domenica 17 gennaio 2016

Il “doppio standard”, natura dell'unipolarismo



Quando si parla di doppio standard si indica quel modo disonesto di giudicare due fatti analoghi per cui lo stesso gesto, compiuto da due soggetti, viene considerato in modo diverso a seconda della simpatia o vicinanza che nutriamo o non nutriamo per loro.

A livello di politica internazionale l'Occidente costituisce il più spudorato applicatore del doppio standard nel giudicare gli accadimenti globali e nel prendere le misure conseguenti, per cui, banalmente, mentre le guerre altrui sono sempre “aggressioni” le proprie sono “operazioni umanitarie” e via discorrendo.

Ma due esempi dello scorso finale d'anno possono darci un'idea esaustiva dei livelli ormai grotteschi di arroganza e schizofrenia (non c'è altro termine per definire queste ambiguità) da parte dell'Occidente e ci fanno capire una volta di più perché questi episodi siano ad esso strutturali.

Il 24 novembre scorso un cacciabombardiere russo impegnato nella lotta al terrorismo in Siria è stato abbattuto da un jet turco senza aver violato lo spazio aereo di Ankara o, nella peggiore delle ipotesi, violandolo solo per pochi secondi e senza costituire una minaccia. Contro ogni legalità e persino contro le stesse procedure dell'alleanza di cui fa parte (la Nato) la Turchia ha abbattuto l'aereo provocando indirettamente la morte di uno dei due piloti e in seguito di uno dei militari mandati in soccorso.
A fronte di questo episodio la diplomazia americana ha sottolineato il diritto della Turchia di difendersi, dissimulando il fatto che non c'era nulla da cui difendersi, che l'alleanza egemonizzata da Washington prevedere regole di ingaggio molto diverse e che lo sconfinamento del velivolo russo resta tutto da dimostrare. L'Europa olografica invece ha solo aggiunto un assordante silenzio, non avendo l'autorità per esprimersi in nessun modo sulla questione, limitandosi a ribadire una supposta negatività dell'intervento russo in Siria.

A inizio dicembre invece oltre un centinaio di soldati turchi con svariati mezzi e carri armati sono entrati in territorio irakeno, nella regione autonoma del Kurdistan. In questo caso lo sconfinamento non solo non è dissimulato, ma è dichiarato e rivendicato da Ankara col pretesto di addestrare milizie curde contro l'Isis. Vi sarebbe molto da riflettere sul fatto che proprio dei curdi, storici nemici della Turchia, beneficerebbero di sostegno militare soprattutto dopo che la Turchia stessa non si è fatta problemi a lasciare i curdi siriani di Kobane da soli alle prese con i takfiri. Ma il punto più evidente è che un paese non autorizzato ha violato, in modo unilaterale, la sovranità territoriale di un altro stato, l'Iraq. Tutto ciò che Ankara ha potuto portare a difesa della propria azione, oltre al già citato addestramento per i curdi, è il consenso del governo della regione autonoma in cui i propri militari sono penetrati. Un po' come se forze armate austriache entrassero a Bolzano dicendo di avere il consenso della regione a statuto speciale Trentino – Alto Adige. Il debole Iraq sta protestando a livello internazionale ma nemmeno le decantate Nazioni Unite sembrano capaci di accogliere queste rimostranze mentre gli USA non dimostrano nel criticare la Turchia la stessa solerzia vista quando c'è stata da difenderla ingiustamente. L'Europa, ancora un volta, è olografica, mentre ogni nostalgia su come l'Iraq dei tempi andati avrebbe reagito a un'invasione turca non fa che aumentare i nostri rancori.

Sarebbe interessantissimo approfondire il perché di questi doppiopesismi nei due casi specifici, che in realtà costituiscono un caso unico, ma è sul metodo che si vuole qui ragionare più che sul merito.

Il doppiopesismo, il doppio standard appunto, applicato dagli occidentali in queste due vicende così strettamente connesse l'una all'altra oltre che grottesco ha qualcosa di esasperante. Un'esasperazione che, in un osservatore di Coscienza, nasce dall'impossibilità a comprendere come questo modo di affrontare la realtà possa passare inosservato ai più. Ma anche dalla consapevolezza che il doppio standard è tipico di un male che oggi attanaglia il mondo: l'unipolarismo, la soggezione della quasi totalità del pianeta a un'unica superpotenza che agisce perseguendo il male.
In questo contesto la superpotenza dominante sa di non avere avversari che nell'immediato possano metterne in discussione il ruolo e sa anche di avere un dominio incomparabile sulla comunicazione mediatica. Pertanto essa ha il potere di plasmare la realtà imponendo i propri punti di vista e le proprie versioni senza preoccuparsi della loro effettiva lontananza dalla realtà. Un'ingiustizia è tale solo se a commetterla è un antagonista, ma se è un alleato o la superpotenza stessa allora è un atto giustificato.

Un mondo multipolare oppone invece a una maggioranza egemonizzata da un solo gendarme, una varietà di blocchi di nazioni e alleanze molto più livellati al proprio interno e senza quell'oppressione che è tipica dei dominanti sui dominati nell'unipolarismo. E l'allargarsi del numero di attori protagonisti porta, in un modo che potremmo dire inversamente proporzionale, a uniformare i criteri di giudizio proprio perché la credibilità dei soggetti dovrà essere oggettiva e non sarà più legata alla propria capacità di manipolazione.

Unipolarismo vuol dire dunque, strutturalmente, doppio standard.

In altre parole, menzogna che si fa sistema affinché il sistema riproduca se stesso.


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