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domenica 7 febbraio 2016

Oggi l'Italia è Gondor. Oggi Gondor è l'Italia




Molti lettori di questo articolo sicuramente conoscono il mondo creato da J.R.R. Tolkien ne Il Signore degli anelli e qualcun altro ne conoscerà almeno la pur non fedelissima versione cinematografica di Peter Jackson.

Come tutte le grandi opere anche questo racconto epico contiene significati esoterici o profetici molto profondi e attuali anche se non ci è dato sapere perché, se per un ingresso iniziatico dello stesso autore a importanti livelli di Coscienza oppure semplicemente perché la sua opera è sfuggita al controllo dello scrittore producendo significati che nemmeno Tolkien si sarebbe immaginato1.



Ad ogni modo il regno di Gondor costituisce il cuore geografico e politico del mondo fantastico di Tolkien, la Terra di Mezzo, intorno a cui ruota il ritorno all'antico ordine tradizionale e comunitario contro il nuovo ordine materialista, modernista e, diciamolo pure, industrialista del malvagio signore Sauron e del suo nero dominio di orchi, Mordor, l'anti-Gondor.

Ma a dispetto del suo retaggio prestigioso e dell'importante ruolo di cui è rivestita, Gondor è un regno in crisi. E' un regno senza sovrano, retto da una dinastia di sovrintendenti, in attesa del ritorno di un re che ripristini i valori, i principi e il ruolo della nazione. Gondor è anche un paese in profonda crisi demografica, in cui da tempo si fanno pochi figli a partire dalle classi nobili e il popolo preferisce vivere ricordando i fasti del passato anziché lavorare per rinnovarli.

Ma la crisi di questa nazione non nasce per caso. Le ragioni di questa sofferenza trascendono la materia e affondano le proprie radici in una sorta di legge del contrappasso, del karma, dal momento che l'antico re di Gondor, Isildur, si è lasciato tentare dal potere dell'Anello, vale a dire dai disvalori della modernità, dell'individualismo, della potenza e della produzione, incarnando quel Nemico che lui e il suo regno avrebbero dovuto combattere. Per aver rinunciato al proprio naturale ruolo di protettore della Luce nel mondo, Gondor è finito per secoli nell'Oscurità.

Per spazzare via ogni brace di speranza e forza ancora accesa sotto le ceneri della secolare decadenza, Mordor, al culmine della sua guerra generale di sottomissione per imporre il proprio nuovo ordine, decide di colpire con il massimo della violenza Gondor, l'ultimo riferimento intorno al quale gli uomini avrebbero potuto riorganizzarsi e sperare di avere un futuro.

Ma non è solo dal Male vero e proprio che Gondor deve difendersi ma anche da altre forze che la combattono contro il proprio stesso interesse e nell'ingenua illusione di emanciparsi e di poter condividere il potere con Mordor. Gli Esterling e gli Haradrim, pur essendo umani, si alleano con Mordor contro Gondor, ma non per malvagità. Ciò che devia queste persone è la mancanza di coscienza, di conoscenza, consapevolezza. Sono stati ingannati, manipolati dalla propaganda e dalle parole velenose di Sauron e non sanno in fondo di essere dalla parte sbagliata e non immaginano di essere solo degli strumenti che verranno rottamati a cose fatte senza alcuna gratitudine da parte dell'Oscuro Signore.



Certamente mai Tolkien avrebbe pensato che i panni della sua Gondor sarebbero stati indossati proprio dalla nostra Italia, ma la situazione simbolica che ha descritto, e che oggi si ripete così fedelmente, rappresenta una profezia vera e proprio e non un semplice averci preso per caso.

Come Gondor l'Italia è un paese dall'antichità gloriosa ma proprio al culmine del suo splendore ha fallito nella missione civilizzatrice sotto l'egida di Roma iniziando a incarnare i disvalori che avrebbe dovuto combattere come il mercantilismo, l'individualismo e l'imperialismo fine a se stesso.2 Per la legge del karma, una nazione che rinunci al proprio compito civilizzatore è condannata a subire per secoli l'inciviltà altrui, cosa troppo evidente nel nostro paese oggi.

Come Gondor l'Italia è da troppo tempo un paese senza un re, senza una classe dirigente saggia, equilibrata e che sappia agire in modo disinteressato per il bene comune.

Come Gondor l'Italia, di fronte alle umiliazioni e ai torti subiti, cerca conforto nel ricordo dell'antica gloria o nell'ammirazione che ancora oggi milioni di persone nel mondo nutrono per le bellezze e la cultura del nostro paese, senza che gli italiani siano però capaci di tornare a promuovere nel mondo questo immenso bagaglio di illuminazione e meno ancora di farlo proprio, di introiettarlo e incarnarlo nel proprio vivere quotidiano e comunitario.

