lunedì 15 luglio 2019

Artù e il ritorno del Santo Graal (1a parte)



Erano passati molti secoli dalla scomparsa degli antichi Cavalieri del Santo Graal.
Da allora sull'umanità si era allungata un'ombra di tristezza e di oppressione. La gente viveva con fatica e aveva perso la felicità.
Ovunque i Neri Esecutori, i sacerdoti malvagi che avevano usato i cavalieri per dare la caccia alle Creature di Luce, erano i veri padroni e controllavano tutto, anche i re e i principi, attraverso il loro culto che tutti chiamavano il "Tempio Nero", e i loro soldati conosciuti come "Gendarmi".
In quel tempo nel cuore dell'Europa, in un villaggio di contadini ed artigiani al margine di una grande foresta, viveva un ragazzino di nome Artù. Abitava insieme agli zii perché i suoi genitori erano stati uccisi dai gendarmi quando lui era molto piccolo. Suo padre infatti, anche se era un povero fabbro, aveva un carattere fiero e non accettava le ingiustizie e così un giorno si era ribellato ai gendarmi che volevano prendere al mercato del villaggio tutto il denaro che quel giorno i paesani avevano incassato per darlo al Tempio Nero. I gendarmi avevano così ucciso sia lui che la moglie senza pietà. Artù era scampato solo perché era piccolissimo e i suoi genitori lo avevano lasciato a casa con gli zii.
Man mano che cresceva però diventava sempre più chiaro che aveva lo stesso carattere del padre, non sopportava il male e prendeva sempre la parte dei deboli senza pensare ai rischi.

Presto aveva anche preso l'abitudine di vagare da solo per la foresta spingendosi sempre più in profondità e lontano dal villaggio. 

     
Merlino
In una di queste sue esplorazioni Artù conobbe un uomo che viveva proprio nel cuore della foresta, lontanissimo da ogni abitazione. Il suo nome era Merlino e Artù lo trovava molto misterioso. Nonostante il viso anziano, il suo corpo, la sua mente e il suo sguardo sembravano nel pieno della forza e della lucidità e lui non diceva mai quanti anni avesse. Ad Artù non era chiaro come vivesse dato che sembrava non abbandonare mai la foresta per comprare ciò che poteva servirgli e nemmeno per vendere la grande varietà di erbe e bacche con cui preparava strane bevande o le pietre rarissime che incastonava su anelli, amuleti o bastoni, eppure nulla di essenziale mancava mai nella sua capanna.


Ma Merlino era sopra ogni altra cosa un sapiente. Conosceva tantissime cose in ogni campo e presto divenne un maestro per Artù. In pochi mesi gli insegnò a leggere e scrivere nella lingua corrente, in quella degli antichi e nel misterioso linguaggio delle rune.
Gli insegnò anche la storia del nostro mondo, di come i Cavalieri del Graal avevano a lungo guidato l'umanità e di come questa fosse poi caduta nel buio con la comparsa dei Neri Esecutori e del Tempio Nero e la fine delle Creature di Luce: streghe e stregoni, elfi, gnomi, fauni, satiri, ninfe e fate.
Ma erano tutti insegnamenti proibiti nei villagi e nelle città così come era proibito possedere quella collezione fantastica di libri antichi che Merlino teneva ben protetta in un sotterraneo segreto. L'anziano signore fece giurare ad Artù che non avrebbe mai rivelato a nessuno la loro amicizia e gli insegnamenti che stava ricevendo. Un giorno sarebbe arivato il momento in cui li avrebbe usati nel modo giusto.
Spesso, per non insospettire lo zio, Artù fingeva di non mostrarsi troppo curioso verso la foresta e non vi andava per alcuni giorni. Ma in tutto quel periodo non faceva altro che pensare al momento in cui sarebbe tornato nella capanna di Merlino ad apprendere altre cose.

