delegato della Fiat Marchionne non ha avuto alcuna vergogna. La condizione per sedersi al tavolo, per l'azienda, è il prolungamento degli ecoincentivi statali.
Dopo gli ultimi colpi sembrava che la Fiat avesse ripreso a ingrassare. E così è, tanto che ora, dall'alto di una ritrovata potenza, si permette di dettare al governo un'agenda vergognosa dietro il ricatto di una tremenda cassa integrazione.
Sulla pretesa di Marchionne, megafono dell'infame dinastia degli Agnelli, ci sarebbero mille obiezioni da sollevare.
Per iniziare viene da chiedersi come l'esponente della prima forza capitalistica italiana si metta a piagnucolare per avere aiuti di Stato. Grazie ai favoritismi del passato alla Fiat è stato concesso il monopolio della produzione automobilistica italiana e il controllo indiretto di migliaia di piccole aziende terziste orbitanti nel settore. I mesi scorsi hanno visto l'azienda torinese rilanciarsi in modo inaspettato anche a livello mondiale, guadagnando quote di mercato e incrementando i profitti.
Nonostante questo i riflessi positivi sul “mercato del lavoro” italiano non ci sono stati, perché la Fiat sta continuando da anni a delocalizzare il grosso della produzione all'estero.
E ora, nonostante gli innumerevoli aiuti avuti per decenni dallo Stato Italiano, nonostante quest'ultimo si sia fatto carico innumerevoli volte dei fallimenti nella politica industriale degli Agnelli tramite lo stato sociale, nonostante il nuovo slancio internazionale... la Fiat blocca la produzione italiana per due settimane e frigna alla porta del governo per avere garantiti incentivi pubblici all'acquisto delle vetture.
E' incredibile che in questa situazione anche un idiota come il ministro Scajola sia riuscito a dare lezioni di “buon” capitalismo (mi si perdoni l'espressione evidentemente contraddittoria) a Marchionne ricordando che gli incentivi “drogano il mercato”.
Questo per fermarsi al sistema.
Per andare oltre non possiamo che considerare per l'ennesima volta la posizione del lavoratore del 21esimo secolo, ben rappresentata dall'agitazione che ora percorre gli operai di Termini Imerese o Pomigliano d'Arco. Oltre ogni rivendicazione sindacale (sacrosanta) essi simboleggiano la decadenza di chi oggi non è più parte del gioco produttivo, ma ne è divenuto oggetto. Il lavoratore richiede un certo costo, un certo contratto... un certo concorrente. Quando quest'ultimo conviene di più, l'azienda scarica il lavoratore come un prodotto ormai superato e lo rimpiazza con il suo omologo di paesi lontani e digiuni di rivendicazioni che diano al mondo lavorativo una dimensione grosso modo “umana”.
Oggi lo statalismo non ha motivo d'essere temuto dagli adepti del libero mercato (o del mercato un po' meno libero), perché tale statalismo non ha più nulla a che vedere con il ruolo di guida o di rattoppo che, tatticamente, poteva arginare i crimini sociali del capitalismo. Oggi lo statalismo è derubricabile a puro servilismo pubblico verso le aziende ed è addirittura invocato da esse come dimostra il caso Fiat o il più generale piagnisteo della Confindustria dell'era Marcegaglia.
La sintesi Stato-azienda tanto desiderata dal capitale, in Italia, come nel mondo, rappresenta una vera e propria era della storia economica (e politica...) in cui il welfare si sposta dalle persone alle aziende.
Questo è il ritorno dello Stato, la sua sottomissione al privato.





