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giovedì 27 marzo 2014

Barnard e Mosler, i gemelli della disinformazione



 
Sino a pochi anni fa coloro che parlavano di sovranità monetaria erano in pochi, ma avevano le idee estremamente chiare. Sovrana è quella moneta che, indipendentemente dall'area geografica di accettazione, viene emessa da un noi pubblico e collettivo (stato, insieme di stati, regione, comunità locale, etc.) senza contropartita di debito pubblico in mano agli investitori. Si tratta di una moneta concepita giuridicamente, prima ancora che economicamente, come unità di misura dell'economia reale, ossia econometrica.
 
Negli ultimi tempi la situazione è parecchio cambiata in quanto, complice la crisi economica strutturale che attraversa l'occidente capitalista, l'espressione sovranità monetaria ha fatto breccia nell'immaginario di tanti avventurieri della dissidenza economica e presso un pubblico poco propenso a documentarsi ma molto pronto a chinarsi davanti a un tanto desiderato messia delle soluzioni facili.

 
Questo passggio è estremamente grave, e probabilmente non casuale, in quanto genera una sterile disinformazione presso un pubblico che avrebbe invece tanto bisogno di conoscere come stanno le cose.

Ma ancor di più tutto questo è quanto di più amorale si possa concepire poiché i pionieri della vera sovranità monetaria hanno per anni svolto un lavoro difficile e importantissimo finendo relegati nell'ombra e nella censura. Uno dei massimi conoscitori e coraggioso studioso del tema è il nostro Giacinto Auriti, un uomo che per anni è stato letteralmente costretto a mangiare camionate di letame al solo scopo di aiutare l'Occidente a uscire dalla dittatura usuraia delle banche. Altri hanno umilmente raccolto il testimone di Auriti ed hanno continuato a mangiare ingenerose porzioni di letame per far luce sull'argomento restando sempre ai margini della visibilità mediatica.

Oggi invece coloro che si lucidano la bocca parlando di sovranità monetaria in televisione propagandando quella che, vedremo, altro non è che falsità monetaria, stanno buttando a monte tutto il lavoro svolto per anni nell'ombra e con difficoltà da chi aveva davvero voluto aiutare i cittadini. Il fatto che questi parvenu della moneta godano di grande visibilità al solo scopo di fare danni è motivo di amarezza per chi si è sinceramente battuto nel silenzio.

 

Coloro che più di altri hanno recentemente cavalcato l'onda della sovranità monetaria sono stati senz'altro l'economista Warren Mosler, forse il più celebre promotore della Modern Money Theory, e il giornalista Paolo Barnard, suo autorevole megafono in Italia e sul quale, a dispetto del titolo di questo articolo, vorremmo concentrare il tiro della critica.

Questo personaggio ha l'imperdonabile colpa di mandare drammaticamente fuori strada decine di migliaia di persone che diversamente approccierebbero il problema della moneta sovrana in modo corretto. A questo proposito la sua improvvisa visibilità mediatica, in primis la costante presenza alla trasmissione televisiva La Gabbia su La7 (di Tronchetti Provera...) è fin troppo generosa e sospetta e se a pensar male qualche volta ci si azzecca si direbbe che Barnard sia stato messo lì a deviare verso il precipizio i tanti buoi ormai scappati dalla stalla del sistema.

 
Dopo un promettente inizio di carriera come giornalista sinceramente dedito a scoprire il marcio (restano illuminanti molti suoi servizi realizzati all'epoca per la trasmissione Report, specialmente di critica all'imperialismo americano), Paolo Barnard è stato nella prassi arruolato tra gli squadristi in cravatta dei disinformatori. I primi sintomi di un suo riasservimento al potere li si è notati nella sua difesa della versione ufficiale dell'Undici Settembre, mentre la confermata diagnosi per sindrome da falsità è arrivata col suo negazionismo verso il signoraggio bancario[1].

 
A dispetto di quest ultimo colpo alle spalle della resistenza (e poi si permette di accusare altri di lotta a gettoni[2]), Barnard non nega tuttavia che esista un problema legato alle modalità di emissione della moneta ed è proprio qui che subentra come disinformatore promuovendo la gattopardesca MMT.

Non è oggetto di questo articolo una disamina completa della MMT, quanto piuttosto delle insesattezze che Paolo Barnard espone con disarmante sicumera, inesattezze che lui per primo non può non riconoscere come tali. Ed è proprio per questo punto che ci si permette di accusare Barnard di disinformazione e di asservimento al potere. Se una persona diffonde informazioni errate senza capirlo le si può imputare la superficialità o alla peggio la stupidità, non la malafede. Ma quando qualcuno mente sapendo di mentire (e si ripete, Barnard alla luce delle mole di informazioni cui ha accesso, sa di mentire) allora lo sta facendo appositamente e per uno scopo.


