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martedì 29 marzo 2016

Lavoro salariato, piccola impresa e capitalismo: la schiavitù del nuovo ordine mondiale

Comunicato stampa



Una disamina dell'attacco a lavoro salariato e piccole imprese da parte del sistema capitalista



«Lavoro salariato, piccola impresa e capitalismo: la schiavitù del nuovo ordine mondiale»



Venerdì 8 aprile, ore 20,45, presso la sala conferenze dell'oratorio di San Francesco in Bergamo (ingresso da via Pola), con l'associazione Caposaldo si discuterà dell'attacco condotto negli ultimi anni dal sistema capitalista contro i ceti subalterni in maggiore sofferenza, il lavoro salariato e la piccola impresa.

A presentare la questione e le vie d'uscita saranno il professor Diego Fusaro, filosofo e docente universitario, e Paolo Bogni, presidente di Caposaldo.



Modera il tavolo Simone Boscali.



Negli ultimi decenni il sistema economico mondiale, sempre più centralizzato anche grazie a organismi che scavalcano le sovranità nazionali privando i paesi di ogni difesa delle proprie economie, ha attaccato salari, diritti e possibilità di occupazione per i lavoratori dipendenti. Ma ha anche definitivamente spinto fra i ceti sofferenti e sottomessi quella piccola impresa che, soprattutto in Italia, ha a lungo goduto di un certo benessere e, a livello culturale, della falsa coscienza di appartenere alla classe dominante.

La concentrazione di sempre maggior ricchezza in sempre meno persone tutte egualmente a capo di banche e multinazionali sta via via rafforzando un'oligarchia mondiale che ha ormai in pugno un modello economico ingiusto capace di scavalcare ogni autorità politica in termini di decisioni.

Caposaldo si pone l'obiettivo, con questo momento di condivisione, di promuovere la lotta a questo modello rivolgendo le proprie proposte proprio ai gruppi in maggiore sofferenza, lavoratori e piccoli imprenditori.



L'ingresso è libero e gratuito.



Evento Facebook su: https://www.facebook.com/events/580599182105494/

 



Diego Fusaro, 1983, è ricercatore e docente di filosofia presso l'università San Raffaele di Milano. Allievo del grande filosofo marxista e comunitarista Costanzo Preve. Ha rilanciato il pensiero anticapitalista castrando la falsa e superata dicotomia destra-sinistra, per un'Europa di patrie sovrane e solidali.



Paolo Bogni è da anni impegnato a studiare autonomamente le dinamiche del sistema monetario e bancario. Presidente di Caposaldo, è coautore del Manifesto di Anticapitalismo.it, il movimento originale da cui ha preso le mosse una lunga serie di conferenze sul tema del signoraggio e dell'usura bancaria e da lui presentate con successo in tutta la Lombardia.





Nata come coordinamento di movimenti e associazioni legati da una comune battaglia Caposaldo costituisce ora un'associazione che raccoglie le esperienze e le sensibilità personali di militanti di diverse provenienze. Scopo del movimento è la lotta contro il sistema capitalista e il Nuovo Ordine Mondiale con la messa in campo in particolare di momenti di controinformazione, volantinaggi e incontri di approfondimento. La varietà originale degli associati consente di trattare il tema da diverse prospettive, dall'economia alla politica, dalla spiritualità all'ecologia.



Per informazioni:

  • Simone Boscali, cell. 3314298972

    La locandina dell'evento


martedì 2 febbraio 2016

«Immigrazione: arma del capitale contro i lavoratori (italiani e non)?»


Comunicato stampa

Un'analisi obiettiva del fenomeno migratorio con due ospiti fuori dal coro

«Immigrazione: arma del capitale contro i lavoratori (italiani e non)?»

