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martedì 17 dicembre 2013

Conferenza sulla situazione di crisi di imprenditori e liberi professionisti


La piccola e media impresa sopravviverà a questo governo? E i professionisti? Banche. Sono proprio necessarie? Cittadini, Sudditi o Servi della Gleba? Le Multinazionali le pagano le tasse? Mercato. Ed il ruolo dello Stato? A chi servono le Riforme?
Queste sono alcune delle domande con le quali Caposaldo Associazioni Unite ricomincia la propria attività di informazione libera partendo giovedì 19 dicembre con la conferenza dal tema Quale futuro per Imprenditori e Professionisti? - Banche, Sofferenze ed Usura.
L'incontro, ad ingresso libero, si terrà alla sala Galmozzi della Biblioteca Caversazzi via Tasso 4, Bergamo, dalle 20.30 e vedrà diversi relatori esporre le cause dell'attuale sofferenza della piccola e media imprenditoria italiana e il mondo dei professionisti legandola alla ferocia usuraia del sistema bancario italiano ed europeo, valutando allo stesso tempo possibili soluzioni inerenti una drastica riforma del nostro sistema monetario e bancario.

Esporranno:

  • Avv.to Luca D'Ambrogio, esperto in Diritto Bancario e del Lavoro;
  • Ing. Norberto Riva, Perito e Consulente del Tribunale di Monza;
  • Ing. Milena Battaglia, Ingegnere Gestionale e Consulente Aziendale.

Modera l'avv. Andrea Marcon.


Per informazioni e anticipazioni sull'incontro:
  • Simone Boscali, addetto stampa Caposaldo, cell. 3314298972.


La proposta informativa di Caposaldo Associazioni Unite proseguirà inoltre per tutto il 2014 sino a luglio e il successivo, importante evento, sempre a Bergamo il 31 gennaio sarà l'incontro con il professore di Filosofia Diego Fusaro che presenterà il suo libro Minima Mercatalia, tracciando una dettagliata analisi filosofica dell'attuale fallimento del sistema socioeconomico capitalista.


Caposaldo Associazioni Unite non costituisce una fusione o federazione di movimenti.
Si tratta invece di un coordinamento tra una decina di associazioni prevalentemente bergamasche ma anche bresciane e milanesi, i cui interessi spaziano dall'economia alla politica, dalla spiritualità all'ecologia. Ciò che unisce queste associazioni portandole a sempre più numerose iniziative unitarie è lo scopo che hanno tutte in comune indipendentemente dalle proprie specificità: l'opposizione al Nuovo Ordine Mondiale.
La sede ufficiale di Caposaldo è a Grassobbio, in via Michelangelo da Caravaggio 5.
Per il resto le singole associazioni mantengono identità e autonomia nelle proprie attività.

lunedì 9 dicembre 2013

Reindirizzare gli sgravi fiscali delle aziende



A volte viene la tentazione di camminare contemporaneamente in due sentieri. L'uno massimalista, che guarda incondizionatamente alla rivoluzione come al solo ed unico obiettivo sensato e a un modo di conseguirlo, appunto rivoluzionario, ovvero un cambiamento radicale e repentino dello status quo precedente. L'altro minimalista, teso sì a un cambiameto rivoluzionario, ma da realizzarsi attraverso piccoli cambiamenti che, senza alcuna concessione al riformismo intrasistemico, siano davvero capaci di indurre nella società effetti sostanziali.