Il giornalista sostiene ad esempio che il debito pubblico così come lo si percepisce non esista e che esso sia invece uno strumento di tutela ed opportunità del risparmio dei privati, difendendone quindi la legittimità. Evidentemente nei suoi anni di studi non è stato spiegato a Barnard che solo il 15% circa del debito pubblico italiano è detenuto da cittadini comuni, mentre oltre il 40% va a banche, assicurazioni e fondi di investimento "nazionali" e l'altro 40% circa ad analoghi investitori stranieri[3]. Quando Barnard definisce il debito pubblico un risparmio privato sta dunque intendendo il risparmio delle banche che avrebbero quindi l'opportunità di investire i propri soldi su un soggetto - lo Stato -  difficilmente insolvente?

E ancora, mentre i sostenitori della vera sovranità monetaria si battono per l'applicazione giuridica del debito detestabile, cosa che permetterebbe di non pagarlo (eccezion fatta per quel 15% di cittadini cui si accennava prima), a Barnard questa soluzione non passa neanche per la testa. Di nuovo, alla luce della composizione del debito pubblico italiano, dobbiamo ritenere che Barnard consideri sacrosanto onorare un debito detenuto per oltre l'80% da banche private a fini speculativi e come mezzo di pressione per ottenere dai governi politiche favorevoli? Questo certamente sarebbe coerente col fatto che Barnard difende il soggetto banca in quanto tale (commerciale e centrale) senza aver mai concepito un sistema monetario radicalmente diverso in cui la banca come tipologia di impresa sia assente e sostituita ad esempio da un apposito ente pubblico responsabile dell'emissione, della raccolta dei depositi e della corretta circolazione del denaro.

Del resto anche questa prudente [non]presa di posizione di Barnard è coerente con la sua rinnovata visione ottimistica delle cose, una visione in cui tutto è come sembra tanto da permettersi di negare l'esistenza di quei poteri forti che guarda caso usano proprio le banche come primo strumento di coercizione[4].
 

Di nuovo, Paolo Barnard, parlando del debito pubblico come di una protezione dei risparmi privati, rilancia l'idea della MMT di non mandare in soffitta i Titoli di Stato attribuendo loro semmai una funzione diversa da quella di finanziamento per le casse statali.

Per lui queste obbligazioni dovrebbero essere uno strumento per drenare dalla circolazione il denaro in eccesso. Ma anche qui Barnard sembra proprio mentire sapendo di farlo perché se è vero che un'emissione di titoli può in un primo momento drenare liquidità, è anche vero che alla scadenza questi andranno rimborsati con tanto di interessi, ragion per cui la liquidità verrà presto o tardi reintegrata nella circolazione con gli interessi in più, per cui la massa monetaria risulterà aumentata e non ridotta!

A questo, risponderebbe probabilmente Barnard, si potrebbe ovviare con una nuova e più massiccia emissione di titoli. Questa soluzione tuttavia non farebbe che riproporre all'infinito il problema iniziale e nel frattempo la massa degli interessi dovuti risulterebbe accresciuta. Un'emissione strutturale e periodica inoltre porrebbe il problema del reperimento di investitori. Si è visto che meno del 15% dei titoli attualmente in circolazione è in mano ai privati cittadini. Cosa fa pensare a Barnard e ai barnardiani che in regime di MMT la gente comune riuscirebbe a investire in obbligazioni statali quanto serve a non lasciarne eccedenze invendute? Non possono esserci garanzie. E forse è per questo che nella MMT non si parla esplicitamente di escludere le banche private dal novero degli investitori di quei Titoli di Stato che loro vorrebbero riveduti e corretti nella loro funzione. E forse, di nuovo, è proprio per questo che Barnard e i barnardiani ritengono lecito onorare i debiti attualmente contratti dallo Stato con le banche, come detto in precedenza.

 
Tecnicamente per la MMT il reperimento delle risorse necessarie a rimborsare i titoli non sarebbe un problema in quanto lo Stato potrebbe stampare tutto il denaro necessario a coprire le spese. Ma se la stampa servisse in questo caso a rimborsare strumenti finanziari concepiti per ridurre la quantità di circolante si creerebbe un paradosso: l'emissione monetaria servirebbe a finanziare il drenaggio di moneta in un circolo infinito e insensato.

E ancor di più, se questi titoli col tempo finissero in mano alle banche in proporzioni crescenti ci si ritroverebbe nella medesima situazione di oggi. Le banche deterrebbero la gran parte del debito, lo Stato emetterebbe moneta per rimborsarlo gettando così in circolazione un'enorme quantità di denaro e si troverebbe quindi di nuovo con la necessità di drenarlo, ma gli unici soggetti a disporre di cifre simili sarebbero... nuovamente le banche, le quali disporrebbero quindi di una rinnovata capacità di manipolare la politica.