Venerdì 5 febbraio, ore 20,45, presso la sala di via Longuelo 85/F a Bergamo, l'associazione Caposaldo offrirà al pubblico un nuovo incontro dal tema Immigrazione: arma del capitale contro i lavoratori (italiani e non)?.
Ospiti della serata saranno il professor Diego Fusaro, filosofo e docente; Enrico Galoppini, studioso dell'Islam e redattore della rivista di studi geopolitici “Eurasia”; Flaminio Maffettini, avvocato e militante di Caposaldo.
L'obiettivo sarà mostrare l'immigrazione di milioni di poveri verso i paesi ricchi come fenomeno funzionale al sistema capitalista nel momento in cui quest'ultimo, mantenendo in condizione di sfruttamento i paesi di provenienza degli immigrati a vantaggio del nord del mondo, può in un secondo momento sfruttare gli immigrati stessi come manodopera di riserva proprio nei paesi più industrializzati creando conflitti ad arte contro i lavoratori locali.
La progressiva perdita delle specificità culturali a vantaggio di un'unica e povera subcultura globale non fa che rafforzare il progetto capitalista di un unico mercato mondiale, un unico governo sovranazionale e un unico popolo facilmente manipolabile.

Da questo punto di vista, Caposaldo rifiuta ad un tempo entrambe le false risposte date dall'Europa al fenomeno migratorio, quella razzista e xenofoba (incarnata in Italia dalle destre e dalla Lega di Matteo Salvini) incapace di vedere nell'immigrato la vittima senza scelta di un sistema ingiusto e quella multirazziale e filopadronale (contraltare della prima, personificata nel presidente della camera Laura Boldrini) ansiosa di assimilare l'immigrato al fine di forzare al ribasso i diritti sociali e le culture dei paesi d'arrivo. Nessuna delle due prospettive considera il fondamentale problema della condizione di sfruttamento capitalistico e oppressione da parte dell'Occidente in cui giacciono le nazioni di provenienza degli stranieri.

Modera il tavolo Alberto Nicoletta.

L'ingresso è libero e gratuito.

Evento Facebook su: https://www.facebook.com/events/1648185432113420/

Diego Fusaro, 1983, è ricercatore e docente di filosofia presso l'università San Raffaele di Milano. Allievo del grande filosofo marxista e comunitarista Costanzo Preve. Ha rilanciato il pensiero anticapitalista castrando la falsa e superata dicotomia destra-sinistra, per un'Europa di patrie sovrane e solidali.

Enrico Galoppini, redattore per la rivista “Eurasia”, è studioso ed esperto di Islam e mondo arabo oltre che di immigrazione e questione palestinese.

Flaminio Maffettini, classe 1961, avvocato, fa parte di Caposaldo da oltre due anni e ha maturato le posizioni che esporrà anche alla luce di precedenti esperienze associative.


Nata come coordinamento di movimenti e associazioni legati da una comune battaglia Caposaldo costituisce ora un'associazione che raccoglie le esperienze e le sensibilità personali di militanti di diverse provenienze. Scopo del movimento è la lotta contro il sistema capitalista e il Nuovo Ordine Mondiale con la messa in campo in particolare di momenti di controinformazione, volantinaggi e incontri di approfondimento. La varietà originale degli associati consente di trattare il tema da diverse prospettive, dall'economia alla politica, dalla spiritualità all'ecologia.

Per informazioni:
  • Simone Boscali, cell. 3314298972

lunedì 10 febbraio 2014

Osservazioni di Lorenzo Merlo su "Il Capitalismo, una malattia"


Raccolgo e di seguito rielaboro sottoforma di testo alcune prezione osservazioni di Lorenzo Merlo a proposito dell'articolo apparso su questo blog, Il Capitalismo, una malattia, ringraziando Lorenzo per i suoi spunti sempre impegnati e impegnativi.
Per capire a quale punto del testo si riferiscono le sue osservazioni riposto integralmente il post originale sotto, così da mantenere in risalto quanto scrive.