Come Gondor l'Italia è un paese in calo demografico e incapace di provvedere alle proprie esigenze al punto da dover appaltare a capitali e aziende straniere produzioni e servizi e affidandosi a masse di immigrati disperati per quei lavori che una popolazione buontempona non vuole più fare o non può più fare per la semplice mancanza demografica di lavoratori.



Ma l'Italia è un paese diverso e ancora, sotto le ceneri, arde qualche brace che potrebbe rinnovare un fuoco ben più potente e invertire il corso delle cose, bloccare l'imposizione del nuovo ordine mondiale sull'antico ordine della comunità e della tradizione.



Novella Gondor, l'Italia è finita nel mirino di Mordor, del sistema capitalista, perché a differenza degli altri paesi progrediti è ancora affezionata, non importa se con sincerità o in qualche caso per ipocrisia, alle famiglie in cui vi sono il padre, la madre, i figli, mentre chi vuol vivere una propria vita di coppia diversa lo può fare ma senza pretendere di dissacrare impunemente, scimmiottandola volgarmente, la famiglia vera.

L'Italia, la nuova Gondor, è finita nel mirino della Mordor capitalista perché a differenza dei paesi evoluti del resto d'Europa i propri cittadini preferiscono ancora commerciare maneggiando il buon vecchio denaro sonante. Un denaro a monte infettato da un'emissione che genera debito pubblico, certo, ma che ancora, come insegnano le storiche crisi bancarie e finanziarie dal '29 alla Grecia, costituisce l'ultimo strumento di controllo del cittadino sul sistema monetario e da la percezione della propria capacità di ottenere beni e servizi in cambio del denaro guadagnato. Tutto questo senza che qualche Occhio (quello di Sauron, nel mondo di Tolkien, o quello onniveggente della massoneria nel nostro sistema) pretenda di scrutare fin dentro le nostre tasche per “spegnerci” elettronicamente al momento opportuno, quando diventiamo troppo scomodi.

L'Italia viene investita dalle nere orde di Mordor perché a differenza degli altri paesi moderni avrà sì un debito pubblico immenso, ma le sue famiglie all'antica possiedono un risparmio privato che è oltre quattro volte tanto3 e che fa impallidire la capacità di risparmio e di affrontare il futuro di altri stati decantati e presi come modello. Un tesoro enorme che le banche e le grandi aziende (per motivi di controllo le prime, a garanzia degli investimenti pubblici le seconde) non possono lasciare sotto l'esclusivo controllo dei loro legittimi possessori.

E ancora, l'Italia è attraversata in lungo e in largo da chiese stupende ma anche dagli antichi templi pagani di Roma e della Magna Grecia. Magnifici edifici che sono lì a ricordare ciò che Mordor vorrebbe farci dimenticare, ossia che l'uomo non coincide con la sua scorza corporea ma ha una natura diversa che trascende la materia e qui in Italia questa tensione, questa ricerca di spiritualità, è sempre stata fortissima.



Come Gondor, l'Italia non deve affrontare solo l'urto frontale con le orde di orchi di Mordor. Ma anche la minaccia di altre forze, spesso interne, che per disinformazione e manipolazione si sono unite al nemico combattendo contro il proprio stesso interesse una battaglia altrui. Il pensiero non può non correre a tutti coloro che, in buona fede ma ingenuamente, aderiscono alle pressioni mediatiche ed economiche esterne per rendere prioritario lo smantellamento della sovranità nazionale (quel che ne resta) a favore del protettorato europeo piuttosto che la distruzione della famiglia e l'estensione dei dispositivi di controllo personali.



All'inizio dell'assalto di Mordor alle bianche mura di Minas Tirith, la capitale di Gondor, nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla sopravvivenza di quest'ultima. Uno sterminato, nero esercito di orchi riempiva la piana del Pelennor di fronte alla città, presidiata da pochi e disorientati difensori senza una guida valida.

Il destino dell'ultima, tenue fiaccola di civiltà sembrava segnato.

Ma la fine della battaglia avrebbe narrato un esito diverso e così sarà per l'Italia, la nostra amata patria.