Oppure, secondo Barnard, questa moneta in eccesso potrebbe essere recuperata attraverso la tassazione, vista sempre dalla MMT come altro strumento di drenaggio del circolante in eccesso. Ma la MMT non può garantire una pluralità di soggetti tassabili sino a questi livelli a meno di non voler ultra-tassare proprio quelle banche che sembrano invece essere una parte importante del sistema barnardiano. Del resto non solo le banche, ma nessun altro, investirebbe in obbligazioni statali se sapesse che l'interesse, ma qui viene da pensare all'intero capitale, sarebbe polverizzato da una tassazione concepita per regolare la massa monetaria.

 
E tanti saluti, di nuovo, all'idea di debito pubblico come garanzia di risparmio privato.
 

Proseguendo ricordiamo che Paolo Barnard è un grande sostenitore della presunta sovranità monetaria degli Stati Uniti e del dollaro. Ma se il dollaro è una valuta sovrana e il debito federale USA è garanzia di risparmio degli americani, ci spiega Barnard perché questo debito è in mano soprattutto a investitori stranieri, addirittura statali[5]?
 

Paolo Barnard cade inoltre in un'altra grossa contraddizione laddove arriva ad affermare che all'oggi è lo Stato a creare moneta[6] con la spesa pubblica. Ovviamente se Barnard credesse a se stesso nel fare una simile affermazione non si capirebbe perché allo stesso tempo sostiene che lo Stato non abbia sovranità monetaria (e in questo, solo in questo, avrebbe ragione) e perché spacci al contrario la MMT come una necessaria alternativa sovranista.

 
Ma laddove il giornalista getta praticamente la maschera è nel capitolo da lui dedicato alla presunta bufala del signoraggio nel saggio Il più grande crimine. Nel dare le sue controdeduzioni Barnard utilizza un metodo di disinformazione vecchio come il mondo e allo stesso tempo comunissimo al giorno d'oggi, in quanto rappresenta l'ultima freccia all'arco di chi non avrebbe nulla da contestare: attribuire alla controparte ciò che non ha mai detto e criticarla in base a queste falsità.

Gli otto punti nei quali si articola la sua critica sono una sequenza di menzogne e inesattezze in cui Barnard narcisisticamente „smonta“ ciò che i sostenitori della vera sovranità monetaria in effetti non dicono, e così facendo dimostra anzi egli stesso di voler avere la paternità esclusiva di idee che invece i signoraggisti hanno realmente espresso (ma Barnard, mentendo saperndo di farlo, se ne guarda bene dal dirlo). L'introduzione al primo punto è a tal proposito illuminante:

Il ‘complotto del signoraggio’ afferma che la moneta sovrana non è più di proprietà degli Stati, ma delle BC che la emettono/stampano. Falso. La moneta sovrana è sempre emessa PRIMA dagli Stati nell’ambito delle loro attività di SPESA. Lo Stato a moneta sovrana se la inventa dal nulla, e spende per PRIMO, è cioè l’unico soggetto esistente che ‘monetizza’ per primo i beni e i servizi acquistandoli con la sua moneta[7]

 
La fantasia e la faccia di bronzo non mancano davvero a Barnard che condensa in poche righe enormi sciocchezze. Il presunto complotto del signoraggio non afferma assolutamente "che la moneta sovrana non è più di proprietà degli Stati, ma delle BC". Afferma semmai l'esatto opposto, in quanto la moneta proprio perché non è più di proprietà degli Stati non è più sovrana ma moneta-debito! E le monete che hanno caratterizzato la modernità – il dollaro e l'euro oggi, ma anche la lira o il franco francese ieri, caro Barnard, anche la lira! – sono sempre state tutte moneta-debito emessa dalle banche centrali o anche commerciali, a seconda dei passaggi. La risposta che il giornalista si da guardandosi allo specchio è tragicomica in quanto Barnard si attribuisce un concetto che in realtà appartiene proprio a quei signoraggisti che vorrebbe ridicolizzare ossia che "la moneta sovrana è sempre emessa PRIMA dagli Stati nell’ambito delle loro attività di spesa. Lo Stato a moneta sovrana se la inventa dal nulla". Semmai, è da aggiungere, è la MMT che non propone una vera ricetta sovranista in quanto mantiene consapevolmente in piedi una serie di apparati che consegnano il controllo della moneta di nuovo alle banche.

E così alla via per i punti successivi.