1 La giustizia è un’idea razionale e anche relativa a chi la esprime. L’ingiustizia, le differenze sono fisiologiche di ogni ambito. Fosse anche come eccezione che conferma la regola. Lottare per rispetto della nostra convinzione è legittima azione identitaria ma la cosa non le azzererà. La perfezione è solo nel mondo delle idee. Sentimenti diversi tenderanno a prevaricarsi sempre.
2 Il concetto di giustizia non penso possa essere univoco.
3 Il modello non sfugge ad essere anche il risultato di ciò che razionalmente consideriamo possibile. Se risultato è, esso rappresenta le forze, le volontà che hanno giocato la partita, incluso la corruzione dell’arbitro.
4 A mio parere non è la religione ma l’interpretazione della religione che può essere fondamentalista. L’idea fondamentalista ha una sua genesi, esigenza. Essa rappresenta alcune identità che in essa vedono realizzare se stesse. Questo per dire che si tratta di biografie, come le nostre. Considerarle da estirpare è essere giusti?
5 http://www.victoryproject.net/upload/articoli/416873935.pdf
6 L’abbondanza poi opulenza come farmaco oppiaceo. Il comfort crescente come logico scopo. La pervasività della comunicazione come diversivo da esigenze profonde. L’edonismo come consacrazione dei piccoli di essere come i grandi. Dei borghesi come i nobili.
7 Il futuro migliore è oggi - previo pilotazioni strumentali - corrispondente ad una maggiore abbondanza.
8 Questo punto è interessante. La consapevolezza è materia intellettuale se non ha il sentimento idoneo affinché si trasformi in esigenza, ovvero affinché ci trasformi da pensatori ad attori. Da fermi a motori. La volontà non esiste. Essa è solo l’alchemico prodotto finale di un’esigenza insuperabile ed inaquietabile. Diversamente resteremo in ambito intellettuale. Anche questo stazionare ha la sua biografia - e noi la rappresentiamo -. Essa ha origine nell’elezione della dimensione razionale a valore assoluto. La cosa ha comportato che tutta una serie di umanità che ci compongono, sono state dimenticate, tralasciate, mortificate. Quel mondo che vogliamo aggiornare, è stato creato anche da noi.

Nota lm:
L’esperienza intellettuale sta nell’ambito della consapevolezza. Quella operativa ha necessità di sentimento. diversamente non è. Il principio vale tanto socialmente quanto individualmente.
I due piani di esistenza sono riferibili a due “io” differenti. Entrambi sentono vivere se stessi nell’esperienza. Uno perciò tende ad essere soddisfatto da quella intellettuale, consapevolezza. L’altro da quella operativa, azione. Entrambi rispettano e si muovono solo secondo sentimento corrispondente, diversamente si tratta automi indottrinati e governati.
Una percentuale di tutto, permette al sistema di mantenere la vita in quanto ogni parte è obbligata al movimento. tutti i movimenti tendono dunque a produrre un equilibrio dinamico, il più opportuno a ridurre le vulnerabilità tipiche di quello statico. In questi termini si realizza la natura. Essa non corrisponde all’affermazione di una sola parte. Essa è composta di parti legittime. Essa sopraffà non per progetto ma solo per sopravvivenza. Tutto il resto è ratione.