Perché mentre orde senza fine di orchi (orde orcobaleno?) davano l'assalto sentendosi la vittoria già in tasca, il Bene stava preparando la contromossa. I Raminghi, che per secoli avevano custodito gli antichi valori e la forza, a dispetto dell'esilio e della condanna sofferti, si sono preparati e radunati per combattere proprio come oggi persone e gruppi in tutta Italia, attaccati e censurati, si organizzano per farsi trovare pronti all'appuntamento con la storia. I cavalieri di Rohan, che il Nemico non sapeva essere ancora in grado di combattere, stavano giungendo in soccorso come oggi altri paesi al mondo stanno combattendo il sistema con le armi e sono pronti a schierarsi con l'Italia.

Come gli orchi di Mordor oggi i più, completamente privi di coscienza e obbedienti solo alla voce dell'Anello, dell'unico sistema di ingiustizia che sono in grado di concepire, riderebbero se gli si rivelasse che la loro sconfitta è prossima perché ai loro occhi non vi è alcun segno immediatamente visibile.

Il compito dei Raminghi oggi è quello di cucire i confusi segnali di risveglio di questa nostra terra tanto disprezzata e sbeffeggiata per quella sua arretratezza che è invece la sua forza, una terra che per esprimere il meglio delle proprie potenzialità, che risalgono all'alba dei tempi, non ha bisogno di essere rinnegata e derisa, ma amata, come gli ultimi difensori hanno amato Gondor nell'ora più buia.

Allora coloro che sostengono il Bene sorprenderanno se stessi e potranno riscrivere queste parole, non più fantastiche, ma storiche.

Erano stati uccisi tutti, eccetto quelli fuggiti in cerca della morte, o destinati ad affogare nella rossa schiuma del Fiume. Ben pochi tornarono a Morgul o a Mordor, e nella terra degli Haradrim non giunse che una lontana storia: l'eco della collera e del terrore di Gondor









1Escludiamo naturalmente che tutto questo sia avvenuto per “caso”

2Mutuati nel corso dei secoli dai cartaginesi e dai regni ellenistici

3Più di 8.000 miliardi di euro di risparmio privato contro 2.000 di debito pubblico

mercoledì 6 novembre 2013

Il capitalista, un parassita



Questo articolo vuole essere una sorta di analisi quasi escatologica dell'universo capitalista, un tentativo ambizioso e destinato al successo di smantellare le fondamenta teoriche della proprietà privata dei mezzi di produzione, una presa d'atto necessaria e necessariamente precedente la proposta di un'alternativa.

A monte di una doverosa distinzione tra i bisogni sobri e quelli indotti, possiamo dire che in una comunità il bisogno di produrre un determinato bene o di erogare un certo servizio nasce dalla necessità che quella comunità ha di consumare il prodotto o usufruire del servizio.
La logica suggerisce che una comunità matura e autocosciente potrebbe a questo punto organizzarsi da sé per produrre ed erogare quanto necessario soddisfacendo ad un tempo i propri bisogni di consumo, occupazionali, urbanistici ed ecologici1.
Ciò che se ne deduce è che non è assolutamente necessario che i rapporti di produzione prevedano una proprietà dei mezzi e una condizione subalterna dei salariati.

In questo contesto il singolo imprenditore capitalista è una figura anomala, frutto del basso livello di coscienza della comunità che, incapace di esprimere da sé i propri bisogni e di soddisfarli, permette questa strana intrusione.
L'imprenditore quindi intercetta i bisogni comunitari e ne organizza il soddisfacimento autonomamente. Se la cosa non avesse prezzo, ossia se l'imprenditore fosse un "illuminato" disposto, subito dopo aver avuto l'idea, a rimettersi in gioco attraverso rapporti di produzione comunitari, andrebbe anche bene.
Il problema è che questa figura assolutamente non necessaria avoca a sé un qualcosa a sua volta assolutamente non necessario: il profitto. L'esistenza di questa variabile viene considerata naturale nel contesto economico attuale e non se scorge l'assurdità fino a che non si prendono in esame appunto i prodromi della sua nascita.
Nel momento in cui si accetta l'interposizione dell'imprenditore tra il bisogno di produzione e la produzione stessa, i lavoratori non saranno più liberi ma sottoposti, prima che a un padrone, a una sua esigenza a questo punto fisiologica, ossia quella di ricavare un profitto, "equivalente"2 rispetto al salario del lavoratore per guadagnare.
In questo momento nascono due contraddizioni, non percepite come tali da un sistema che può già definirsi capitalista. La prima, e più ovvia, è che l'imprenditore è portato a massimizzare il proprio profitto e per farlo è disposto anche a sacrificare il salario dei lavoratori, riducendolo a ogni occasione e quindi aumentando la forbice sociale con gli stessi, e a produrre senza quel rispetto dei criteri ecologici ed etici che la comunità terrebbe in maggior considerazione. La seconda è che i lavoratori non dovranno più produrre solo per generare i beni di cui la loro comunità necessita e indirettamente il proprio giusto salario, ma dovranno lavorare di più per produrre anche il profitto dell'imprenditore capitalista, la cui generazione non era altrimenti necessaria: è in questo preciso momento che nasce il plusvalore individuato scientificamente da Karl Marx in un'analisi della quale rendiamo onore al Barbuto di Treviri.