 
Sullo sfondo di critiche sterili come questa Barnard mantiene anche una schizofrenica manipolazione della realtà. Egli infatti afferma all’inizio del proprio lavoro che non vi è alcun economista di livello a sostenere la validità delle tesi signoraggiste. Ora, a parte il fatto che questa è una menzogna bella e buona[8] reiterata metodicamente dai negazionisti, si potrebbe obiettare a Barnard che l’obiezione è inconsistente nel momento in cui il primo distinguo tra una vera moneta sovrana e il surrogato della MMT è la natura giuridica della moneta e non quella economica. Ma a parte questo il giornalista cade in profondissima contraddizione quando alla fine del proprio ragionamento conclude dicendo che il complotto signoraggista gli ricorda tanto le teorie della scuola economica austriaca di Ludwig Von Mises. Certamente questo paragone è in malafede in quanto in genere chi si occupa di signoraggio non è certo un turbocapitalista alla Von Mises, ma soprattutto Barnard contraddice se stesso anche con questa sua cattiveria poiché se all’inizio del ragionamento aveva affermato di non riscontrare la validità della tesi presso alcun economista di livello, alla fine afferma che essa rimanda agli studi austriaci di Von Mises che è invece un economista di spessore (beninteso, secondo i canoni barnardiani, non certo per noi)
 

Paolo Barnard è quindi da derubricare decisamente tra i camerieri del sistema e il bene che può aver fatto nel suo lontano lavoro di reporter non lo può assolvere. Se un tempo aveva criticato il sistema delle guerre, dello sfruttamento, dell'imperialismo, ora lo sta difendendo con un ardore dieci volte superioriore da uns prospettiva economica con l'aggravante di minare il lavoro di chi invece proprio attraverso lo studio della moneta avrebbe voluto infliggere al sistema un colpo decisivo.

Il fatto che si permetta di criticare altri falsi antisistema come Travaglio o Grillo non lo mette al riparo da critiche e non permette di concedergli il beneficio del dubbio sulla buona fede. Che i livelli più bassi del sistema di cannibalizzino tra loro è un metodo di controllo e confusione collaudato e ben noto, nel rispetto del cerchio e dell'ellisse di Pavlov[9].

 
Oggi per chi volesse raccogliere il pesante testimone della sovranità monetaria deve essere ben chiara una cosa, ossia che tatticamente queste follie barnardiane devono essere combattute con la massima priorità ed energia.

Spiegare cosa siano il signoraggio moderno e la sovranità monetaria a chi è digiuno del discorso si è rivelato negli anni impresa già abbastanza ostica.

Dover rispiegare la cosa a chi pensa di averla capita in base ai deliri barnardiani rischia di essere una discesa all'inferno.


[1]http://paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=225
[2]http://lanuovaenergia.blogspot.it/2010/01/carissimo-paolo-barnard.html
[3]http://www.linkiesta.it/sites/default/files/styles/main_image_article/public/uploads/articolo/immagine-singola/Debito%20pubblico%20italiano.png?itok=zdezfLiI
[4]http://www.stampalibera.com/?p=68556#sthash.u0clEyqP.dpbs
[5]http://intermarketandmore.finanza.com/la-storia-intrigata-del-debito-pubblico-usa-possessori-investitori-primary-dealers-47863.html
[8] Maurice Allais, Nino Galloni, Eugenio Benetazzo, Salvatore Tamburro, Sandro Pascucci,…
[9]https://www.youtube.com/watch?v=mVmTY5nz6lg

lunedì 10 marzo 2014

Il complottista commerciale (2a parte)