Il capitalismo, una malattia
di Simone Boscali
Esiste almeno un tipo di resistenza fortemente radicato nell’animo umano che continua ad essere di difficile comprensione a dispetto di ogni esercizio di umiltà da parte di chi è riuscito a scuotere almeno in parte la propria coscienza: la resistenza al cambiamento di rotta in un momento in cui il cammino ci porta inevitabilmente verso uno strapiombo.
Per secoli le varie civiltà umane che si sono succedute anche qui in Europa hanno avuto una visione cosidetta “futurocentrica”. Mettere il futuro al centro della propria riflessione significa non tanto distrarsi rispetto al presente, quanto avere la capacità prima di tutto di immaginare e poi di progettare un futuro migliore a fronte di un presente ingiusto.
Dato che spesso, ahinoi, il presente è stato ricco di ingiustizie1 nel corso della storia umana, la visione futurocentrica ha sempre permesso all’uomo di elaborare risposte alternative al presente e di metterle in pratica, ora attraverso un cambiamento culturale, ora con una rivoluzione violenta, ma sempre riproducendo in qualche modo la concezione triadica della storia di Hegel, tesi-antitesi-sintesi.
E’ in questa tensione generale reiterata cocciutamente per secoli che è maturata la saggenza popolare secondo cui “la speranza è l’ultima a morire”. Per quanto il mondo potesse essere brutto e iniquo, esso era pur sempre il prodotto dell’uomo e l’uomo stesso aveva quindi le potenzialità per cambiarlo con un atto di volontà e forza.
Questo ha portato a un flusso di eventi storico vivace, nel bene e nel male, ma sicuramente a grandi conquiste politiche e civili oltre ad aver dato nutrimento a uno spirito umano naturalmente indomito, essendo la giustizia2, a dispetto di una vile e fuorviante propaganda moderna, uno dei fini cui l’essere umano ambisce.
La questione è radicalmente mutata negli ultimissimi decenni con l’invasione da parte del sistema capitalista di ogni spazio della nostra esistenza che non fosse solo economico. Il capitalismo si è fatto politica, cultura (parola grossa...), religione e filosofia. Proprio atttraverso la filosofia del postmodernismo è stata sentenziata la cosidetta “fine della storia”, salutando il mondo attuale, il “migliore dei mondi possibile”, come l’ultimo quanto a modello3 di esistenza proposto. Il dogma del capitalismo, per bocca della filosofia postmoderna, è che dopo di esso non ci può essere nient’altro, ossia ancora lui stesso.
Idealmente siamo di fronte a un duplice omicidio in quanto la fine della storia ha ucciso sia l’immaginario umano che la sua potenzialità ideologica di elaborare nuovi sistemi in senso tecnico e non solo ideale. Occorre a questo punto fare bene attenzione poiché il proclama postmoderno in sé non avrebbe alcuna efficacia. Il problema è che questo dogma, nel miglior stile di una religione4 fondamentalista, è stato inserito come sottofondo in ogni contesto spendibile con il pubblico. Dall’istruzione al mondo dei bambini, dalla pubblicità ai film e ai programmi tv, in ogni contesto si da per scontato che questo stato di cose non abbia mai a cambiare e questo non tanto attraverso una discussione su questo tema, ma proprio con l’assenza di ogni discussione seria, stante ad indicare che il problema non si pone. Come a dire che se la malattia non esiste, non serve farvi una ricerca scientifica.
Il risultato facilemente riscontrabile è che l’uomo è oggi incapace di concepire anche solo lontanamente un’alternativa. Il sistema può peggiorare nelle proprie storture, può diventare sempre più iniquo e insoppor-tabile, ma in ultima battuta si è fatto incontestabile. Se nei decenni passati vi era ancora almeno la possibilità di arginare le singole ingiustizie tramite battaglie di settore condotte per esempio dai sindacati, oggi anche queste sono divenute quanto mai marginali per la sfiducia maturata verso movimenti che in fondo fanno parte del sistema stesso5.
In molti, troppi oggi pensano che la filosofia sia una disciplina di parole inutili, dimenticando che per secoli essa ha dato le basi alla creazione di sistemi nel loro complesso. Qual è allora la conseguenza immediata che gli insegnamenti del postmodernismo, arrivati per osmosi nella società, produce sul singolo? Ancora una volta è tutto molto evidente: il mal di vivere. Un mal di vivere poco compreso dalla massa e dall’individuo che lo porta dentro6.
L’essere umano ha evidentemente perso la luce, la gioia. Il domani, nell’immaginario collettivo, è sempre cupo e difficile, non si ha più quella speranza ultima a morire, e ora effettivamente morta.
Questo mal di vivere si mostra comunque nei modi, potremmo dire coi sintomi, che più conosciamo. La depressione, gli esaurimenti nervosi, la salute fisica che si fa mediamente più cagionevole e poi il rifugio – sempre e comunque individualista – negli svaghi che maggiormente forniscono una “rassicurante” astrazione
dalla realtà, come i cattivi programmi tv, certi generi musicali, la malnutrizione, il consumo di alcoolici e di droghe (magari non propriamente dette).
Tutto ciò accade perché, impossibilitato (non senza una propria responsabilità, si badi bene) a sperare in un futuro migliore7, l’essere umano è diventato incapace di esprimere costruttivamente la propria angoscia e il proprio disagio, situazione che lo obbliga a incanalarli sterilmente proprio in quelle false consolazioni che il sistema ha progettato per lui o, peggio, verso l’autodistruzione individuale, premessa necessaria per quella collettiva.
Esiste però una speranza non ancora morta, poiché è d’obbligo per noi rimanere in piedi. A dispetto della generale arrendevolezza che l’umanità ha sinora dimostrato di fronte ai dettami filosofici del capitalismo, resta ancora possibile rifiutarli. Come accennato, sino ad oggi all’uomo è sembrato sfuggire che il sistema è il prodotto di un puro atto di volontà e che può quindi essere sconfitto da un atto di volontà contraria8.
Occorre non demordere su questa consapevolezza e insistere nella proposta di alternative da parte di chi ancora non è cascato nela trappola per sbloccare l’impasse.
Il problema non è che il postmodernismo ha affermato che la storia è finita, il problema è averci creduto: ma a fronte degli effetti nefasti della menzogna e della sincerità che accompagna invece il nostro lavoro, la scelta di campo del genere umano alla fine non potrà che essere una scelta di vita.