Una delle cose cui stavo pensando, che mai potrebbe essere inclusa in un manifesto rivoluzionario, ma che potrebbe starci benissimo negli ipotetici 100 giorni di un nuovo corso, è il totale reindirizzamento degli sgravi fiscali alle aziende nel campo non solo degli investimenti ma delle spese ordinarie.
Una pratica accettata ormai in modo conformista nel regime economico attuale è quello della deducibilità degli interessi passivi dovuti alle banche a seguito di prestiti contratti con le stesse dalle aziende. Non sapendo se anche nel resto d'Europa o del mondo funzioni allo stesso modo, posso immaginare che questo sistema dev'essere sembrato a lungo l'ideale per la piccola e media impresa italiana. Questa infatti, di dimensioni limitate alla propria genesi e priva di sue forze finanziarie, si è sempre basata sui finanziamenti bancari sia per gli investimenti di espansione che per il pagamento di spese ordinarie (es, stipendi, fornitori). Le piccole e medie aziende hanno potuto per generazioni spendere denaro non proprio (in prima battuta) usufruendo dei vantaggi fiscali sulla deducibilità degli interessi, andando poi a pagare gli stessi alle banche dopo aver incassato il fatturato, quando non fosse stato possibile rimborsare tutto il capitale. In questo modo la galassia delle partite iva, degli artigiani, dei piccoli impresari ha potuto per anni, decenni, sottrarre al rischio d'impresa i guadagni netti che generalmente, anzichè essere usati per potenziare l'azienda, consolidarla, o smaltire strutturalmente i debiti con le banche sino a non averne più bisogno, finivano direttamente nelle tasche private del padrone senza che alcuna fetta adeguata venisse collocata in un capitale sociale degno di questo nome. Tale pratica è stata ancora più esasperata in Italia dal ricorso praticamente ordinario al lavoro in nero che ha consentito non a tutti, ma a molti piccoli e medi imprenditori di metter via enormi fortune o costruirsi un patrimonio di beni assolutamente lussuoso proprio perché quello era il modo più conveniente di impiegare i denari guadagnati senza alcuna organica prospettiva di impresa (in questo senso si intravede forse anche un grave deficit imprenditoriale del nostro paese).
Contemporaneamente le banche, avvantaggiate dalla legislazione vigente nel concedere prestiti che diventavano motivo di sgravi fiscali, hanno potuto fare a loro volta fortuna senza svolgere alcun compito costruttivo per l'azienda, per i suoi dipendenti o lo stato in generale. Semplicemente, sempre avvalendosi di una legislazione favorevole, gli istituti hanno prestato alle imprese il denaro dei propri correntisti (magari dipendenti, clienti o fornitori delle aziende stesse, nulla di più facile considerando l'aggregato della varie banche...), o più probabilmente denaro che nemmeno avevano grazie al meccanismo del moltiplicatore, facendo fortuna senza correre particolari rischi e vedendosi rientrare tutto il denaro prestato con tanto di interessi.
Qualcuno potrebbe aggiungere che questo circolo è stato alimentato anche dalla cattiva consuetudine di casa nostra, spesso difficile da correggere anche per vie legali, di lavorare tramite pagamenti a 60, 90, 120 giorni o anche più, cosa che, unita appunto alla tendenza degli impresari a non rischiare mai i propri soldi, ha generato con l'andar del tempo una cattiva circolazione del denaro e dei pagamenti, inceppando un meccanismo che andave invece oleato.
Questo ha creato in Italia imprese strutturalmente deboli che hanno fatto risultati solo in epoca di vacche grasse mentre oggi, con la crisi imperante, si trovano assolutamente impreparate e privi di mezzi per reagire, il tutto aggravato dalla tendenza frequente negli ultimi anni a ricorrere al leasing e al comodato d'uso, cosa che ci ha regalato in momenti drammatici aziende solide sino a poco tempo prima che non possedevano assolutamente nulla in un momento di crisi, nemmeno quei beni (muri e macchinari) sufficienti a liquidare i creditori.

E allora, senza costringerci a fare la rivoluzione proprio in questa settimana, viene da proporre una soluzione tanto semplice quanto scomoda, scomodità che si evince tanto di più dalle difficoltà di copertura e attuazione (quando un provvedimento risulta troppo facile, stiamone certi, è perché non da fastidio a nessuno). In pratica abolire totalmente gli sgravi fiscali sugli interessi passivi contratti dalle imprese e dirottarli sulle spese fatte direttamente coi capitali dell'azienda. In realtà esperimenti di questo tipo si sono avuti, pur senza la revoca della deducibilità degli interessi, concedendo sgravi alle aziende in occasione di diverse leggi finanziarie, per esempio sugli investimenti di espansione, per miglioramenti in chiave ambientale e via discorrendo, ma mai nulla di organico e strutturale.

L'idea ora diventa invece quella di escludere completamente le banche e i loro finanziamenti dal circolo del denaro tra imprese, dipendenti, clienti, fornitori, etc, per far sì che siano solo questi soggetti a far muovere i denari. In questo modo si vuole incoraggiare l'azienda a costruirsi un capitale proprio interamente versato e realmente spendibile senza contare sul denaro di terzi e allo stesso tempo impedire che le banche, riscuotendo capitale e interessi, sottraggano ricchezza dal tessuto economico reale.

Domanda, e se un'impresa fosse in buona fede interessata o costretta dalle circostanze a un investimento che supera le proprie reali capacità di autofinanziamento anche dopo anni di condotta esemplare? Dovrebbe ricorrere comunque a un prestito bancario senza poter poi dedurre gli interessi sullo stesso trovandosi ora veramente svantaggiata? Nulla di tutto questo, perché la proposta è di insieme, ed investimenti straordinari di questa natura non dovranno più essere finanziati dalle banche ma da fondi pubblici costituiti dallo stato o dalle regioni, creati facendo un buon uso del prelievo fiscale attuale, e senza tassi di interessi, concessi ovviamente in modo rigoroso e senza la faciloneria italiana degli aiuti a pioggia e a fondo perduto al furbo di turno.

Lì'obiettivo strategico è evidentemente, oltre al consolidamento dell'azienda senza che questa debba sopravvivere solo grazie a una balia, l'esclusione organica delle banche dal tessuto economico.