4) Complottisti, ossia autolesionisti volontari
Il quarto punto ci riporta invece ad una dimensione psicologica e riguarda la presunta volontà individuale che il cosidetto complottista avrebbe di credere al fatto che sia tutto architettato da forze occulte. Questo permetterebbe all'individuo di accettare con più tranquillità gli eventi in quanto la loro versione ufficiale sarebbe troppo spaventosa e difficile da metabolizzare.
Per esempio, ci illumina l'autore di Medbunker con un altro parallelismo con Paolo Attivissimo6, sarebbe troppo brutto credere che un movimento terroristico possa essere così potente e crudele da organizzare sanguinosi attentati quali quelli dell'11 settembre 2001. Pertanto, dicono, sarebbe più rassicurante costruirsi una realtà alternativa e ritenere che i veri responsabili sono potenti agenzie deviate. L'idea che tutto sia preordinato al di là della nostra capacità di afferrare le cose ci dovrebbe tranquillizzare.
Tuttavia se prendiamo in esame metodo e merito di questo esempio fatto, ripeto, dai debunkers, ci accorgiamo che rappresenta una totale eterogenesi della realtà. Prima di tutto, quanto al metodo, la realtà ufficiale è decisamente più rassicurante di una realtà "complottista" in quanto basata su personalità, fatti e dinamiche immediate e quindi sotto il nostro controllo. Realmente inquietante è invece l'idea che i grandi eventi del nostro tempo siano a monte studiati e attuati da organizzazioni che sfuggono il nostro controllo in quanto il problema viene spostato su un piano in cui non può facilemente essere combattuto. Certo, un debunkers potrebbe a questo punto ribaltare completamente la frittata a proprio favore e sostenere che in realtà è proprio ciò che il complottista vuole: portare il nemico laddove non può essere combattuto per dare un'alibi alla propria incapacità di affrontare i problemi e deresponsabilizzarsi. Sarebbe un clamoroso voltafaccia ma se avvenisse sarebbe utile ricordare che la deresponsabilizzazione è atteggiamento tipico non di questo o quel tipo umano, ma dell'uomo in quanto tale. Per cui, se credere in ipotesi complottiste fosse il dito dietro cui una persona nasconde la propria fuga dalle responsabilità, allora queste teorie dovrebbero andare per la maggiore presso l'opinione pubblica proprio perché la gente tende per natura a deresponsabilizzare se stessa. Sappiamo al contrario che non è così e che anzi le ricostruzioni non ufficiali degli avvenimenti sono patrimonio di una minoranza.
Inoltre, passando al merito, l'esempio dell'11 settembre è proprio il più sbagliato che gli autori in questione potessero citare quanto al metodo scelto. La nostra società è artificialmente islamofoba. Il mussulmano in generale e l'arabo in particolare sono visti con paura, diffidenza, sono incompresi per ignoranza e per effetto di una propaganda culturale che va ben al di là degli angusti limiti di certe sponde politiche buffonesche. Pertanto il fatto che presunti terroristi islamici compiano attentati di immense proporzioni quali quelli dell'11/9 non solo non risulta troppo spaventoso da accettare, ma al contrario non fa che mettere il cappello allo sciagurato luogo comune che l'occidentale ha dell'islamico. Addirittura esso sarebbe la conferma tanto attesa della "vera" natura dei mussulmani e quindi un nulla osta a reiterare verso di loro quella xenofobia che sino a prima non si poteva razionalmente giustificare.
Quindi, contrariamente a quanto affermato dai debunkers (in mala fede, aggiungo, perché non possono non aver fatto simili considerazioni) accettare la versione ufficiale di quegli eventi sarebbe assolutamente spontaneo anche in totale mancanza di ogni prova razionale, e in effetti è proprio ciò che è avvenuto, mentre è assolutamente contrario a ogni nostro sentire comune accettare l'idea che un gruppo di potenti occidentali, addirittura connazionali delle vittime possa aver architettato questo. Se, nel corso degli anni, molti sono arrivati con cognizione di causa a formulare questo pensiero è stato alla fine di un percorso di studio e raccolta di elementi, e non per una pregiudiziale psicanalitica per cui sarebbe stato meno traumatico accettare la spegazione più artificiosa.

5) Le prove esistenti
Un quinto punto molto importante e che ci porta di nuovo a credere che vi sia parecchia malafede nelle contestazioni alle strategie di dominio, è la reiterata affermazione secondo cui non ci sarebbero mai prove a sostegno delle stesse, lasciando di riflesso supporre che ogni versione ufficiale degli eventi sia invece suffragata al di là di ogni dubbio. Ho parlato di malafede perché queste contestazioni non vengono semplicemente dai creduloni della porta accanto (la cui faciloneria nell'abboccare a tutto non è giustificabile ma resta comprensibile), ma da gente molto, molto informata, come i già citati Attivissimo, Medbunker e gli autori del Cicap. E' da escludere in ogni modo che queste persone, restando ai propri campi di competenza, non sappiamo come stiano realmente le cose. Paolo Attivissimo non può non sapere che la spiegazione ufficiale dell'11/9 ha lo stesso rigore scientifico di una barzelletta così come Medbunker non può non sapere che le vaccinazioni non si poggiano su alcuna evidenza medica o che la dieta onnivora sia estranea all'organismo umano. Parallelamente entrambi non possono non sapere che conclusioni ben più fondate su questi temi – e che i due signori liquidano ironicamente come complottiste – sono state raggiunte da personaggi che non rispondono certo al ritratto del cospirazionista da circo che vorrebbero dipingere.
Di nuovo, perché mentire sapendo di farlo quando si hanno in mano tutti gli elementi che indicano la verità o che, quantomeno, piantano il seme del dubbio su quale essa sia? Perché quando ciascuno di noi vuole diffondere qualcosa, un prodotto da vendere o un'idea da far circolare, si sceglie un pubblico e in base al pubblico si determinano contenuto e contenitore. Il pubblico individuato dai debunkers non è quello degli scettici, ma quello delle persone che hanno bisogno di un mondo dalle solide basi. Brutto o bello non è importante, esso deve essere comprensibile e trasparente e soprattutto dotato di autorità delle quali ci si possa fidare. Se volessimo tornare ai discorsi psicanalitici citati in precedenza potremmo interrogarci su quale sia il quadro psicologico di questa massa di individui, ma quello che più interessa è sapere che questo pubblico accoglierà per autorità quanto viene loro spiegato da chi si presenta con una formale patente di legittimità a parlare, e non indagherà mai sulle fonti. E questo i debunkers lo sanno bene, sanno che dipingendo i complottisti come degli spostati mentali, dei falliti, dei frustrati, il loro pubblico accetterà acriticamente questa affermazione e non risalirà mai la corrente per scoprire che in realtà tra loro vi sono eccellenti professionisti, medici, economisti, professori, piloti, architetti e ingegneri.