martedì 4 febbraio 2014

Impressioni sulla serata con Diego Fusaro




La conferenza sul tema Capitalismo e Libero Mercato: l'unico mondo possibile? con Diego Fusaro ha riscosso un successo oltre ogni previsione. Oltre centoventi persone presenti, tutto esaurito nella distribuzione dei libri (Minima Mercatalia), ampio consenso per le sue idee (che poi sarebbero anche le nostre, parlando almeno per Anticapitalismo.it) come testimoniato dal lungo applauso finale, e parecchie persone che hanno voluto prendere contatto col coordinamento di Caposaldo Associazioni Unite, organizzatore della serata.
Ringrazio anche in questa sede i numerosi spettatori, i media che hanno dato risalto all'evento e i grandi caposaldiani che si sono impegnati anima e corpo per la riuscita del medesimo.
Oltre, naturalmente, lo stesso Diego Fusaro che si è dimostrato un immenso pensatore.

Ho ricavato un'eccellente impressione di questo studioso che dimostra una volta di più come la filosofia sia una disciplina assolutamente necessaria per l'uomo. Le riflessioni filosofiche, le sole veramente concrete, come ha ricordato Fusaro, in quanto le uniche a considerare la Totalità, sono fondamentali quali sfondo a ogni azione umana altrimenti ottusamente specialistica.
Nelle spiegazioni di Fusaro trovo una conferma a quanto ho sempre personalmente pensato. Per essere un buon ingegnere, un buon medico, un buon amministratore occorre sviluppare una filosofia, possibilmente una filosofia ricalcata sull'antica saggezza classica-cristiana, per capire come svolgere al meglio i propri compiti e propendere al bene e al giusto.

