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sabato 19 marzo 2016

Una storia "futuribile"... post festa del Papà


Una storia "futuribile"... post festa del Papà

Due compagne omosessuali decidono di acquistare una bambina con la pratica dell'utero in affitto. Le due donne sono ancora in età fertile e in salute, ma credono che se una portasse avanti una gravidanza sarebbe discriminante per l'altra e ne violerebbe i diritti di uguglianza, tanto che decidono di delegare non solo la gestazione ma anche il reperimento dell'ovulo a una donatrice esterna. Inoltre sono donne in carriera, facoltose, e non possono permettersi di sprecare nove mesi della propria vita col pancione senza contare il dolore e l'invasività per l'eventuale ricorso a pratiche di fecondazione assistita.

La bimba nasce e cresce con qualche difficoltà ma nella sua innocenza ha la fortuna di venir su senza traumi esterni al nucleo in cui vive. Quei bambini diseducati che vorrebbero emarginarla per il fatto di non avere dei veri genitori sono messi in riga da leggi severissime che arrivano all'affido ad assistenti sociali, rieducazione e carcere per i genitori. Ma la piccola incontra anche molti coetaniei luminosi, figli di coppie normali minoritarie ma estremamente compatti, che sanno accoglierla in modo sincero, e non per la paura della repressione pubblica, senza farle pesare la sua diversa provenienza.

Ma è la bambina stessa che col tempo sente crescere spontaneamente in sé questo peso. E' lei che si sente diversa da quei bambini così luminosi, da quegli indaco che hanno alle spalle la diversità, e quindi la ricchezza, data dalla complementarietà di due genitori, un papà e una mamma.

Le due donne con cui vive e che chiama meccanicamente "mamme" riescono comunque a lungo a sviare la questione e a convicere la piccola, che comunque amano, che anche lei e la sua "famiglia" sono normali, che non è per nulla necessario per la felicità e la luce di un figlio avere due genitori di sessi, pardon, di generi diversi.

La bimba non è cresciuta sola in quanto da un paio d'anni a farle compagnia in casa c'è una magnifica cagnetta di razza dalmata. La cagnetta cresce magnificamente e un giorno le due donne decidono di trovare un maschio dalmata per farla accoppiare e far nascere qualche cucciolo di razza pura da vendere per fare qualche soldo in più.
La piccola bambina non capisce bene perché il compagno della sua cagnolina debba essere un dalmata fatto allo stesso modo. Ci sono altre razze molto belle, incrociando la sua dalmata con un altro tipo di cane non nasceranno in questo modo cuccioli ancora più belli? Le diversità che si sintetizzano non saranno una forza per i piccoli cani? Ma la bambina, sempre nella sua innocenza, non immagina che le sue "mamme" non vogliono certo dei "bastardi" nella cuccia. Roba da proletariato e gente all'antica, mica li puoi vendere quelli.

Ma soprattutto la bimba non capisce perché la sua cagnetta debba per forza andare con un cane maschio. Lei è una femmina, le "mamme" sono femmine, la cagnolina è una femmina, non ci sono mai stati maschi in casa, è proprio necessario che il cane per l'accoppiamento sia maschio? In fondo è nata da due mamme lei, non ce l'ha un papà, non serve... giusto??!!

"No, figlia mia, ci vuole un maschio per far accoppiare la nostra cagnolina e avere dei cuccioli, coi cani due femmine non si può".

La nostra bambina si sente sempre meno sicura del mondo in cui vive, sempre meno radicata, sempre meno completa. Al contrario ha la sensazione crescente di aver subito un'amputazione, come se le fosse stato portato via un arto, come se qualcosa le mancasse.

E la risposta finale ai suoi dubbi, a dispetto di ogni amore effettivamente e sinceramente ricevuto, non tarda ad arrivare quando emerge il vero spirito che l'ha, malgrado tutto, portata alla vita.
La bambina non ha capito perché la sua cagnetta dovesse accoppiarsi con un cane maschio e non ha capito perché questo dovesse essere della stessa razza.
Ma ora che i cuccioli sono nati e che lei, insieme alla loro mamma cagnetta, li ha visti, accarezzati, tenuti nelle manine, non capisce perché debbano essere venduti, strappati troppo presto dal loro ambiente, dalla loro famiglia per denaro, non capisce perché siano stati creati solo per questo.

Non abbiamo il coraggio di mettere in bocca a due donne che si sentono madri certi pensieri, certe espressioni troppo dure. Sarà l'autore di questo racconto a esprimersi in proposito, poiché se avesse il coraggio di guardare la bambina negli occhi e di spiegarle la verità le direbbe: "Bambina mia, PENSI CHE CHI HA LA PRESUNZIONE DI POTER COMPRARE UN FIGLIO SI FACCIA PROBLEMI A VENDERE UN CANE?"