L'imprenditore capitalista svolge dunque una funzione non necessaria, fagocita risorse e non da nulla in cambio. In biologia questo tipo di figura viene detto parassita, ed è in questa prospettiva che dobbiamo inquadrarlo socialmente. Solo il parassitismo capitalista, infatti, ha potuto nei decenni sottrarre artificiosamente risorse alla società sino a ridurla al collasso attuale in cui da nessuna parte, nonostante le potenzialità produttive invariate, sembra non esserci più ricchezza.

L'assurdità che subentra a questo punto assume contorni che sarebbero anche comici se non si rivelassero in realtà drammatici nei casi di chiusura aziendale.
L'attività produttiva infatti, il cui impulso all'esistenza, ricordiamolo, nasce e persiste dalla comunità che necessita di beni e servizi, viene legata a doppio filo al singolo padrone. Per questa ragione nel momento in cui il padrone decide di chiudere l'attività o delocalizzarla, a meno di un atto filantropico sino ad oggi ben poco diffuso, la produzione cessa e i lavoratori si ritrovano senza un impiego. L'assurdità di questa situazione, ahimé tutt'altro che rara, sta nel fatto che anche in caso di chiusura di un'azienda, in realtà il tessuto economico nel suo complesso mantiene invariata la necessità di quel prodotto che veniva realizzato3. Per cui, nonostante la comunità abbia bisogno del prodotto e nonostante lavoratori e mezzi siano potenzialmente pronti a produrlo, il meccansimo si inceppa perché l'imprenditore, ossia la parte meno importante, si è fatta da parte.
Come dire che una casa può crollare non perché siano state distrutte le sue fondamente, ma una tegola del tetto.

A questo punto una proposta organica sulla riformulazione totale dei nostri schemi economici occuperebbe lo spazio di un saggio (non lunghissimo avendo già stroncato senza appello i rapporti capitalistici), ma la nostra azione, senza la quale ogni esposizione teorica sarebbe puro autoerotismo intellettuale, deve vertere con estrema urgenza sull'attualità immediata.
Sempre più spesso aziende di ogni dimensione chiudono, vuoi per la codarda fuga del proprietario che vuole iniziare a vampirizzare la classe lavoratrice di altre regioni del mondo, vuoi per la sua incapacità a competere perché altri l'hanno fatto prima di lui.
Ecco quindi che è necessario organizzarsi a livello politico (che non significa naturalmente partitico), sindacale e sociale affinché sia possibile per le aziende che vivono questi momenti salvaguardare tutto l'impianto produttivo affinché macchinari, mezzi e competenze non siano cannibalizzati a favore delle sedi delocalizzate. I lavoratori devono poter continuare l'attività conservando il portafoglio aziendale grazie a un piano industriale da realizzarsi verosimilmente con la consulenza dei sindacati (gli unici probabilmente a saper fornire queste competenze) e un finanziamento da ricercarsi o nel pubblico o nella società stessa attraverso forme di azionariato sociale, anche solo temporaneo, per poi consentire la formazione dell'unica forma di produzione etica e sostenibile, quella cooperativa e coordinata con la comunità.


1Urbanistici ed ecologici in quanto una comunità che installasse sul proprio territorio un'attività produttiva con la quale convivere a lungo (in quanto ospiterebbe lavoratori della comunità stessa) per necessità di autoconsumo, e non di speculazione, darebbe totale attenzione al rispetto dell'ambiente e della vivibilità urbanistica.
2Le virgolette sono d'obbligo poiché, al di là di un recente e retorico piagnisteo di imprenditori che si dicono in crisi dopo aver succhiato il sangue per anni ai lavoratori, quantitativamente è ben raro che i profitti dell'imprenditore equivalgano il salario dei dipendenti
3L'esempio più illuminante è proprio quello delle delocalizzazione, un caso in cui la produzione industriale non viene cessata ma spostata, questo sta ad indicare che la necessità di produrre, di per sé, è invariata, ma il capitalismo impone che la produzione avvenga in condizioni più convenienti (per il capitalista) ossia laddove il profitto può essere massimizzato