Ma Fusaro ha anche spiegato molto bene gli errori e i crimini del capitalismo, un sistema che commette nefandezze più che ogni sistema passato, riuscendo però a nascondere tutto dietro l'impersonalità delle azioni e il silenzio che caratterizza quelle vittime che sono ormai considerate "normali": disoccupati, precari, migranti.
Analogamente è stato capace come sempre di spiegare perché certe dicotomie, destra e sinistra, fascismo e antifascismo, comunismo e anticomunismo, siano ormai obsolete e inutili ad una efficace analisi del momento. Esse costituiscono solo l'alibi per continuare a esistere per coloro che non hanno il coraggio di incarnare l'unica vera opposizione necessaria, l'anticapitalismo.
Se ne ricordino i finti anticapitalisti atlantici di servizio, gli antiberlusconiani atlantici di servizio, i neofascisti atlantici di servizio. Se ne ricordino ognivolta che con il loro sterile polemizzare ed agire contro un nemico inesistente fanno il gioco di quello reale, i banchieri e i capitalisti, che se la ridono dell'autolesionismo di chi vorrebbe fare la rivoluzione.

Grazie ancora Fusaro e grazie alla macchina di Caposaldo Associazioni Unite.

Ecco il video della conferenza.


Ricordo già da ora il prossimo appuntamento con Caposaldo, venerdì 28 febbraio, Renato Curcio presenta il suo libro Mal di Lavoro presso la biblioteca Caversazzi di Bergamo.

Di seguito il programma generale di Caposaldo per la prima parte del 2014.

lunedì 3 febbraio 2014

Canzone "Avvelenata" di Marcus Dardi




Ed ecco l'ultimo brano del menestrello antagonista, come mi piace chiamarlo, Marcus Dardi: Avvelenata.
Nelle note e nelle parole, i cinquant'anni di esperienza di vita e di anticapitalismo del cantautore.

martedì 17 dicembre 2013

Conferenza sulla situazione di crisi di imprenditori e liberi professionisti


La piccola e media impresa sopravviverà a questo governo? E i professionisti? Banche. Sono proprio necessarie? Cittadini, Sudditi o Servi della Gleba? Le Multinazionali le pagano le tasse? Mercato. Ed il ruolo dello Stato? A chi servono le Riforme?
Queste sono alcune delle domande con le quali Caposaldo Associazioni Unite ricomincia la propria attività di informazione libera partendo giovedì 19 dicembre con la conferenza dal tema Quale futuro per Imprenditori e Professionisti? - Banche, Sofferenze ed Usura.
L'incontro, ad ingresso libero, si terrà alla sala Galmozzi della Biblioteca Caversazzi via Tasso 4, Bergamo, dalle 20.30 e vedrà diversi relatori esporre le cause dell'attuale sofferenza della piccola e media imprenditoria italiana e il mondo dei professionisti legandola alla ferocia usuraia del sistema bancario italiano ed europeo, valutando allo stesso tempo possibili soluzioni inerenti una drastica riforma del nostro sistema monetario e bancario.

Esporranno:

  • Avv.to Luca D'Ambrogio, esperto in Diritto Bancario e del Lavoro;
  • Ing. Norberto Riva, Perito e Consulente del Tribunale di Monza;
  • Ing. Milena Battaglia, Ingegnere Gestionale e Consulente Aziendale.

Modera l'avv. Andrea Marcon.


Per informazioni e anticipazioni sull'incontro:
  • Simone Boscali, addetto stampa Caposaldo, cell. 3314298972.


La proposta informativa di Caposaldo Associazioni Unite proseguirà inoltre per tutto il 2014 sino a luglio e il successivo, importante evento, sempre a Bergamo il 31 gennaio sarà l'incontro con il professore di Filosofia Diego Fusaro che presenterà il suo libro Minima Mercatalia, tracciando una dettagliata analisi filosofica dell'attuale fallimento del sistema socioeconomico capitalista.


