sabato 11 giugno 2016

Prima di giustificare, prima di condannare. La violenza sulle donne



In ogni persona di coscienza, gli episodi di violenza suscitano naturalmente rigetto e cordoglio, orrore e rabbia. E quanto più sono deboli e indifese le vittime, rispetto ad aggressori sempre più brutali, tanto più crescono le sensazioni di disprezzo.
E' normale quindi che di fronte ai casi di violenza sulle donne1, indipendentemente dalle condizioni in cui viene lasciata la vittima – uccisa o meno – la pubblica opinione si stracci le vesti.

Come è tipico della (in)civiltà occidentale accade tuttavia che nella filiera di notizie, dibattiti, approfondimenti, commenti su questi brutti fatti di cronaca, finisca inevitabilmente per mancare il pezzo più importante dell'analisi.
Vale a dire, in omaggio alla totale incapacità dell'occidente di interrogare e problematizzare se stesso, non ci si chiede mai perché si arrivi a queste barbare violenze dell'uomo sulla donna, quasi queste violenze fossero un corpo estraneo rispetto alla nostra società, un elemento inserito a forza dall'esterno e non piuttosto un prodotto endogeno.

Non è certamente cosa facile capire perché oggi, probabilmente più che in passato, una donna sola debba continuamente guardarsi le spalle mentre cammina, magari anche in luoghi frequentati e percorsi da altre persone, ben sapendo che in caso di pericolo nessuno le verrà incontro.
Ma possiamo dire con ragionevole certezza che questa motivazione risiede nell'aggressore, nel maschio ed è in lui che dobbiamo, con distacco e razionalità, cercare cosa vi sia che non va, cosa lo spinga a a violare e massacrare colei che dovrebbe invece essere l'oggetto della sua protezione, la destinataria del suo amore.
Perché se un uomo, in assenza di una vera patologia, arriva a comportarsi in maniera così diametralmente opposta alla propria natura è probabile che egli stesso sia stato vittima di una violenza in passato... una violenza certo di altro tipo, ma altrettanto profonda e, soprattutto, condizionante.

Lo stupro, il femminicidio non sono corpi estranei rispetto all'occidente. Ne sono invece il naturale e inevitabile prodotto nel momento in cui l'identità maschile è stata a sua volta “stuprata” dalla cultura in cui vive.
Oggi tutto ciò che è “maschio”2 è costantemente deriso, marginalizzato, additato come comportamento sessista o, con un linguaggio politicamente corretto, “stereotipo di genere”.
Chi volesse esprimere cavalleria nei comportamenti, o dirottare un conflitto sul piano fisico della forza, che è cosa ben diversa dalla violenza, chi volesse un po' di sana competizione, che a sua volta è lontana dalla competitività individualista del sistema, oggi è fuori posto e non ha come esprimere se stesso nei confronti del proprio simile maschio e del gentil sesso3.
La società vuole che le più normali espressioni di virilità siano in tutti i modi neutralizzate, represse, e che il maschio si tramuti in un essere sempre più etereo, indistinto, che spinga la propria comprensione dell'universo femminile sino a una pericolosa osmosi e confusione con lo stesso.

Ma la psiche umana ha i propri meccanismi di difesa e rigetto e così, ancora più a monte, la Natura ha i suoi modi, tendenzialmente brutali, per ribellarsi alla contro-natura.

Un maschio costantemente fuori posto sin dai tempi della scuola, dell'asilo, può accumulare frustrazione e repressione sino a un certo limite. Qualcuno col tempo impara a coesistere con questa dimensione. Qualcun altro, più elevato, trova il modo di sublimarla sottilmente. Ma una minoranza di elementi non trova vie di fuga e di controllo per cui a un certo momento la tempesta deve trovare un'altra strada... la strada peggiore, quella della quale leggiamo spesso le cronache sui giornali e sui notiziari in rete o che sentiamo alla tv.