Conflitto asimmetrico e complottisti commerciali
E' questo, di fondo, il sale del conflitto asimmetrico tra i debunkers e chi invece ricerca la verità. I primi hanno infatti un immenso vantaggio poiché si presentano, e di fatto è vero, come difensori dell'autorità ufficiale, un'autorità pubblica (stati, agenzie, forze armate, etc) verso la quale il cittadino può nutrire anche una grande disistima ma senza concepire che possa essere in realtà una cellula deviata. I secondi invece sono dei contestatori di quella autorità, di quelle certezze che risiedono nella nostra cultura millenaria, prima ancora che nelle strategie di dominio occulto, da qui la loro fatica di avere sempre qualcosa da dimostrare.
Ai primi non si richiedono prove, ai secondi sì, ed è ovviamente sulla prima parte che ci si sbaglia.
L'accettazione aprioristica delle versioni ufficiali, che in un mondo razionale necessiterebbero di prove e dimostrazioni tanto quanto le versioni contestative, ha portato a conseguenze terribili nella storia anche recentissima dell'umanità.
Il mondo ha creduto all'idea che l'Iraq di Saddam Hussein, un paese sprofondato nella miseria estrema a partire dalla guerra del 1991, disponesse di armi di distruzione di massa e che fosse un pericolo per la sicurezza dell'Occidente. Questo è stato accettato per una pura applicazione del concetto dell'ipse dixit, dell'autorità incondizionata, non è stata chiesta alcuna prova del crimine (disonorando la nostra tradizione del diritto) e nemmeno si è chiesto in che modo un paese alla fame potesse costituire un pericolo tanto da doverne seppellire i rimasugli sotto una nuova guerra. Ci si è creduto, si è creduto alla versione ufficiale solo perché era rassicurante e perché questa rassicurazione era rivolta a una moltitudine di individui realmente acritici che l'hanno accettata. Questo quadro assomiglia molto a quello che i debunkers hanno dipinto rispetto alla (ormai presunta) galassia complottista, con la differenza che va applicato proprio a loro perché questo è il vergognoso mondo, il vergognoso sistema di potere e oppressione che difendono reiterando il loro modo di fare disinformazione.

Ma la conclusione ancora più grave che voglio tracciare qui e che ricalca un punto già accennato nel testo, è la volontà da parte dei debunkers di creare e imporre una figura che renda ancora più difficile per ogni serio studioso di strategie la diffusione dei propri punti di vista, anche quando perfettamente documentati. Quella, come si è detto, del complottista commerciale. Complottista perché incline a vedere a priori e senza necessità, se non la sua pochezza mentale, complotti dietro ogni importante evento storico. E commerciale non perché farebbe questo per vendere le proprie teorie (attraverso libri, dvd, conferenze) ma al contrario perché essa è una figura vendibile proprio dai debunkers: vendibile, se non economicamente, proprio a livello di propaganda, il che è forsa la cosa che sta più a cuore alla disinformazione.
Nel momento in cui i debunkers impongono questa immagine pagliaccesca secondo i criteri sopra esposti, ossia senza la necessità di dover giustificare o provare le proprie affermazioni poiché si sa di avere un pubblico che le accoglierà come verità per decreto, ogni contestatore delle verità ufficiali sarà poi automaticamente ricondotto a questo stereotipo e quindi ogni sua informazione e conclusione, anche la più razionale e documentata, finirà nel calderone del complottismo da circo e la loro ripetizione da parte di altri personaggi, a loro volta identificati pregiudizialmente come complottisti, creerà un circolo dal quale sarà impossibile uscire.

Mi chiedo e vi chiedo, evidentemente, se personaggi come Bruno Amoroso, Eugenio Benettazzo, Maurice Allais, Nino Galloni, Eugenio Serravalle, Roberto Gava, ufficiali e piloti dell'Aeronautica Militare Italiana, i professionisti di Architects & Engineers for 9/11 Truth, Ron Paul, Jum Tucker, Daniel Estulin, possano rientrare nella categoria di complottista commerciale sopra descritta.
Evidentemente no.
Evidentemente, così come non esiste il complottismo nella forma che ci viene predicata dai debunkers, non esistono nemmeno i complottisti. L'immagine artefatta di questi ultimi, se ben può descrivere qualche Pierino esaltato per nulla rappresentativo, costituisce pura e semplice disinformazione di debunkers più abili a screditare i contenitori che i contenuti.