Caposaldo Associazioni Unite non costituisce una fusione o federazione di movimenti.
Si tratta invece di un coordinamento tra una decina di associazioni prevalentemente bergamasche ma anche bresciane e milanesi, i cui interessi spaziano dall'economia alla politica, dalla spiritualità all'ecologia. Ciò che unisce queste associazioni portandole a sempre più numerose iniziative unitarie è lo scopo che hanno tutte in comune indipendentemente dalle proprie specificità: l'opposizione al Nuovo Ordine Mondiale.
La sede ufficiale di Caposaldo è a Grassobbio, in via Michelangelo da Caravaggio 5.
Per il resto le singole associazioni mantengono identità e autonomia nelle proprie attività.

mercoledì 6 novembre 2013

Il capitalista, un parassita



Questo articolo vuole essere una sorta di analisi quasi escatologica dell'universo capitalista, un tentativo ambizioso e destinato al successo di smantellare le fondamenta teoriche della proprietà privata dei mezzi di produzione, una presa d'atto necessaria e necessariamente precedente la proposta di un'alternativa.

A monte di una doverosa distinzione tra i bisogni sobri e quelli indotti, possiamo dire che in una comunità il bisogno di produrre un determinato bene o di erogare un certo servizio nasce dalla necessità che quella comunità ha di consumare il prodotto o usufruire del servizio.
La logica suggerisce che una comunità matura e autocosciente potrebbe a questo punto organizzarsi da sé per produrre ed erogare quanto necessario soddisfacendo ad un tempo i propri bisogni di consumo, occupazionali, urbanistici ed ecologici1.
Ciò che se ne deduce è che non è assolutamente necessario che i rapporti di produzione prevedano una proprietà dei mezzi e una condizione subalterna dei salariati.

In questo contesto il singolo imprenditore capitalista è una figura anomala, frutto del basso livello di coscienza della comunità che, incapace di esprimere da sé i propri bisogni e di soddisfarli, permette questa strana intrusione.
L'imprenditore quindi intercetta i bisogni comunitari e ne organizza il soddisfacimento autonomamente. Se la cosa non avesse prezzo, ossia se l'imprenditore fosse un "illuminato" disposto, subito dopo aver avuto l'idea, a rimettersi in gioco attraverso rapporti di produzione comunitari, andrebbe anche bene.
Il problema è che questa figura assolutamente non necessaria avoca a sé un qualcosa a sua volta assolutamente non necessario: il profitto. L'esistenza di questa variabile viene considerata naturale nel contesto economico attuale e non se scorge l'assurdità fino a che non si prendono in esame appunto i prodromi della sua nascita.
Nel momento in cui si accetta l'interposizione dell'imprenditore tra il bisogno di produzione e la produzione stessa, i lavoratori non saranno più liberi ma sottoposti, prima che a un padrone, a una sua esigenza a questo punto fisiologica, ossia quella di ricavare un profitto, "equivalente"2 rispetto al salario del lavoratore per guadagnare.
In questo momento nascono due contraddizioni, non percepite come tali da un sistema che può già definirsi capitalista. La prima, e più ovvia, è che l'imprenditore è portato a massimizzare il proprio profitto e per farlo è disposto anche a sacrificare il salario dei lavoratori, riducendolo a ogni occasione e quindi aumentando la forbice sociale con gli stessi, e a produrre senza quel rispetto dei criteri ecologici ed etici che la comunità terrebbe in maggior considerazione. La seconda è che i lavoratori non dovranno più produrre solo per generare i beni di cui la loro comunità necessita e indirettamente il proprio giusto salario, ma dovranno lavorare di più per produrre anche il profitto dell'imprenditore capitalista, la cui generazione non era altrimenti necessaria: è in questo preciso momento che nasce il plusvalore individuato scientificamente da Karl Marx in un'analisi della quale rendiamo onore al Barbuto di Treviri.