Mi si perdoni l'apparente mancanza di tatto, perché in realtà non voglio prendere in esame il singolo caso concreto, ma la situazione generale, ma non ha alcun senso lamentarsi e gridare di dolore per dei drammi che ci siamo prodotti da soli. Non si possono creare stupratori e pretendere che si comportino da eroi del Romanticismo. Non si possono creare stupratori e sperare che non stuprino...

La parte peggiore è quella che infine si consuma a fatti avvenuti. Del tutto incapace di mettere in discussione se stesso, l'occidente, nella sue sovrastrutture (scuola, media, governi, associazioni a tema, etc) spera di risolvere il problema della violenza contro le donne non con un cambiamento di paradigma che riscopra il valore dei sessi e il loro equilibrio naturale (che è simbiotico e non osmotico) ma al contrario reiterando quegli stessi meccanismi repressivi della natura che hanno prodotto la violenza.
Di fronte allo stupro la classe dirigente, non solo politica, ma anche medico-psicanalitica, è incapace di rivedere il modello di educazione maschile e si riduce all'imposizione di un generico quanto sterile “rispetto” per l'alterità femminile4 non riscoprendo la virilità, che per una semplice questione di onore impone la sacralità della donna, ma al contrario mortificandola ancora di più attraverso improbabili ideologie di genere e decostruzione di presunti stereotipi.
La società occidentale è in fondo anche impossibilitata a condannare e arginare la violenza sessista perché essa stessa è una società che si regge sulla violenza e, in modo strisciante, deve invece giustificarla. Chi vuole esprimere una condanna contro un femminicidio non è coerente se su un altro versante permette e incoraggia sottobanco per esempio il bullismo. Una forma di violenza, quest'ultima, altrettanto odiosa perché attuata dai palesemente forti contro i drammaticamente deboli sin dalla tenera età e che ha lo scopo di insinuare nella popolazione l'idea di far parte di un insieme di paesi legittimati a usare la violenza sulle nazioni a loro volta più povere e indifese.

La ragion d'essere di questo articolo non sta nel voler proporre in una manciata di minuti la formula magica per eliminare la violenza maschile dalla società. Si vuole invece evidenziare la paurosa contraddizione della società stessa, che di fronte agli sbagli dei propri figli non sa assumersene la colpa, nel nome del più sfacciato individualismo. E' una società che non sa interrogarsi perché concentrata sul presente edonistico e godereccio. Non guarda al futuro perché non le interessa ed è allora condannata a non averne uno, riproducendo sistematicamente quelle dinamiche autodistruttive di cui si è parlato.

Non si straccino le vesti le femministe di retroguardia, o i paladini dei diritti civili, solo perché la loro condizione privilegiata gli fornisce parecchi ricambi d'alta moda nel guardaroba: gli stupratori, e le donne vittime di stupro, sono i lori figli e le loro figlie.
Ma pare non se ne rendano conto.


1Non interessa qui approfondire se i casi di femminicidio o stupro siano effettivamente in aumento o se la loro crescita apparente sia solo il frutto di una maggiore eco mediatica. Interessa solo la comprensibile reazione per i fatti che effettivamente si verificano.
2E lo è in base alla Natura, soggetto che non deve giustificare se stesso, pertanto non è lecita alcuna discussione in proposito
3Attenzione a usare questo termine perché a sua volta costituisce stereotipo...
4Come se uno stupratore già non sapesse, in teoria, che una donna va rispettata, un concetto che ha ben chiaro ma che non ha assolutamente intenzione di seguire

2 commenti:

Ruggero Re ha detto...

Quando si decide di trattare l'argomento "violenza", non si non si può e non si deve prescindere dalle altre sue principali forme: FISICA, VERBALE, PSICHICA E PSICOLOGICA ..... senza aver prima approfondito il '68 !!!!!!!

Simone ha detto...

In effetti non conosco bene il '68. Secondo lei come può aver influenzato?