E tutto questo, chiaramente, non è un complotto.


















martedì 4 marzo 2014

Il complottista commerciale (1a parte)


di Simone Boscali

1a parte (nb. seguiranno, nella versione pdf scaricabile, le note a piè di pagina)

Ho pensato per diversi giorni se fosse o meno il caso di comporre questo saggio.
Non perché abbia dei dubbi sui contenuti ma perché mi rendo conto che il controargomentare qualcosa già detto in precedenza da altri, e che si ritiene assolutamente non corretto, non fa che dare visibilità alle tesi dell'avversario che invece si vorrebbe far passare in secondo piano.
Tuttavia ho deciso che il gioco valeva la candela utilizzando i giusti linguaggi e metodi.

Quello che vado a scrivere è una mia risposta, nei contenuti e non alla persona, a un articolo di dubbia buona fede che ho letto in Rete1, un testo di fonte debunker in cui si alimenta lo stereotipo del "complottista" come elemento sociale problematico in base ad argomenti che lasciano davvero parecchie perplessità.
Ritengo quindi opportuno chiarire una serie di punti fondamentali affinché l'approccio critico alla realtà che ci viene venduta dal mainstream non sia inquinata da derisioni e maldicenze simili.
Una premessa. Mentre per altri autori utilizzerò nome e cognome quando necessario, per quanto riguarda il "ricercatore" dell'articolo citato mi limiterò a chiamarlo "Medbunker", dal nome del suo blog, non avendo la certezza del suo vero nome e non ritenendo necessario un investimento di tempo per chiarirlo.

Questa esposizione, chiosata con una tesi finale, si articolerà in una serie di obiezioni precise.




1) Il complottismo: categoria inventata dai debunkers
Per prima cosa è bene dire che già l'uso della categoria "complottismo" è tipico di chi vuole attaccare una mente che è semplciemente aperta a ogni possibilità, etichettandola come propensa al complotto a monte di ogni prova o indizio che la indichi come tale. Io verrei sicuramente incluso in questa categoria per esempio da un Paolo Attivissimo o dal Cicap, ma personalmente la rifiuto. Non esistono complotti, per riprendere l'adagio di un articolo da poco letto2, esistono strategie. Strategie messe in atto per governare l'andare delle cose ignorando strutturalmente ogni volontà popolare.
L'idea di "complotto" non fa che soddisfare un'immagine buffonesca cara ai debunkers di paranoidi alla continua ricerca sempre e comunque di cospiratori rinchiusi chissà dove ad architettare chissà cosa.
Vedremo alla fine qualche personaggio che sfugge clamorosamente a queste etichettature (e che non a caso i debunkers preferiscono non citare mai nelle loro critiche).
Ma questa era solo una lieve premessa di linguaggio.

2) Richiami politici alla psichiatria...
La seconda obiezione è più sostanziale riguarda il facile ricorso alla psicologia e alla psichiatria per attaccare ogni contestazione alle versioni ufficiali. In base a queste discipline il complottista (daje...) sarebbe nulla più che una persona con disagi personali, frustrazioni, insoddisfazioni. In base a questo il soggetto cercherebbe di scaricare le proprie incapacità addosso a un nemico immaginario responsabile di ogni fallimento che in realtà è personale. E' facile ribattere a questa visione ricordando che la psicologia e la psichiatria accademiche all'oggi non sono affatto discipline scientifiche3 bensì convenzioni pure il cui scopo è quello di dare a posteriori una giustificazione presumibilmente psicologico-psichiatrica alle posizioni che nel corso del tempo la politica ha deciso di trasmettere alla società.
Un esempio, pur uscendo leggermente dal seminato, può dare un'idea di questo processo e riguarda la necessità attuale della politica di imporre un appiattimento delle diversità, anche sessuali, ragion per cui a posteriori la psicologia viene chiamata a sentenziare, in ossequio alla volontà politica, che uomo e donna si differenziano solo per un accidente biologico ma che nel complesso non esistono identità e caratteristiche maschili e femminili e queste sarebbero solo il frutto dell'educazione ricevuta.
Possiamo inoltre ben dire che la psichiatria è anche a detta di molti professionisti del settore una non-scienza organicamente costruita al solo fine di conservazione sociopolitica4.