Quando Artù compì i suoi sedici anni, ed era ormai un ragazzo forte e quasi adulto, anche la sua mente e la sua saggezza erano pronte grazie agli insegnamenti di Merlino.
Proprio in quei giorni Artù aveva accompagnato lo zio al mercato del villaggio per aiutarlo a comprare il metallo dalla carovana dei minatori e vendere alla sua baracca gli oggetti che produceva col suo lavoro di fabbro e dopo averlo aiutato un po' iniziò a passeggiare tra i venditori con un gruppo di cari amici della sua età.
Ma durante quela giornata un gruppo di gendarmi a cavallo era arrivato al villaggio proprio quando la piazza del mercato era più affollata. I soldati del Tempio avevano bloccato le vie di accesso alla piazza e altri avevano iniziato a perquisire con violenza le persone per togliere loro ogni denaro. Sarebbe servito al Tempio Nero, dicevano, per una "guerra santa" nelle lontane e selvagge pianure dell'Europa orientale e portare anche laggiù il loro culto. Artù assisteva con rabbia a quella scena. E quando i gendarmi arrivarono dallo zio, prendendolo con forza per le braccia e buttandolo a terra senza che lui avesse fatto niente di male, la sua collera esplose. Prese un pesante martello esposto sulla loro baracca degli oggetti in vendita e lo scagliò con forza verso un gendarme colpendolo alla spalla.
"No Artù, fermo!" gridò lo zio, ricordandosi bene cosa era successo al padre del ragazzo quando molti anni prima si era ribellato ai gendarmi. Ma era troppo tardi. Di fronte ai soldati che stavano circondando Artù per arrestarlo, i suoi amici avevano afferrato dalle bancarelle intorno tutto quello che poteva servire per difendere l'amico e si erano stretti intorno a lui.
Il capitano dei gendarmi, non volendo mostrarsi a far violenza contro dei ragazzi così giovani, ebbe un'idea crudele e peggiore. Fece arrestare e inginocchiare velocemente lo zio di Artù mentre i suoi soldati tenevano la folla di persone e i ragazzi a distanza.
Artù urlava, spingeva, strattonava con tutta la sua forza per cercare di raggiungere lo zio avendo capito cosa stava per accadere, ma fu tutto inutile. Il capitano, alzata la spada in altò, colpì lo zio uccidendolo proprio come molti anni prima era stato ucciso il padre del ragazzo.
Artù crollò a terra disperato e piangendo mentre i gendarmi del Tempio lasciavano pian piano la piazza e il villaggio col loro bottino.
I suoi amici lo sollevarono da terra e lo aiutarono a tornare a casa dove la zia, in lacrime, aveva già saputo dai paesani quello che era accaduto. Fu allora che Artù, vedendo la sua casa e quel che rimaneva della sua famiglia, non resse più alla rabbia e iniziò a correre verso la foresta di Merlino.
Corse senza guardare dove metteva i piedi, guidato solo dall'istinto perché i suoi occhi erano così pieni di lacrime da non riuscire quasi a vedere.
Aveva corso moltissimo, non sapeva quanto, quando arrivò in una radura che non aveva mai visto prima. Non sapeva quanto avesse corso ma a quel punto avrebbe già dovuto essere arrivato a casa del suo maestro. E invece in quel tratto di foresta non c'era nulla di familiare e la capanna di Merlino chissà dov'era.
Si era perso.
Artù si asciugò gli occhi e si guardò intorno cercando di capire in che punto della foresta fosse finito e come tornare indietro. Allora vide al margine della radura una grossa pietra avvolta da molte piante rampicanti e cespugli. Si avvicinò a quella pietra che pareva curiosa e la osservò meglio... e da vicino si accorse che tra le erbacce si intravvedeva l'impugnatura di una spada...
Artù si dimenticò di tutto e iniziò a strappare la vegetazione che avvolgeva quella pietra. Continuò per alcuni minuti graffiandosi e tagliandosi le mani e nel frattempo il cielo si era fatto scuro e si sentivano i tuoni di un temporale che si stava avvicinando.
Infine, quando le prime gocce di pioggia iniziarono a cadere, Artù aveva completato la sua incredibile scoperta. Al centro della grande roccia era incastonata come un gioiello una spada di cui si vedevano solo l'impugnatura e pochi centimetri di lama. Ma quello che sorprendeva era che la spada sembrava ancora nuova e lucente nonostante dovesse essere lì da molto tempo, viste le erbacce e le piante che le erano cresciute intorno.
Il rombo di un tuono esplose ora fortissimo proprio sopra la radura e Artù alzò lo sguardo al cielo con la pioggia che ormai cadeva molto forte.
Quando tornò a guardare la spada si accorse che sulla superficie della pietra erano apparsi dei segni. Era sicuro che prima non ci fosserò e guardò più da vicino perché in fondo avevano qualcosa di familiare... erano rune, simboli del misterioso alfabeto che Merlino gli aveva insegnato. Artù si concentrò un poco cercando di ricordare le sue lezioni e capire il significato di quei caratteri e ora era sicuro di quanto fosse scritto. In piedi davanti alla spada, ormai inzuppato d'acqua e tra i rombi dei tuoni che esplodevano sempre più violenti in un cielo nero come se fosse notte, Artù lesse solennemente:

Qui ha posto la sua spada l'ultimo cavaliere di questa era perché nessuno possa usarla per fare del male
Qui potrà estrarre questa spada il primo cavaliere
di un'era che verrà per tornare a fare del bene

E a quel punto Artù sentì scoppiare il tuono più forte che avesse mai sentito, così forte che sembrava venire da sotto terra facendo tremare tutta la foresta e un fulmine cadde dal cielo sino a colpire la spada e accenderla di un blu elettrico, come se fosse piena di energia.


Fece ancora un passo poiché non poteva resistere e allungò la mano sull'impugnatura. Una sensazione di forza e di calore risalì lungo il suo braccio sino al cuore e da lì si espanse giù per la schiena e in su fino alla testa illuminandogli gli occhi.
E fu allora che senza nemmeno pensarci, istintivamente e senza alcuno sforzo, Artù estrasse la spada da quella roccia e la puntò verso il cielo. 


I tuoni continuarono ad esplodere e i lampi a squarciare il cielo, ma sempre più deboli e lontani. Dopo un minuto il temporale era passato e i raggi del sole del pomeriggio tornarono a illuminare la foresta.
"E' arrivato il giorno che aspettavi" disse una voce potente alle spalle di Artù. Il ragazzo si girò e vide dall'altra parte della radura il suo maestro, Merlino, che si avvicinava.
Aveva un'espressione fiera, come quella di un insegnante orgoglioso del traguardo raggiunto dall'allievo.
"Ora potrai finalmente rivelare quanto hai appreso da me e usarlo, ragazzo mio. Da tempo il mondo attendeva il tuo arrivo. Poiché io ero presente nell'era in cui la Spada nella Roccia è stata posta qui e il Signore mi ha concesso il privilegio di esserci ora che è stata estratta. Entrambe le cose sono avvenute per un motivo e tu ne sei l'incarnazione, Artù. Ora andiamo..."

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