L'imprenditore capitalista svolge dunque una funzione non necessaria, fagocita risorse e non da nulla in cambio. In biologia questo tipo di figura viene detto parassita, ed è in questa prospettiva che dobbiamo inquadrarlo socialmente. Solo il parassitismo capitalista, infatti, ha potuto nei decenni sottrarre artificiosamente risorse alla società sino a ridurla al collasso attuale in cui da nessuna parte, nonostante le potenzialità produttive invariate, sembra non esserci più ricchezza.

L'assurdità che subentra a questo punto assume contorni che sarebbero anche comici se non si rivelassero in realtà drammatici nei casi di chiusura aziendale.
L'attività produttiva infatti, il cui impulso all'esistenza, ricordiamolo, nasce e persiste dalla comunità che necessita di beni e servizi, viene legata a doppio filo al singolo padrone. Per questa ragione nel momento in cui il padrone decide di chiudere l'attività o delocalizzarla, a meno di un atto filantropico sino ad oggi ben poco diffuso, la produzione cessa e i lavoratori si ritrovano senza un impiego. L'assurdità di questa situazione, ahimé tutt'altro che rara, sta nel fatto che anche in caso di chiusura di un'azienda, in realtà il tessuto economico nel suo complesso mantiene invariata la necessità di quel prodotto che veniva realizzato3. Per cui, nonostante la comunità abbia bisogno del prodotto e nonostante lavoratori e mezzi siano potenzialmente pronti a produrlo, il meccansimo si inceppa perché l'imprenditore, ossia la parte meno importante, si è fatta da parte.
Come dire che una casa può crollare non perché siano state distrutte le sue fondamente, ma una tegola del tetto.

A questo punto una proposta organica sulla riformulazione totale dei nostri schemi economici occuperebbe lo spazio di un saggio (non lunghissimo avendo già stroncato senza appello i rapporti capitalistici), ma la nostra azione, senza la quale ogni esposizione teorica sarebbe puro autoerotismo intellettuale, deve vertere con estrema urgenza sull'attualità immediata.
Sempre più spesso aziende di ogni dimensione chiudono, vuoi per la codarda fuga del proprietario che vuole iniziare a vampirizzare la classe lavoratrice di altre regioni del mondo, vuoi per la sua incapacità a competere perché altri l'hanno fatto prima di lui.
Ecco quindi che è necessario organizzarsi a livello politico (che non significa naturalmente partitico), sindacale e sociale affinché sia possibile per le aziende che vivono questi momenti salvaguardare tutto l'impianto produttivo affinché macchinari, mezzi e competenze non siano cannibalizzati a favore delle sedi delocalizzate. I lavoratori devono poter continuare l'attività conservando il portafoglio aziendale grazie a un piano industriale da realizzarsi verosimilmente con la consulenza dei sindacati (gli unici probabilmente a saper fornire queste competenze) e un finanziamento da ricercarsi o nel pubblico o nella società stessa attraverso forme di azionariato sociale, anche solo temporaneo, per poi consentire la formazione dell'unica forma di produzione etica e sostenibile, quella cooperativa e coordinata con la comunità.


1Urbanistici ed ecologici in quanto una comunità che installasse sul proprio territorio un'attività produttiva con la quale convivere a lungo (in quanto ospiterebbe lavoratori della comunità stessa) per necessità di autoconsumo, e non di speculazione, darebbe totale attenzione al rispetto dell'ambiente e della vivibilità urbanistica.
2Le virgolette sono d'obbligo poiché, al di là di un recente e retorico piagnisteo di imprenditori che si dicono in crisi dopo aver succhiato il sangue per anni ai lavoratori, quantitativamente è ben raro che i profitti dell'imprenditore equivalgano il salario dei dipendenti
3L'esempio più illuminante è proprio quello delle delocalizzazione, un caso in cui la produzione industriale non viene cessata ma spostata, questo sta ad indicare che la necessità di produrre, di per sé, è invariata, ma il capitalismo impone che la produzione avvenga in condizioni più convenienti (per il capitalista) ossia laddove il profitto può essere massimizzato