Per cui il voler dire che un complottista altro non è che un disagiato non è che un facile accomodamento in una categoria preconfezionata e senza supporti scientifici per poter aprioristicamente considerare fandonia tutto ciò che racconta: se un pazzo è considerato tale prima di esprimersi, e non dopo, qualunque discorso interessante possa fare sarà percepito come il discorso di un pazzo e quindi non solo rimarrà inascoltato ma anzi servirà a confermarne la pazzia in un circolo senza uscita che non ha nulla di scientifico.
Sarei inoltre curioso di sapere quali sono i criteri in base ai quali sono state (s)tirate queste conclusioni. Il mondo dei complottisti ('n'altra volta...) è obiettivamente molto variegato... proprio come lo è tutto il genere umano, altra grande scoperta scientifica che i professori in questione potrebbero annotare. Ragion per cui se per tracciare simili bilanci vengono presi in considerazione soggetti un po' "colorati", con la carta stagnola in testa per non farsi leggere le onde cerebrali dagli alieni... chiaro che il risultato ottenuto corrisponderà a quello che a monte si voleva ottenere, ossia, vediamo ancora una volta, l'inverso di una ricerca scientifica razionale.
Personalmente ricordo di aver sempre approcciato e poi condiviso questo sistema di strategie di dominio politico in periodi di particolare pace, soddisfazione professionale, materiale e familiare. Al contrario determinati disagi possono essere subentrati dopo l'aver accolto questa visione. Per esempio, da giovane giornalista in erba e in rapida ascesa (ed era il lavoro che avevo sempre voluto fare), ho volontariamente abbandonato la professione dopo aver appreso dei legami particolari tra editoria, politica e poteri forti. Per cui sicuramente, direi all'autore di Medbunker, ho sofferto anche insoddisfazioni ma ribaltando clamorosamente il rapporto di causa effetto tracciato da lui e da quelli che la raccontano come lui. E la storia si è poi ripetuta nel corso degli anni.
Certamente io sono un caso singolo e non un campione rapppresentativo. Le decine di persone che conosco che hanno un vissuto simile al mio oppure anche più roseo – che hanno cioè accettato il compromesso ed hanno una posizione sociale di successo ma consapevoli della strategia di dominio soprastante – sicuramente sarebbero un nucleo che, sottoposto a seria indagine psicologica, darebbe un quadro ben più dignitoso dei complottisti da fumetto che si vuole far passarre ufficialmente.
Infine, per concludere questa osservazione con un sorriso, sarebbe facile chiedersi quale genere di disagio possa affliggere un elettore di Matteo Renzi, un fan di Lady Gaga, un telespettatore di Daria Bignardi, un seguace New Age, considerati i contenuti alquanto discutibili dei loro "lavori".
3) Un pastone di idee senza riscontri nella realtà
Un terzo punto alquanto discutibile adottato nel denigrare il complottismo (mo' basta!) riguarda la mescolanza assolutamente arbitraria tra diversi temi e personalità, ragion per cui il complottista non accetta un'unica teoria cospirativa, le accetta tutte (proprio questo si afferma sempre qui5). Evidentemente si tratta di un luogo comune che non ha riscontro nella realtà e che, riguardando al massimo alcuni gruppi di persone, viene esteso a rappresentare tutta la galassia complottista così come ai debunkers piace immaginarla. E si tratta di qualcosa già fatto per esempio dallo stesso Paolo Attivissimo.
Questa teoria è tanto più fantasiosa nel momento in cui vengono messe insieme (dai debunkers, si intende) presunte teorie cospirative assolutamente lontane, le prime analizzate in modo serio e dal peso rilevante per la nostra storia, quali l'11 settembre o i vaccini, le seconde demenziali e di alcun peso specifico, come i rettiliani o la morte di Elvis.
E' evidente che c'è una dose di consapevole malafede in quell'autore che fa un pastone indistinto nel denigrare una diversa ricostruzione degli attentati dell'11 settembre (fatto di per sé esiziale e su cui sono state fatte ricerche serie) e la morte di Lady Diana dovuta alla sua conoscenza dell'identità rettile della regale suocera (da far ridere se non facesse piangere e comunque chissenefrega di Diana).
Ma perché, di nuovo, questa mancanza di scientificità nel metodo e questa produzione a monte di un quadro che andrebbe invece scovato con rigore a valle? Ovviamente la comodità nel rilanciare la figura di un complottista come allocco che crede per fede ad ogni sciocchezza che venga messa sul mercato fa molto più comodo ed è più spendibile rispetto all'immagine di uno scettico, di un critico che non accetta la verità per decreto e che si limita a dubitare con cognizione di causa. Ed è un'immagine di allocco assolutamente in linea col quadro, a sua volta ascientifico, delineato nel secondo punto di questa analisi. Mi occupo di determinati temi da qualche anno e non ho mai rilevato alcuna sovrapposizione di conclusioni tale per cui configurare un totalitarismo complottisa.
Semmai, ma qui la controanalisi sta prendendo contorni sgradevoli, inizia a prendere corpo l'immagine di un complottista commerciale, una figura vendibile da blog e libri di debunkers e che rispecchia l'idea che loro hanno rispetto a chi approccia la realtà diversamente ma che non ha nulla a che vedere con la formazione e il pensiero delle persone appunto reali.

(Continua...)