lunedì 21 ottobre 2013

L'Individuo, ossia la deresponsabilizzazione dell'Occidente

Immagine dal film "Lo Sfidante", a cura di Giulio Achilli


L'Individuo, inteso come Persona (lo stato originario dell'essere umano) amputato dei suoi naturali legami collettivi, rappresenta la massima e più drammatica creazione sociale dell'Occidente, precedente soltanto il transumanesimo (commistione tra uomo e macchina). Si è trattato di un processo lungo e difficile iniziato sin dall'alba della civiltà poiché i poteri costituiti, o almeno quelli intrinsecamente votati al male, hanno sempre tentato di scomporre la Persona in Individuo così da avere sotto il proprio controllo un soggetto sociale facilmente addomesticabile. Ma solo con l'illuminismo la battaglia ha iniziato a volgere al termine portando via via sino ai nostri giorni al prevalere dell'Individuo.
La caratteristica principale dell'Individuo è quella di ritenersi coincidente con il Tutto, anziché una parte di esso come farebbe la Persona. Le conseguenze di questa falsa percezione sono molteplici e tutte portano ad un'ulteriore decomposizione interiore del singolo in un circolo vizioso in cui degradazione produce degradazione. Una in particolare che preme sempre sottolineare è l'insana paura della Morte che caratterizza l'Individuo rispetto alla Persona. Mentre questa si ritiene correttamente di passaggio in una Storia più ampia e sa quando il proprio ruolo è quello di concludere un'avventura piuttosto di doverne scrivere solo un capitolo, l'Individuo fa coincidere la propria fine con la fine del Tutto per cui necessita intrinsecamente di vedere la conclusione della Storia entro la fine della propria vita. In campo politico questo ha conseguenze nefaste in quanto l'Individuo, a costo di vedere realizzata anche solo una parte insignificante dei propri progetti, è disposto a vendersi a un riformismo suicida e facilmente riassorbito dal sistema dominante laddove la Persona, che non intrappola la sua Storia nei limiti angusti di una vita terrena, preferisce portare avanti di poco il testimone di una rivoluzione senza necessariamente viverla sino in fondo ma conscio di aver fatto la propria parte a beneficio della generazione futura.

Questa premessa sulla natura socialmente e storicamente degenerata dell'Individuo è utilissima per capire un'altra contraddizione, l'ennesima, su cui si basa l'agire dell'uomo occidentale nell'interesse (o presunto tale) verso la cosa pubblica. L'uomo occidentale (e l'italiano in questo momento ne rappresenta una terribile declinazione) ha una forte tendenza a lamentarsi delle situazioni e dei problemi vigenti – il che indica una sua capacità residua, per quanto superficiale, di prenderne atto – ma con il limite di ascriverne sempre e comunque le responsabilità a cause esterne. Da qui l'irresistibile tendenza occidentale, da decenni a questa parte, di individuare nemici esterni, un'alterità artefatta che nulla ha a che spartire con l'oggetto cui viene attribuita: l'immigrato, il mussulmano, il comunista, il tradizionalista, l'eurasiatista, la concorrenza cinese, la manodopera a basso costo dei paesi emergenti, il nucleare nordcoreano e così alla via. Mai l'occidentale riesce ad individuare una sola responsabilità dei problemi nella società in cui vive o in se stesso, e men che meno riesce a percepire i problemi come una proiezione all'esterno dei mali radicati in sé.

Questa deresponsabilizzazione con la quale l'occidentale si autoassolve ha come contraltare il rifiuto a prendere l'iniziativa nel risolvere i problemi. Non solo la tendenza dominante, riscontrabile nel drammatico calo di partecipazione politica, sindacale e associazionistica della popolazione occidentale, è quella di delegare a qualcun altro la responsabilità della risoluzione dei problemi, ma la risposta è di assoluta incredulità quando ci si aspetterebbe un impegno in prima persona da parte dell'Individuo. Per contro la reazione si condensa in frasi quali “Qualcuno deve fare qualcosa”, “Arriverà quello giusto a sistemare tutto”, “Possibile che nessuno faccia niente?”. Quest'ultimo aspetto è doppiamente preoccupante poiché non solo indica ad un tempo un'incapacità ad agire del singolo e la sua convinzione che l'azione del resto non spetti a lui, ma mostra una pericolosa inclinazione a una sorta di messianesimo politico in cui l'attesa dell'uomo della provvidenza ha probabilmente sostituito una tensione spirituale e religiosa più sana e quindi preventivamente repressa dal materialismo e dal razionalismo occidentali. Non c'è bisogno di aggiungere che questa autoesclusione della massa di Individui dal campo della partecipazione apre spazi per la presa di potere da parte di élite sempre più ristrette e organizzate e quindi a quell'oligarchia che fa capo al Nuovo Ordine Mondiale.

Ovvio dunque come la degenerazione dell'essere umano da Persona a Individuo sia funzionale a quest'ordine finalmente nominato. L'Individuo, proprio perché isolato dagli altri sotto ogni aspetto, non riesce strutturalmente a comprendere la portata delle proprie azioni su quel Tutto che crede erroneamente di incarnare e del quale è invece una semplice parte e non capisce in parole povere che le proprie azioni hanno conseguenze anche negative sugli altri e da questo dovrebbe derivare una responsabilità: la colpa quindi è sempre di non meglio definiti “altri”. Allo stesso tempo, ritenendo l'Individuo che il Tutto si esaurisca in sé, non percepisce che all'infuori possa esservi qualcosa di altro sul quale intervenire e l'iniziativa, anche in questo caso, va delegato ad “altri” che sono responsabili per quel mondo esterno.

La risoluzione di questo conflitto interno all'Occidente rappresenta una partita importantissima e quindi difficilissima da vincere poiché si tratta di agire con estrema determinazione su una massa sterminata di individui dall'ormai tenue campo di consapevolezza.
Ma due buone domande da porre a un nostro antagonista per avviare un lento reflusso di coscienza potrebbero essere: perché, se tutto nasce all'esterno di te o all'esterno della società cui appartieni, ogni singola cosa ha conseguenze su di te o sulla tua società come se voi foste agenti totalmente passivi? E a questo punto, cosa ti impedisce di vedere che può esistere un'altra chiave di lettura in cui tu puoi agire su una società dalla quel non devi sentirti atomizzato e della quale a tua volta puoi partecipare in termini di responsabilità?